Cinema Odeon – piazza degli Strozzi – Firenze (24/02/2019 h 18.00)

Si moltiplicano i film dei vecchi sui vecchi.

Robert Redford: “Old man & the gun”, che non ho visto.

Il grande Harry Dean Stanton ha interpretato la parte di un novantenne, prima di morire a novant’anni (“Lucky”, un film che mi è molto piaciuto e ho commentato: 25/09/2018).

Ora tocca a Clint Eastwood.

Sono film percorsi da una vena malinconica.

Per forza: la scoppiettante allegria, purtroppo rara nella gioventù attuale (a me i giovani d’oggi sembrano un po’ cupi) è ancora più rara, per ovvie ragioni, dopo una certa età, anche se “una certa” tende a spostarsi sempre più avanti (sempre più tardi si viene considerati vecchi).

«S’è fatta una certa», dicono a Roma quando si è fatto tardi: è ora di interrompere la cosa che si stava facendo e di andare a pranzo, di andare a letto, di partire, mettersi in viaggio.

S’è fatta una certa.

Intanto godiamoci l’annuncio della primavera (sui rami già si vedono le gemme, pronte ad aprirsi), l’estate fragorosa («Come strillavano le cicale ...»), la malinconia autunnale («Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie»), il gelido inverno («… Viernə, chə friddə int’a stu corə! …»).

Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica della lingua napoletana, come in mammətə = tua madre, parola sdrucciola.

Gli autori delle espressioni tra virgolette sono: Carducci, Ungaretti, Acampora – De Gregorio (è una canzone: « Inverno, che freddo nel cuore! …»).

Leggo sui giornali (internet): «L’Organizzazione mondiale della sanità (World Health Organization) ha stabilito che si è vecchi dopo i settantacinque anni».

Bene! Altri anni di baldoria, corse sfrenate con i compagni a chi arriva per primo alla fine della strada, innamoramenti, sogni, cornetti inzuppati nel caffellatte la mattina al risveglio.

Sto pensando di iscrivermi di nuovo a scuola; sarà divertente tornare tra i banchi.

Dove il modulo dice: età, scrivo: l’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che non sono vecchio.

Ma forse non c’è abbastanza spazio.

Impossibile: il modulo virtuale prevede che in quello spazio ci sia un numero.

Se metto il mio numero non l’accetta, non va avanti.

Peccato! non si sono aggiornati.

Ci dev’essere qualcuno, nell’Organizzazione mondiale della sanità, che crede alla fandonia: «si è giovani quando ci si sente giovani».

Come quel medico che disse a Berlusconi: lei è virtualmente eterno.

Lui non sentì virtualmente, pensò di potersi comportare come un ragazzino infoiato e cominciò la discesa verso il ridicolo.

Ora aspetta che spostino “una certa” di altri dieci anni, per ricominciare daccapo.

Nell’attesa si è dato un’altra asfaltata sulla testa, non si sa mai.

Il problema della vecchiaia, qualunque cosa stabilisca l’Organizzazione mondiale della sanità, è che impone limiti fisici insuperabili, anche se “ci si sente giovani”.

Che vuol dire “sentirsi giovani”? Che non si è affetti da una grave malattia, che non si deve correre al pronto soccorso, che si ricorda il proprio nome e l’indirizzo di casa, che si può passeggiare in campagna, in una città d’arte, sulla spiaggia, che si riesce ancora a distinguere tra “una bella ragazza” (nessuna partecipazione emotiva, giudizio estetico neutro, come dire: un bel cane, un bell’angolo di strada) e “una ragazza bella” (si avverte un sottile brivido).

Basta questo per “sentirsi giovani”? O bisogna truccarsi da ragazzini, comportarsi da ragazzini, coprendosi di ridicolo e perdendo il rispetto degli altri connesso all’età?

Naturalmente, il discorso e gli esempi sono riferiti alla mia esperienza, quindi declinati al maschile eterosessuale. Si potrebbero estendere a qualunque altra esperienza.

Non bisogna confondere tra sentirsi giovani e sentirsi vivi.

Se non ci si sente vivi (indipendentemente dalla propria condizione fisica e dall’età, mentalmente vivi), tanto vale avviarsi, anticipare l’uscita, chiudere bottega, abbassare la saracinesca.

Una mia cara amica, che si tolse la vita tanti anni fa, per motivi che non è il caso di raccontare (anche perché non li conosco fino in fondo), prima di immergersi nelle acque del Tirreno per non tornare più, regalò agli amici tutti i libri, a cui teneva moltissimo.

Nessuno aveva capito la sua intenzione (a volte si preferisce non capire), eppure il gesto parlava chiaro: aveva perso la sensazione, e anche il desiderio, di essere viva.

Forse aveva pensato che “i suoi libri” sarebbero stati un segno duraturo della sua esistenza; aveva immaginato che, scorgendo per caso nella libreria un libro ricevuto in dono da lei, una persona che l’aveva conosciuta avrebbe ricordato che amava il cinema, e avrebbe legato questo ricordo al film di un attore, per esempio Clint Eastwood, che lei ammirava, ed era giovane quando anche lei era giovane, anzi era più giovane dell’attore.

Una volta mi raccontò che aveva incontrato Massimo Troisi in un albergo e che lui l’aveva apprezzata perché non si affollava per chiedergli l’autografo, come facevano le altre ragazze, che non gli davano respiro; aveva detto qualcosa come: «Si fossərə tuttə comm’a te, me putessə ripusà pur’iə int’a st’albergo» «Se fossero tutte come te, mi potrei riposare anch’io in questo albergo».

Ecco: un libro ha suscitato il ricordo di due persone che, basta parlarne, sono ancora vive.

Chi ha continuato imperterrito la sua strada, senza soluzione di continuità, fino a raggiungere la vecchiaia, anche se ha deciso di godersi le quattro stagioni di Vivaldi e la pizza quattro stagioni, finché dura, non può trascurare la scadenza.

È come con lo yogurt: lo vedi aprendo il frigorifero per cercare qualcos’altro e pensi che devi mangiarlo, non puoi rimandare.

Tutte le cose scadono, il timbro con la data ce lo mettono alla nascita, ma un conto è quando si può tranquillamente dimenticare la scadenza, fare come non ci fosse (lo mangerò uno di questi giorni), un altro quando, guardando i manifesti dei defunti, l’occhio va subito sul rigo “di anni …”.

Se il futuro si accorcia ogni giorno di più, se la data di scadenza si avvicina inesorabile, che vuoi che siano un po’ di anni regalati in base a valutazioni statistiche che hanno poco a che vedere con ciò che mi succederà domattina al risveglio, o stasera prima di andare a letto, o durante il sonno, o fra un’ora o fra dieci minuti?

Questa condizione di incertezza è legata alla vita, a qualunque età, però converrà, l’Organizzazione mondiale della sanità, che, dopo “una certa”, da collocare molto prima dei risultati di calcoli statistici, nulla è certo riguardo al futuro.

Nel quale, come un grosso punto interrogativo, si colloca il salto nel buio.

Buio completo? Buio completo.

Qualcuno dice di avere visto una luce nel buio e ci propone visioni incredibili.

Mettiamo, per esempio, i cristiani, qualunque sia il significato attuale di questa parola.

Si va da Bergoglio a Socci, al cardinale che si è costruito l’attico con vista su San Pietro, ai preti pedofili, ai vescovi che li proteggevano, ai lefevriani in sottana scura, a Camillo Langone, che, sul Foglio, dice che Gesù era ricchissimo e anche Giuseppe lo era, fece partorire Maria in una capanna perché a Betlemme non c’era posto nei grandi alberghi (o una suite lussuosa in un albergo a cinque stelle o niente), ai protestanti nordici – che non vogliono gli emigranti arrivati sui barconi – ai cattolici polacchi – che non vogliono gli emigranti arrivati sui barconi (dicono: siamo tutti fratelli in Cristo, non in pollastro, quindi il pollo me lo mangio da solo) – agli anglicani – che vanno a messa come ad un concerto – ai fanatici americani che volevano incendiare i cinema dove si proiettava “L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese (grande film), ai difensori della vita che difendono la vita del feto, dell’embrione e – perché no? – della cellula uovo fecondata, di ogni cellula uovo, di ogni spermatozoo – agli amanti della famiglia che combattono il divorzio perché, secondo loro, era meglio quando i matrimoni li annullava la Sacra Rota a chi poteva permetterselo – a una persona di mia conoscenza che va a messa la domenica, s’inginocchia, recita il credo con le braccia aperte, canta insieme agli altri e si sente confortata nella sua esistenza dalla partecipazione a questa liturgia.

Tutta questa gente, molto varia, concorda su un punto, credo: la resurrezione dei corpi.

Dunque, secondo loro, un vecchio di ottant’anni che ha perso il padre in guerra, al momento del Giudizio Universale, troverà un giovane di vent’anni, forse vestito da soldato, al quale si rivolgerà dicendo «papà, mi fa piacere vederti; finalmente! Sei uguale alle fotografie».

Il giovane padre, abbracciando commosso il vecchietto, risponderà: «figlio mio, non vedo l’ora di conoscere tuo figlio; speriamo non sia stato mandato da un’altra parte, il bricconcello» (all’altro mondo si parla così).

È difficile credere che qualcuno possa ritenere realistica questa conversazione; eppure tutta la gente che ho citato, e tanta altra ancora, accetta il concetto che la rende possibile, anzi probabile, anzi certa: la resurrezione dei corpi, cioè proprio di questa pelle, comprese le rughe, di questa carne, compresi gli ormoni che spingono tanti nostri comportamenti, comprese le ossa che, dopo una “certa”, cominciano a preoccuparci.

Non sono sfiorati dai dubbi o, se li hanno, li nascondono bene, forse anche a se stessi.

Per esempio non si domandano, nel caso il morto avesse un arto artificiale, se resuscita senza arto (il suo è rimasto di qua) o gliene procurano uno nuovo, o gli ricuciono l’arto originale, anche se, a rigore, è morto molto prima di lui, quindi non ha subìto le trasformazioni del resto del corpo.

Mettono l’arto di un bambino sul corpo di un adulto? I denti sani o i denti cariati, che aveva quando è morto?

In quale momento viene fermato il corpo che rivestirà l’anima dopo la “rupture” con la sua dotazione originale?

Il nuovo corpo avrà le stesse esigenze di quello che conosciamo o sarà più parco nelle sue richieste?

Sono problemi che hanno anche un aspetto comico, da cui non ci si libera dicendo: saremo in una condizione diversa dall’unica che conosciamo, sono problemi che ora non possiamo risolvere, bisogna avere fede.

Purtroppo, o per fortuna, io sono come San Tommaso. Forse anche un po’ peggio di San Tommaso (che meritò un cazziatone da Cristo).

Veniamo al film.

Come si collega a questa lunga premessa?

È il film conclusivo (speriamo di no) di un quasi novantenne che è stato un grande giovane, un grande uomo adulto, un grande uomo di mezz’età e ora è un vecchio.

Non ha nessun problema a mostrare il suo corpo, snello ma tendente a incurvarsi, le sue braccia rinsecchite, il volto, sempre bello ma asciugato e coperto di rughe.

Si inquadra da sotto, da vicino, mentre mangia le cose incredibili che gli americani buttano dentro, quando allarga le labbra per lo smarrimento, quando sgrana gli occhi per la paura.

Inquadra i pochi capelli che gli sono rimasti, scompigliati dal vento, il corpo debole, piegato e impiccolito (era un gigante) nelle mani dell’aguzzino che lo minaccia, al quale non può fare altro che dire: «fa quello che devi», arrendendosi senza condizioni e senza la mossa improvvisa che ci saremmo aspettati in altri tempi.

Clint Eastwood utilizza molto il primo piano in questo film, perché non è una fighetta di Hollywood o di Cinecittà invecchiata male, o un imprenditore vanesio che si è buttato in politica per scansare i processi e salvare le aziende dopo avere perso i protettori, non ha bisogno di nascondere i segni della vecchiaia: la debolezza, la vulnerabilità del corpo, le rughe (come diceva Anna Magnani?).

Riesce anche a prendersi in giro, per esempio quando, nel letto con due ragazze, dice: «ci vorrebbe il cardiologo», o quando fa dire a un poliziotto che ha incontrato per caso: «sa che assomiglia a Jimmy Stewart?».

Effettivamente, nella vecchiaia assomiglia a James Stewart, che è stato un modello per molti attori di Hollywood, uno dei due preferiti da Hitchcock (l’altro era Cary Grant), un mito per molti spettatori (fra i quali mi colloco).

Clint Eastwood, in gioventù, non aveva il volto espressivo di James Stewart.

Ai tempi, quando fu scoperto e valorizzato da Sergio Leone con i western all’italiana, i critici non l’apprezzavano e non capivano perché Sergio Leone si fosse incaponito ad utilizzare la sua maschera, che sembrava immobile, impenetrabile.

Sergio Leone, che capiva sempre una cosa in più e prima degli altri, rispose scherzosamente alle critiche ripetute dicendo: «Mi piace Clint come attore perché ha solo due espressioni: una col cappello e una senza cappello».

In realtà sicuramente aveva capito che quel volto, apparentemente immobile, riusciva a trasmettere una vasta gamma di emozioni con impercettibili variazioni, amplificate sullo schermo.

Clint Eastwood è una di quelle persone che diciamo impassibili perché non possiamo ingrandire e proiettare il loro volto su un grande schermo.

Il pubblico percepiva ogni variazione del suo stato d’animo e partecipava.

Inoltre, con la genialità dì Sergio Leone, aveva creato un personaggio diverso dal rozzo cowboy dei western tradizionali (John Wayne), un personaggio su cui ciascuno poteva proiettare o ritrovare l’archetipo del maschile, direbbe Jung, sganciandolo dal luogo, dall’epoca e dall’abito che indossava (il poncho era perfetto, poteva diventare qualunque altra cosa).

Che fosse un grande interprete, Clint Eastwood lo ha confermato nei film successivi di una lunga carriera; che fosse molto intelligente lo ha dimostrato passando alla regia non in modo occasionale, ma realizzando capolavori da premio Oscar.

In vecchiaia ha conservato la sua caratteristica: un volto poco mobile ma capace di esprimere un’ampia gamma di emozioni mediante minuscoli movimenti.

Ho visto questo film come una riflessione sulla vita attraverso il caso emblematico di un vecchio che ha pensato di risolvere i problemi economici suoi, della nipote e dell’associazione di ex combattenti della guerra di Corea, ricorrendo a una trasgressione, a un reato, di cui è cosciente, senza porsi alcun problema morale riguardo alle tante vittime della droga.

Le varie situazioni in cui si trova lo inducono a riflettere sugli errori che ha commesso in una lunga vita (conosciamo queste riflessioni attraverso i colloqui con il poliziotto buono e con la moglie morente), ma rivendica fino alla fine di volersi occupare di una cosa che è veramente importante, forse la più importante di tutte: coltivare i fiori, accudirli dal seme al germoglio alla fioritura, fino a vederli sbocciare nella loro bellezza per un solo giorno.

Non c’è nulla che conti di più di questa bellezza effimera (nella vita c’è qualcosa che non sia effimero?), per cui possiamo essere certi che se gli fosse data la possibilità di tornare indietro mancherebbe gli stessi appuntamenti “importanti”, farebbe gli stessi errori, per vedere il miracolo dei fiori, da regalare a tutti, senza nessun interesse economico.

Fin dall’inizio è uno sconfitto, non solo perché ha perso l’amore della moglie e della figlia, che non lo comprendono, ma soprattutto perché è costretto a delinquere per continuare a tenere in vita il piccolo vivaio, per aiutare la famiglia, per aiutare l’associazione degli ex combattenti, che nessun capitalista ricorda (anche perché in guerra, di solito, non muoiono i figli dei capitalisti).

È un film in parte autobiografico; Clint Eastwood non ha mai fatto il corriere per il cartello della droga, però ha coltivato fiori (come regista e come attore) e, per vedere fiorire la sua arte, probabilmente ha trascurato per lunghi periodi la famiglia (ne ha avute più di una).

Quanti compleanni dei figli, quante giornate del ringraziamento avrà saltato per partecipare ai film di Sergio Leone che lo hanno reso famoso e costruire la carriera successiva?

Senza nessuna autogiustificazione, in modo, direi, virile, chiede scusa alla figlia, alla vera figlia, che interpreta la parte della figlia del personaggio, e alla moglie, la straordinaria Dianne Wiest, a cui assegno d’ufficio il premio Oscar come migliore attrice non protagonista (non ne ha bisogno, ha già vinto l’Oscar per i personaggi indimenticabili che ha tratteggiato nei film di Woody Allen).

Clint ci dice che a volte si è obbligati a chiedere scusa, anche se non si è colpevoli: non si sarebbe potuto fare diversamente.

Alla fine riesce a recuperare, in extremis, il rapporto con la moglie; ha capito che «il tempo è l’unica cosa che non si compra» e non manca all’ultimo appuntamento, pur sapendo che il gesto gli costerà la vita.

Il film è un “road movie”, genere che piace molto agli americani (il più recente: “Green book”).

Non amo i lunghi viaggi in macchina, però devo dire che il pick-up del vecchio floricoltore – non quello nuovo, nero, che compra quando comincia a fare i soldi ed è uguale a un carro funebre – il pick-up che guida all’inizio è molto bello e fa venire la voglia di un lungo viaggio sulle strade americane, larghe, circondate da paesaggi lunari, da praterie, da folti boschi; pericolose: basta che la macchina della polizia accenda la sirena e faccia cenno di accostare per sentirsi in pericolo, anche se non si ha nulla da nascondere.

Conviene uscire dalla macchina tenendo le mani abbastanza in alto: un gesto sbagliato, un nulla e ci si trova all’altro mondo.

Che posti! La polizia fa paura ai fuorilegge, ma di più alle persone oneste.

Il vecchio stabilisce un simpatico rapporto con i delinquenti messicani, perché sa che il mondo non si divide tra buoni e cattivi; scherza con loro, parla la loro lingua; «come sta tuo figlio?», chiede a un operaio della banda che imbraccia un mitra, «sta meglio, grazie», risponde l’operaio, fino a che prevale la parte efficientista, che vuole gestire il crimine come una fabbrica, come una catena di montaggio, senza nessuna debolezza, senza nessuna distrazione.

A questo punto non c’è più posto per un uomo che ha sempre coltivato un rapporto rilassato, poetico con la vita, che cerca inutilmente di trasmettere a Julio, un “funzionario” della banda evidentemente infelice.

L’uscita da questa società ferrea nei suoi meccanismi economici (sia nella parte legale che in quella illegale) c’è, ma solo arrendendosi e sperando di finire in un carcere nel quale sia consentita la coltivazione dei fiori.