Cinema Odeon – piazza San Paolo all’Orto – Pisa (09/03/2019 h 17.30)

Tratto dal libro autobiografico “Can you ever forgive me?” (“Potrai mai perdonarmi?”) di Lee Israel.

Il titolo originale del film è lo stesso del libro; non si capisce perché abbiano scelto per la versione italiana un titolo scialbo: “Copia originale”.

Speriamo che molti superino lo svantaggio iniziale – il titolo a volte è decisivo, oltre alla pubblicità, per orientare chi può essere interessato – e non si lascino sfuggire questo film, nella selva oscura delle solite commedie all’italiana che affrontano l’omosessualità come un problema: dei figli, dei padri, dei cugini di primo grado, dei fratelli di primo letto, degli amici di famiglia … non se ne può più!

Anche in “Can you ever forgive me?” c’è l’omosessualità, ma non è un problema; è vero che si svolge a New York e non a Roccasecca, ma siamo nel mondo globalizzato o no?

Speriamo che il bel volto, largo, tondo ma bello, i capelli a caschetto che coprono la fronte, gli occhi intelligenti, il fisico abbondante di Melissa McCarthy, riescano a farsi strada fra i soliti volti, scialbi come il titolo del film, degli attori e delle attrici che affollano i manifesti, gli schermi, le trasmissioni televisive.

Dunque: “Potrai mai perdonarmi?”; sottotitolo del libro: “Ricordi di una falsaria letteraria”.

Il titolo e il sottotitolo fanno venire la voglia di correre in libreria e procurarsi il libro per leggerlo tutto d’un fiato, e poi correre al cinema, o viceversa.

Il libro si trova, ed è abbastanza smilzo e scorrevole, però non è stato tradotto in italiano e contiene espressioni dello slang newyorkese.

Tutto sommato, con l’aiuto, ogni tanto, di un vocabolario, si riesce a leggerlo, ed è una buona introduzione al film o un buon ripasso, se si preferisce vedere prima il film, che non gira in versione originale con sottotitoli, ma è doppiato molto bene.

Nelle prime pagine del libro sono riportate alcune lettere dattiloscritte, datate e firmate da personaggi importanti dell’ambiente culturale americano, in particolare newyorkese, del novecento: Dorothy Parker (scrittrice e poetessa), Edna Ferber (scrittrice), Louise Brooks (attrice e, tardivamente, scrittrice di cinema), Noël Coward (attore e commediografo).

Poi l’autrice fa la sua grande rivelazione, che riassumo per spiegare la storia raccontata dal libro e dal film.

Lee Israel, più o meno (riassumo il discorso), dice:

«Se credete che queste lettere siano state scritte dagli scrittori che le firmano, in alberghi lussuosi in America e in Europa, dove si intrattenevano con personaggi famosi del mondo della cultura e dello spettacolo (come Marlene, Garbo, George Cukor, Rebecca West), sbagliate: queste lettere sono opera mia.

Ciascuna di esse, come altre centinaia dello stesso tipo, è stata concepita, scritta, battuta a macchina e firmata da me, fra il 1991 e il 1992, in un angusto appartamento studio (flat) in New York City, che avevo acquistato nel 1969 con i proventi del mio primo libro: la biografia di Tallulah Bankhead, attrice (“Un tram chiamato Desiderio” di Tennessee Williams, 1956).

Un modesto appartamento che godeva della visuale, non di un paesaggio alpino, come l’albergo svizzero in cui passava le vacanze Nöel Coward, ma di mattoni e piccioni, ed era occupato da me e dalla mia gatta».

Questo è il senso delle prime pagine del libro.

Nel seguito, Lee Israel racconta come riuscì a vendere i suoi falsi, accuratamente elaborati, a molti antiquari, librai e collezionisti di testi particolari e rari, grazie alla sua approfondita conoscenza di quel mondo letterario, del suo stile e di molti suoi segreti, indagati scrivendo biografie di successo prima che l’argomento passasse di moda e la scrittrice piombasse nella miseria.

La sua agente le dice (anche qui le virgolette si riferiscono al senso, non alla lettera, perché il discorso è tratto a memoria dal film):«Se sei ricca e famosa puoi permetterti di essere scostante e sgarbata, di fare la stronza; non puoi fare la stronza se ciò che scrivi non interessa più a nessuno».

Ma Lee Israel era scostante e sgarbata pur essendo povera, e fulminava con le sue battute i palloni gonfiati che frequentavano il mondo intellettuale newyorkese e gli ipocriti che li adulavano.

Risultato: miseria sempre più nera, fino a non poter più curare la vecchia gatta, unico essere vivente che le suscitava un moto di simpatia.

Non è vero: Lee Israel, nel libro e – splendidamente interpretata da Melissa McCarthy – nel film, esprime simpatia verso alcune, poche persone.

Per esempio verso la madre del portiere condominiale, nonostante la mancanza di solidarietà e lo sguardo maligno del figlio («dica a suo figlio che neanche un cane si scaccia a pedate») e verso altri due personaggi di cui parlo dopo.

Non sopporta gli ipocriti, gli adulatori e i cretini; questo esclude gran parte dell’umanità con cui viene a contatto.

Non sopporta la falsità che condisce i rapporti umani, a ogni livello. Vorrebbe frequentare solo persone naturali e strafottenti.

Rubo il titolo a una piece teatrale di Giuseppe Patroni Griffi che creò scandalo e divise gli spettatori quando fu rappresentata la prima volta sul palcoscenico del Teatro San Ferdinando di Napoli alla fine degli anni settanta; la prima teatrale era avvenuta a Roma e aveva creato lo stesso putiferio; a quel tempo la gente, nei teatri, reagiva: sbatteva le mani fragorosamente, fischiava, protestava, ma reagiva; non applaudiva educatamente tutti allo stesso modo, come ora.

Sul palcoscenico agivano, poco, soprattutto parlavano, “Persone naturali e strafottenti”.

Ciò che creava divisione, nel pubblico e fra i critici teatrali, era il linguaggio senza filtri dei personaggi – un femminiello, Mariacallas, interpretato da Mariano Rigillo e una vecchia affittacamere, Violante, interpretata da Pupella Maggio, prima della consacrazione definitiva come mito del teatro napoletano con il personaggio di donna Concetta in “Natale in casa Cupiello”.

Pupella aveva lavorato in anni precedenti, dopo la morte di Titina de Filippo, col Teatro di Eduardo, ma, da quello che ricordo, fu il  “Natale in casa Cupiello” definitivo – con Luca nelle vesti di Tommasino – a farle raggiungere la vera e propria “consacrazione”; non a caso uso una parola che evoca il sacro, ma, dopo aver assistito alle lunghissime code, che iniziavano alle sei di mattina e anche prima, davanti al San Ferdinando, degli aspiranti ad accaparrarsi un biglietto d’ingresso per assistere a una rappresentazione che finiva a notte fonda con una o più poesie di Eduardo, i concetti di sacro e di mito mi sembrano i più adatti ad evocare quel clima.

In “Persone naturali e strafottenti” anche Pupella Maggio era contestata da una parte del pubblico con un silenzio risentito, mentre un’altra parte applaudiva e rideva in modo esagerato e provocatorio nei confronti di quelli che esprimevano il proprio dissenso (io ero nella parte ridanciana).

Ricordo una battuta di Pupella che oggi non sarebbe neanche notata in televisione, ma che allora indignava alcuni: «Parlate troppo, parlate in continuazione; qui non si parla, qui si chiava» (vado a memoria).

Sul palcoscenico non succedeva nulla di proibito, però i personaggi usavano un linguaggio naturale e strafottente; per chi non ha dimestichezza con il napoletano, inteso come lingua, strafottente – parola italiana derivata dalla classica fottere, certamente presente più nel parlato meridionale che centrale o settentrionale –  è chi, non avendo nulla da perdere, non si preoccupa di moderare il proprio linguaggio.

Solitamente, chi parla senza filtri e senza ipocrisia non gode di grande compagnia e di molto aiuto a risolvere i suoi problemi, soprattutto, come diceva l’agente di Lee, se continua ad occuparsi di argomenti che sono passati di moda.

Spinta dal bisogno, Lee vende ad una libreria una lettera autografa che Katharine Hepburn le aveva inviato dopo un’intervista il giorno della morte di Spencer Tracy; la lettera, scritta a mano, conteneva tracce di lacrime, di cui Katharine si scusava.

Una lettera autografa a cui Lee era molto affezionata, ma in quel momento, dice, «avevo più bisogno dei soldi che delle lacrime della Hepburn» (la gatta stava male, le spese per curarla superavano le disponibilità della scrittrice, il veterinario era fermamente deciso a non praticare la pietà cristiana).

Così Lee scopre che le lettere autentiche degli scrittori e dei personaggi famosi hanno un valore commerciale notevole, soprattutto se riportano particolari inediti o espressioni di sentimenti non presenti in altri documenti, ma che si possono desumere dalle loro opere.

Siccome lei è stata attenta ed apprezzata biografa di questi personaggi, è in grado di inventare lettere che sembrano autentiche.

Si dota di una macchina per scrivere d’epoca, una bellissima Olympia (la più bella è la Olivetti Lettera 22), di uno strumento ottico per copiare alla perfezione la firma autografa, e comincia il lavoro.

Lo strumento è ricavato da un vecchio televisore in bianco e nero: appoggiando il foglio con la firma da copiare sullo schermo orizzontale del televisore acceso ma non sintonizzato su un canale televisivo, un altro foglio sovrapposto al primo, su questo si può ricopiare la firma, seguendo la traccia visibile per trasparenza; dopo una serie di tentativi, è possibile realizzare una firma falsa perfetta.

Il contenuto dev’essere verosimile, tenendo presente che più particolari inediti si riesce ad inserire nella lettera, maggiore sarà il valore commerciale del documento.

Si sente, da parte di Lee, l’orgoglio di essere riuscita ad ingannare gli esperti del settore, non tanto grazie alla falsificazione della firma, ma con lettere indistinguibili dalle vere per il loro stile e per il loro contenuto.

La firma perfetta in calce a un documento che non riproducesse lo “spirito” di quello scrittore, il suo stile, deducibile dalla conoscenza completa della sua vita e delle sue opere, non avrebbe ingannato nessuno.

Il trucco riesce per un po’ di tempo: le lettere compaiono nelle aste di cimeli rari, nelle fiere, con tanto di documenti di esperti che ne attestano l’autenticità, e nelle vetrine delle principali librerie specializzate.

Quando Lee capisce che le lettere saranno controllate attentamente e il falso rischia di essere scoperto, usa un altro trucco: scrive una lettera identica a una originale conservata in un archivio; accede, come ricercatrice accreditata, all’archivio; sostituisce l’originale con la sua copia; si porta via la lettera originale e la vende.

Ha dato all’archivio una copia e ha rubato l’originale.

Questa variante della truffa è, naturalmente, molto più pericolosa, perché richiede il superamento dei sistemi di controllo dell’archivio; con i sistemi attuali credo che sarebbe impossibile per un normale ricercatore, se non è il direttore della Biblioteca Girolamini di Napoli, ammanigliato con la politica di un infausto recente ventennio e con mafiosi che in quel ventennio sono stati parte attiva e oggi sono, fortunatamente, in galera (purtroppo non tutti).

Il paragone tra la grande truffa milionaria ai danni della più antica Biblioteca della città di Napoli, operata da personaggi collusi con la politica e con la mafia, e le piccole truffe confessate da Lee Israel, motivate dalla disperazione, non è proponibile.

Accade che qualcuno cominci a insospettirsi e metta in allarme l’FBI, che avvia un’indagine e informa tutte le librerie specializzate.

Partendo dalla confessione di un complice della scrittrice nella vendita dei cimeli, il castello viene smontato pezzo per pezzo, Lee Israel è condannata a svolgere lavori socialmente utili e a seguire un trattamento per la disintossicazione dall’alcol, oltre a pagare i danni attingendo a una parte delle sue entrate fino ad estinguere il debito (mi rende felice l’idea, probabilmente assurda, di avere contribuito, acquistando il libro, anche se in minima misura, al risarcimento).

Non tutte le lettere false sono scovate; qualcuna campeggia sempre nella vetrina di una libreria, offerta in vendita ad un prezzo esorbitante.

Scontata la pena, rimessa in sesto, Lee torna libera e trova la voglia di raccontare la propria storia.

Il film, naturalmente, ha il vantaggio, rispetto al libro, delle immagini di New York negli anni ‘90.

Sembra il seguito di “Manhattan”; lo sguardo di Marielle Heller, la regista, è più sarcastico, meno compiaciuto dello sguardo di Woody Allen, sebbene dalle immagini trapeli la stessa passione per questa città dove la gente piomba nel sonno, abbattuta dalla stanchezza, senza spogliarsi; una città che non dorme («a city that doesn’t sleep»: “New York, New York”), una città che nessuno lascerebbe, nonostante i litri di alcol e di altre sostanze che i suoi abitanti sono costretti a ingerire per sopravvivere a quel ritmo.

Un passo indietro.

Dicevo che Lee sopporta solo la sua gatta e poche persone.

Soffre di solitudine, nonostante faccia di tutto per allontanare chi le sta accanto.

Per caso, mentre trascorre la serata in un locale, da sola, bevendo whisky con ghiaccio, incontra un uomo più vicino alla terza età che alla seconda, omosessuale, rimasto solo anche lui e privo di mezzi, un allegro dandy, che vive di espedienti, ama la vita anticonformista e avventurosa, tra un locale notturno, un incontro “proibito” e una sniffata di cocaina ogni tanto.

Lee consuma un solo tipo di droga, il whisky, però la compagnia di quell’uomo, il suo modo di parlare “naturale e strafottente” le piace.

Insieme passano le serate in giro per i locali notturni, o fanno scherzi cattivi a gente che li merita.

Lee si diverte a chiamare l’agente letteraria che non risponde alle sue telefonate, spacciandosi per Nora Ephron, famosa regista e sceneggiatrice, o per la segretaria di Barbara Streisand e facendo cadere la telefonata nel mezzo della conversazione, dopo aver lanciato una parolaccia.

Lo scherzo si ripete tante volte da spingere Nora Ephron a inviarle, tramite l’avvocato, una diffida a imitare per telefono la sua voce (la diffida è riportata nel libro, come una medaglia al merito).

Quando il suo amico ha bisogno di un tetto, lo ospita nel suo appartamento; lui l’aiuta a liberare la stanza da letto, dove dorme e lavora, dagli escrementi della gatta che si sono accumulati sotto il letto, producono un odore pestilenziale e attirano un nugolo di mosche.

Le mosche sono un problema con il quale Lee ha combattuto per diverso tempo senza venirne a capo, anche perché non ha collegato la loro presenza allo sporco (vive così) e perché, dice, le mosche sono un’anomalia inaspettata, come sarebbe la presenza, in quella zona di New York, abitata da intellettuali, notoriamente democratica (qualcuno direbbe radical chic), di un attivista repubblicano.

Risolto il problema con l’aiuto dell’amico, si trova ad affrontarne un altro.

Il suo nome è stato segnalato a tutte le librerie antiquarie come di una possibile truffatrice: nessuno è più disposto a comprare documenti da lei e uno dei librai, il più lestofante di tutti, vuole una somma notevole per non denunciarla.

Alla fine è costretta a ricorrere al suo amico per vendere le lettere false; come ho già scritto, l’FBI usa l’amico per scoprire la truffa e costringerla alla confessione: in quell’ambiente puritano il giudice tratta l’imputato con clemenza se si dimostra pentito; nel nostro ambiente cattolico il pentimento è una mercanzia, in America è un “atto di dolore”, vero o falso non importa.

Un’altra persona che potrebbe piacere alla nostra simpatica scrittrice è la proprietaria di una delle librerie, la prima acquirente delle lettere, una giovane sensibile, dolce, che aspira a diventare scrittrice, ma ha difficoltà a mettersi in gioco ed è affascinata da Lee, autrice di libri apparsi nella lista dei bestseller del New York Times.

Quest’incontro, che sembra avviarsi a diventare sentimentale, viene bruscamente interrotto dalla scoperta dell’attività criminosa di Lee, attività inaccettabile per una giovane delicata, incapace di comprendere la duplicità delle cose: nulla è completamente onesto e completamente disonesto, nulla è completamente bianco e completamente nero – naturalmente riferendosi alle piccole azioni illegali che la gente compie per disperazione, non alle grandi truffe milionarie dei professionisti dell’illegalità.

Il concetto di onestà è relativo. È facile essere onesto per chi non è disperato, per chi può aiutare la gatta malata.

Alla fine la scrittrice truffaldina, scontata la pena, disintossicata dall’alcol, chiarito il suo rapporto con un’amica dei tempi andati, che preferisce non riprendere un legame che si è rivelato molto difficile (la nostra Lee è un tipo indubbiamente complicato), rimane sola con una nuova gatta, dopo che la prima è morta nel pieno della crisi.

Sola? Non proprio.

Ha il suo talento, la capacità di scrivere che le riempie di nuovo la vita.

Scrive un libro, questo da cui è tratto il film, per raccontare la sua straordinaria avventura, rivelando se stessa, con piena onestà, senza più nascondersi dietro ad altri scrittori.

Dal libro emerge, in ogni fase della storia, anche la più drammatica, la sua grande gioia di vivere, oltre al suo talento.

Fatti gli elogi al libro, nonostante l’uso dello slang newyorkese che rende faticosa la lettura – fatti gli elogi a Melissa McCarthy, brava attrice: riempie di carne la protagonista del film, che rischierebbe di essere solo un personaggio letterario – elogiato il bravo Richard E. Grant: interpreta con ironia il personaggio del dandy gay che «si è fatta tutta Manhattan» – non bisogna dimenticare la regista, Melissa Heller, capace di svolgere una trama semplice con stile e mestiere, con le giuste inquadrature, con quelle piccole svolte che ti sorprendono e ti fanno restare attaccato allo schermo dall’inizio alla fine, senza mai cadere nel pietismo, neanche quando la gatta muore e la protagonista deve disfarsi del cadavere, o quando, alla fine, chiede il permesso al vecchio amico gay, ormai ridotto un po’ male, di raccontare la sua storia nel libro, e si commuove perché lui, dopo qualche esitazione, le dà il permesso, facendosi promettere di descriverlo come un giovane di ventinove anni, dalla pelle liscia, e di non rappresentarlo come uno stupido.

Un bel film, peccato per il titolo italiano e per la distribuzione, che non dà molto tempo e molte sale per vederlo.

Nel libro, Lee spiega la domanda utilizzata come titolo.

Stava “inventando” una lettera che Dorothy Parker avrebbe scritto in un momento difficile della sua vita.

Ci racconta:

«La frase “Can you ever forgive me?”, “Potrai mai perdonarmi?” è mia.

Quando l’ho scritta ho immaginato la pallida, sperduta Dorothy Parker chiedere scusa per ciascuna delle innumerevoli sconvenienze, omissioni, e/o parole taglienti … chiedere scusa senza alcuna intenzione di correggere i suoi modi ribelli.

La frase sui postumi della sbornia, e la parte migliore della lettera, appartiene a Dorothy».

Anche la seguente è di Dorothy Parker; epitaffio sulla sua tomba, che lei stessa aveva scritto: 

«Excuse my dust», «Scusate la polvere».