Cinema Alfieri – via dell’Ulivo, 6 – Firenze (20/05/2019 h 18.00)

Questo film è la rappresentazione di un mondo a parte, un mondo abitato da registi, attori, scrittori di successo.

Invecchiano, si ammalano, come tutti; assumono droghe, anche le più pericolose: cocaina, eroina.

Nel nostro mondo di gente comune, se noi ci facciamo di eroina, in breve tempo ci ritroviamo nel famoso tunnel, con la qualità della vita ridotta al minimo: l’eroina è famelica, rende dipendenti, impone di aumentare le dosi; i soldi non bastano mai.

Nel mondo parallelo, invece, le dosi sono a portata di mano, ci sono amici disposti a procurarle, anche a regalarle ogni tanto, i soldi a disposizione sono tanti: dunque si ha la possibilità di sperimentare e, non sempre, fermarsi all’ingresso del famoso tunnel.

In quel mondo si vive in belle case, piene di quadri di valore appesi alle pareti, di tappeti buttati per terra – in realtà nel film non si vedono tappeti, ma mi è venuta in mente una battuta di Eduardo De Filippo in “Natale in casa Cupiello”, quando descrive la casa della figlia all’amico di Tommasino. Per fargli capire che si tratta di una casa ricca dice: «È piena di tappeti buttati per terra» (“ittàtə pə terrə”). Questo, per lui, è il segno distintivo della ricchezza.

Dopo una certa età, i registi, gli scrittori, gli attori di successo spesso soffrono di mal di schiena, come tutti, vanno in depressione.

Però loro, quando decidono di curarsi, trovano il medico specialista che li visita immediatamente e si mette a disposizione.

Se hanno bisogno di sottoporsi a controlli importanti, per esempio la TAC, a interventi chirurgici, non fanno la fila: si trovano subito tra le braccia accoglienti di infermiere disponibili, sotto lo sguardo attento di chirurghi amichevoli, in cliniche private munite di tutti i conforti, le comodità che rendono agevole la vita anche in situazioni di tensione.

I comuni mortali affrontano lunghe liste di attesa, a volte solo per togliersi un dubbio.

Il Servizio Sanitario Nazionale – in Italia e, credo, anche in Spagna – ragiona così: non sei urgente; aspetta e non rompere i coglioni; così impari a non metterti in grave e immediato pericolo di vita.

L’attore riempie le sale con un monologo in cui racconta un rimpianto, una storia d’amore finita male (l’autore è il famoso regista).

La parte del racconto ripresa in teatro e inserita nel film sembra banale, poco interessante; non si capisce come riesca a mantenere sveglio e attento il pubblico per tutta la durata dello spettacolo, con quella messinscena minimale: uno schermo, una sedia e l’attore monologante (dopo un quarto d’ora, se il testo non regge: due palle!).

Il regista ha vissuto una lunga interruzione del suo lavoro (guarda caso: come è accaduto ad Almodóvar), dovuta alle sofferenze di cui si diceva.

Le ha affrontate ricorrendo a uno strano modo di assumere i medicinali (pillole triturate tutte insieme, ridotte in polvere, mescolate con acqua, ingurgitate: un sorso velenoso) e al momentaneo sollievo prodotto dalla droga.

Quando si rende conto (abbiamo già superato la metà del film, fortunatamente in questa sala ci hanno risparmiato l’inutile, antidiluviano “Intervallo”) della necessità di farsi aiutare e, forse, anche del pericolo di imboccare il famoso tunnel, risolve con razionalità i problemi fisici e ricomincia a fare film.

Così siamo arrivati alla fine, quando ci viene mostrato che abbiamo assistito a un film (ma va! non ce n’eravamo accorti): un film che ha come argomento principale il racconto dell’infanzia del regista.

A questi registi famosi, che vivono di rendita sui film realizzati più di trent’anni prima, non verrebbe mai in mente di raccontare l’ultima tournée di Stanlio e Ollio, o la storia di una falsificatrice letteraria o le creature di confine tra umani e non umani, per citare i film più belli che ho visto negli ultimi tempi.

Raccontano la propria infanzia, con puntate sugli anni della maturità e sulle sofferenze della vecchiaia, perché l’infanzia non basta a riempire un intero film; solo Fellini ci riusciva, reinventandola.

La famiglia del regista era così povera che la madre dormiva per terra e vivevano in una grotta, con tutte le conseguenze, tra le quali una promiscuità pericolosa, perché c’è sempre un imbianchino analfabeta ma palestrato che decide di mostrarsi nudo a un bambino rimasto solo in casa.

Nonostante l’evento sia così scioccante da determinare lo svenimento del bambino – è stato troppo tempo al sole, spiega l’imbianchino alla madre, senza raccontarle la scena a cui lo ha fatto assistere – il regista non mostra alcun tipo di riprovazione nei confronti di un individuo che forse era solo un incosciente, forse aveva tendenze pedofile.

Addirittura, alla fine, c’è il recupero di questa figura, secondo me ambigua, attraverso un ritratto del bambino che l’imbianchino ha realizzato poco prima di farsi vedere nudo.

La madre aveva intuito qualcosa e buttato via tutto (la saggezza delle donne di una volta).

Alcune scene sono molto belle, per esempio le donne che lavano i panni nel fiume, li strizzano, li stendono ad asciugare sull’erba alta, cantano.

La lingua spagnola è melodiosa.

La parte più bella del film è la descrizione del rapporto tra il regista e la madre, quando lei è anziana, malata, le resta poco da vivere e riflette, insieme a lui, sulle cose che non sono andate bene, sugli errori causati dalla povertà.

Per esempio averlo costretto ad andare in seminario per farlo studiare, facendosi guidare da una di quelle serpi cattoliche che perseguitavano le famiglie povere con la scusa della beneficienza.

Le serpi catturavano i bambini mandandoli in seminario “per la gloria del Signore”; un prete esperto di musica si preoccupava unicamente di selezionare i più intonati per sfruttarli nel coro, sempre “per la gloria del Signore”.

Un tempo i bambini più dotati erano castrati per farli diventare voci bianche; al futuro regista è andata meglio: gli facevano saltare le lezioni di storia e di geografia in favore del canto, per farlo diventare un buon solista nel coro; poi lo promuovevano, senza preoccuparsi minimamente della sua educazione.

Attraverso una serie di flashback, si passa dall’infanzia a pochi anni fa, dal bambino all’uomo maturo, che ha raggiunto il successo ma non è riuscito a restituire alla madre l’amore che ha ricevuto; non sa come fare, troppo diverso è divenuto lo sguardo, la percezione della realtà di quella signora devota, legata a valori antichi, dalla sua visione.

Lei lo rimprovera perché c’è stato un momento in cui il regista ha preferito tenerla lontana dalla sua vita.

Ora gli piace ascoltarla, tenerla per mano, aiutarla a camminare, a provare la mantilla nera che dovrà indossare sul letto di morte; però non riesce a mantenere la promessa di farla morire nel suo letto.

La vita non ci dà la possibilità di trattenere le persone che amiamo, di stare un altro poco insieme a loro, anche solo per mantenere le nostre promesse.

Questa è la parte più bella del film, sicuramente riferita a situazioni e sentimenti veri vissuti da Pedro Almodóvar.

A volte sembra che il regista voglia solo allungare il brodo, come a scuola, quando scrivevamo largo il tema per arrivare alla seconda facciata del foglio.

Per esempio quel lungo discorso, quella discettazione dettagliata sull’origine e sulla localizzazione delle malattie, con la voce fuori campo di Antonio Banderas, interprete del regista, e l’utilizzo di una sequenza interminabile di schemi e tavole anatomiche; tutto ciò per dire semplicemente: avevo continui mal di schiena ed ero depresso.

Poi c’è l’episodio romantico, nel quale è difficile identificarsi a chi non vede con piacere due uomini con la barba bianca baciarsi appassionatamente (non cambierebbe molto se la barba fosse scura o fossero rasati).

De gustibus …

Ma, a parte le preferenze sessuali (la libertà di scelta non comporta l’obbligo di identificarsi nelle scelte degli altri), anche se uno dei due fosse una donna matura e interessante, c’è una forzatura in quella parte del film, nelle lacrime, nell’eccesso di sentimentalismo stucchevole con cui è raccontato un episodio banale della vita del regista.

A chi non è toccato lasciare la persona amata? Qualcuno l’ha rivista per caso dopo tanti anni, generalmente rimanendo deluso e domandandosi come ha fatto a conservare così a lungo quel lontano ricordo.

Non è una regola; infatti il regista protagonista del film, anche se invecchiato e malandato, sembra ancora attratto dall’uomo, diciamo maturo per non dire vecchio, che gli si presenta all’improvviso, dopo essersi riconosciuto nel monologo recitato in teatro.

Una cosa troppo complicata per crederci.

Anche questa parte sembra motivata dal desiderio di arrivare alla seconda facciata del foglio.

L’infanzia è un sogno ricorrente, è girata con una luce diversa dal resto.

Il resto è un mondo a parte.

Ogni tanto uno squarcio di realtà attraversa quel mondo artificiale di gente privilegiata: l’incontro con la madre, di cui si è detto, i discorsi della cameriera andina che svolge i lavori domestici e si preoccupa per la vita disordinata che il regista conduce nonostante i problemi fisici, la lite tra due individui poco raccomandabili nella zona dello spaccio.

C’è un personaggio femminile – non ho ben capito chi rappresenti: un’amica, una segretaria, un’assistente; ma penso di essermi distratto – sempre disponibile ad aiutare il regista e a dargli buoni consigli senza essere invadente.

Mi sembra un personaggio non ben sviluppato: non si capisce bene il suo rapporto con il regista, se ha un interesse professionale, o è innamorata di lui, o semplicemente gli vuole bene.

Probabilmente è un’assistente innamorata che gli vuole bene.

Non ne sono certo perché questo è il tipo di film che non cattura interamente la mia attenzione, così mi capita spesso di perdere il filo.

Mi distrae constatare lo spreco di risorse di un regista che avrebbe a disposizione tanti mezzi tecnici e espressivi; potrebbe fare, e ha fatto, film bellissimi, necessari.

A scuola, in coda al giudizio sul tema, la professoressa di lettere scriveva: svolgimento tirato troppo per le lunghe, saltabeccando (usava questo verbo) da un episodio all’altro, senza un reale collegamento. Un argomento è svolto in maniera egregia (diceva proprio: maniera egregia) e avrebbe meritato un approfondimento: il rapporto con tua madre. Non importa se ne hai già parlato in altri temi, è evidente che ti coinvolge e ti affligge ancora molto.

A volte aggiungeva: dovresti impegnarti di più.