Cinema Alfieri – via dell’Ulivo, 6 – Firenze (22/05/2019 h 17.45)

Il film racconta una storia paradossale, ben oltre il limite della credibilità, con chiaro intento umoristico; dunque è una commedia dell’assurdo.

Prima impressione (dopo un quarto d’ora): troppo lento, prevedibile, il protagonista principale, Kais Nashif, non possiede una particolare vis comica.

La sua espressione è triste, ma questo è un pregio: i più grandi comici avevano la faccia triste, con qualche eccezione.

Il suo volto non è abbastanza mobile.

Può darsi non sia un difetto, dipende dal tipo di comicità: la faccia di Buster Keaton era una fotografia; Groucho Marx alternava due espressioni – una romantica, pensosa, l’altra arcigna – mentre guardava nell’obiettivo della macchina da presa e pronunciava le battute più assurde, contraddicendo la regola applicata da tutti: fingere di ignorare di essere ripresi, mai rivolgersi direttamente agli spettatori.

Al contrario, Totò e Fernandel muovevano ogni muscolo del volto, si esprimevano anche con i dentoni (Fernandel), con la mascella (Totò).

Va valutato, nel caso di questo giovane attore, se si tratta di una immobilità programmata, frutto di una scelta.

L’attore predilige un tipo di recitazione contenuta, sembra si ispiri all’humour britannico; l’unico organo mobile nei momenti più intensi è il pomo d’Adamo, che sembra dotato di vita propria.

Un attore che si esprime muovendo il pomo d’Adamo; potrebbe essere un complimento.

Decisamente è un comico.

Bisogna vedere se fa ridere.

Qui la cosa è più complicata: non basta l’incipit per valutarla, dipende dalla trama, dalla lingua, dalla cultura locale.

Per esempio: penso non sia possibile far ridere i finlandesi con la battuta «Noi il caffellatte lo prendiamo senza caffè … e senza latte» (Totò, “Miseria e Nobiltà”).

Credo che un pubblico di finlandesi, dopo avere ascoltato questa battuta, rimanga immobile, con l’espressione dubbiosa di chi si domanda: «Com’è possibile fare il latte e caffè senza metterci il latte e senza metterci il caffè? Ci dev’essere un errore di traduzione».

Certamente non ridono.

Analogamente, sono sicuro che alcune battute mi sono sfuggite perché legate agli sfottò reciproci tra israeliani e palestinesi (il bacio arabo, qualcosa riguardo al cuscus e altre che ora non mi ricordo).

Ma, purtroppo, in questo film sono tante le situazioni riferite a una realtà incomprensibile o inaccettabile.

A proposito del cuscus: lascia sbigottiti la testimonianza del protagonista palestinese che spiega perché non ama questo piatto tipico, tradizionale della cucina araba.

Dopo la guerra dei sei giorni, nei primi mesi dell’occupazione israeliana (aveva sei anni), dovette rimanere chiuso in casa con la sua famiglia per mesi. In quel lungo periodo avevano da mangiare solo cuscus in scatola.

Per questo non sopporta il cuscus.

Questo racconto, da solo, sposta il film dal genere commedia alla tragedia; israeliani e palestinesi tra di loro si capiscono, capiscono tutte le sfumature di un film che tenta di costruire una commedia su una realtà tragica che i due popoli vivono da decenni.

Non è facile riuscire a prendere in giro se stessi e gli antagonisti in una situazione così difficile, con i morti da una parte e dall’altra.

Per questo il film è un buon segno: non si può desiderare la sconfitta totale, l’annientamento, la scomparsa dalla faccia della terra o da quella parte della terra che si rivendica come propria, di esseri umani, di persone che si conoscono tanto bene da riuscire a ridere dei loro tic, dei loro lati deboli, dei loro difetti.

Il palestinese che prende in giro il militare israeliano mostrandogli il sedere, mentre i suoi amici ridono (Gianluca Cecere, profilo Instagram), riconosce in quel ragazzone grande e grosso che gli sta di fronte uno uguale a lui, a quelli del suo gruppo, il tifoso di una squadra avversaria, con cui, finito il campionato, si potrebbe fare amicizia.

È significativa anche la foto – gianlucacecere.it e nel libro “Walking the Line”, Milieu Edizioni, Milano, pag.62 – del militare che tiene fermo il ragazzino “catturato” tenendogli un braccio intorno al collo; da un lato c’è un altro militare armato, dall’altro una donna con la hijab, che parla tranquillamente; intorno la gente passeggia, qualcuno guarda incuriosito, qualcuno scatta fotografie.

Il ragazzino ha l’espressione soddisfatta, nonostante il pericolo di dover passare del tempo in prigione; forse il “coraggio” dimostrato nel dare fastidio ai militari gli consente di affermarsi agli occhi dei compagni, nella propria comunità.

È quasi un gioco di ruoli (quando non degenera in tragedia).

Nel film il personaggio del capo pattuglia svolge questa funzione: rendere umano l’antagonista.

È sicuramente uno stronzo, tendente alla sopraffazione, a sfruttare il proprio ruolo per ottenere piccoli vantaggi: mangiare un buon cuscus, fare il superuomo con i soldati.

Non può fare il superuomo con la moglie, che ne conosce la mediocrità; quando rientra a casa è sempre un po’ depresso.

Tratta il palestinese con modi rudi, militareschi, ma non riesce a nascondere la sua ammirazione di fondo per uno che scrive le soap opere; gli suggerisce la trama, i dialoghi, si atteggia a sceneggiatore, sogna di entrare in quel mondo che tutti ammirano: israeliani, palestinesi, militari, impiegati, casalinghe; forse, spingendo un po’ avanti la commedia dell’assurdo e allargando il discorso ad altri fermenti presenti nel mondo arabo, in questo elenco eterogeneo di appassionati delle fiction televisive si potrebbero includere i terroristi, si potrebbe immaginare un kamikaze che rimanda l’esplosione della bomba perché vuole sapere come finisce la puntata.

Alla fine, il militare riesce a realizzare il suo sogno: apparire in televisione, diventare, almeno una volta, una star ammirata da tutti, anche dalla moglie.

È un personaggio comico, che riflette un aspetto tragico della vita reale: quanti stronzi come quel capo pattuglia possono decidere, in nome della sicurezza, la vita di chi è costretto ad attraversare quotidianamente i posti di blocco tra Gerusalemme e Ramallah?

Che vita c’è, quando la vita è in mano ai militari?

Una nazione avanzata, moderna, può rinunciare per tanto tempo all’habeas corpus di gran parte delle persone che sono comunque sotto la sua tutela in quanto vivono in territori limitrofi o all’interno dei suoi confini?

Sono domande pesanti, che nascono spontanee – direbbe il grande Lubrano – dalle situazioni leggere, paradossali, su cui si basa la trama del film.

Attualmente, credo, non ci sia una risposta.

La situazione si è immobilizzata: un’altra generazione di giovani dovrà puntare un’arma su altri giovani che si spostano da una parte all’altra di una nazione democratica o tra territori soggetti ad amministrazioni diverse; i giovani sui quali è puntata l’arma dovranno sentirsi ogni volta minacciati e sottoposti all’arbitrio di un soldato nervoso, di un capo pattuglia stronzo.

Altri minorenni in manette saranno portati davanti a un capo pattuglia, come accade nel film, perché privi di documenti, saranno mandati in un’altra stanza ad aspettare, ad accumulare rabbia, odio.

Altri ragazzini tireranno sassi, come in un gioco, contro soldati armati di tutto punto, fino a che qualcuno perderà il controllo, qualche altro si farà male; dal gioco, dalle risate di scherno, dalla commedia, si passerà alla tragedia.

Non si sa quando la situazione potrà evolvere nel senso del riconoscimento reciproco dei diritti di due popoli che si conoscono troppo bene per desiderare di distruggersi a vicenda.

In conclusione: l’impressione riportata all’inizio si conferma alla fine (l’incipit non mente).

Forse non è un grande film, non resterà impresso nella memoria, non cercherò di rivederlo tra qualche tempo (solo i capolavori restano impressi e non ci si stanca di rivedere); però sono contento di averlo visto, spero che sia visto da molti e aiuti anche altri a ricordare una realtà che tende ad essere dimenticata, ed è, purtroppo, potenzialmente esplosiva (non solo in senso metaforico).