Teatro della Compagnia – via Cavour, 50r – Firenze (6 luglio 2019)

Un bel tuffo rinfrescante nel neorealismo cinematografico italiano.

Con questo caldo asfissiante – è ancora lontano agosto, quando, per antica tradizione, mi concedo il mare – il bianco e nero, nella bella sala di via Cavour, può dare un po’ di refrigerio.

Cinema Teatro “La Compagnia”: un ampio salotto dove passare un po’ di tempo, prima e dopo la proiezione, prendere un buon caffè; comode poltrone e tavolini, niente distributori di popcorn. Evviva!

Ottima programmazione estiva di “Cinema ritrovato”: i film classici restaurati dalla Cineteca di Bologna; gli ultimi film usciti dal festival di Cannes.

Via Cavour, in questo periodo, è quasi deserta di macchine e frequentata solo dai turisti, che si riversano in fondo, verso via de’ Martelli per raggiungere piazza Duomo, oppure, dalla parte opposta, verso piazza San Marco e la vicina, bellissima, piazza Santissima Annunziata.

Tre piazze: tre capolavori dell’arte cristiana e, in particolare, cattolica.

In questo senso “non possiamo non dirci cristiani”, anche se non ci convince la visione trascendente alla base di ogni religione.

Finché saremo sull’astronave, accontentiamoci di guardarci intorno con stupore, di ammirare la bellezza che ci circonda, anche in questa estate infuocata; non solo l’arte cristiana: la campagna, i grandi cipressi che scorrono dal finestrino del treno.

«I cipressi che a Bólgheri alti e schietti …».

Carducci può piacere o non piacere, ma nessuno potrà negare che questo incipit è perfetto. Con il resto che segue. O no?

Ogni tanto si afferma la moda di disprezzare, ritenere superato, sopravvalutato, un classico della letteratura, di solito della letteratura italiana.

Alessandro Manzoni quante ne ha passate! Purtroppo anche nelle scuole e nelle università.

Ricordo il grande filosofo che, in una lezione all’Università di Firenze che seguivo per digrossarmi (avevo quasi quarant’anni e facevo sacrifici per conciliare lavoro e lezioni, cioè lezioni e lezioni), traducendo in italiano alcuni versi del poeta tedesco Friedrich Hölderlin disse: «mentre Hölderlin scriveva questi versi, un tale, che in Italia è sempre stato sopravvalutato, scriveva “La sventurata rispose”».

Non si degnò neanche di nominare “il tale”.

Mi sembrò di non poter seguire altre lezioni e, anziché continuare a buttare i soldi con l’università (ero già laureato in biologia), feci la scelta giusta: comprai un computer Olivetti 386, che era da poco uscito sul mercato (siamo stati i primi; per finire, poi, come sappiamo).

Il confronto assurdo espresso con nonchalance dal grande filosofo mi è veramente servito.

All’uscita dal cinema sono riuscito a fotografare la larga strada in un momento in cui non c’erano macchine e solo pochi pedoni (ho aspettato che il semaforo, in fondo, passasse al verde), in primo piano le biciclette legate alla rastrelliera, un mezzo di locomozione amato dai fiorentini e dai turisti, purtroppo un po’ meno delle rumorose due ruote a motore che, secondo me, inquinano più delle macchine e sono molto più pericolose, per chi ci va sopra e per chi ci passa davanti attraversando la strada.

Nella famiglia delle due ruote a motore salvo solo la vespa, diventata simbolo del cinema di Nanni Moretti, perché va piano, non scavalca il marciapiede (le ruote sono piccole), non produce il rumore insopportabile dell’accelerazione e non è guidata da giovani desiderosi di imitare sulle strade normali le gesta di Valentino Rossi (quando vedo uno di quei “cosi” sollevarsi su una ruota sola, freno a stento i miei istinti omicidi, che, peraltro, non potrei esercitare, anche se non li frenassi).

La foto della rastrelliera in via Cavour era indispensabile per illustrare il commento a “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica. Banale ma indispensabile.

In un altro commento ho scritto che non sono appassionato del neorealismo italiano; confermo.

Ho anche scritto che preferisco De Sica di “Ieri, oggi, domani”, o di “L’oro di Napoli”, a De Sica di “Sciuscià”.

Confermo.

Leggo sullo schermo, in una presentazione del restauro del film, la data della prima uscita di “Ladri di biciclette”: 24 novembre 1948; quattro anni prima c’era ancora la guerra.

Nella testa di tutti c’era il ricordo di un regime basato sulla propaganda e sulla falsificazione sistematica della realtà (“otto milioni di baionette”), negli occhi c’era un cinema utilizzato come arma di propaganda e di falsificazione della realtà; nelle orecchie c’era il rumore delle mitragliatrici e dei bombardamenti; davanti c’era l’Italia ridotta a un cumulo di macerie da una guerra assurda, da una massa di esaltati che avevano portato fino in fondo la loro ideologia di morte.

Vittorio De Sica era un artista: non si atteneva alle regole rigide di un genere.

Un grande regista.

Basti ricordare come ha raccontato il modo in cui riuscì a far piangere il bambino preso dalla strada, per girare la famosa scena finale del film.

Enzo Staiola (Bruno) non aveva voglia di piangere; allora De Sica fece finta di trovargli nelle tasche dei mozziconi di sigaretta e disse: «Ho capito chi sei, sei un ciccarolo (raccoglitore di cicche)»; il bambino si mise a piangere veramente e lui riuscì a girare la scena.

Un racconto del genere oggi susciterebbe proteste, perché siamo molto attenti al rispetto delle regole formali nei rapporti umani, e non badiamo alla sostanza.

La sostanza è che sicuramente il bambino, dopo, capì che si trattava di un gioco: il gioco del “facciamo che io fossi”, che poi è il gioco del cinema.

Facciamo che io fossi un ciccarolo, scoperto mi metterei a piangere; facciamo che io fossi il figlio del povero Antonio Ricci, disoccupato e disperato: vedendo mio padre umiliato e offeso, piangerei lacrime vere.

Questo è il cinema, per gli attori, per il regista e per gli spettatori; non è la realtà; è “facciamo che io fossi”.

De Sica aveva ben chiaro che non stava rappresentando la realtà – come affermò Pasolini in un’intervista televisiva; testuale: «il cinema è la rappresentazione della realtà con la realtà»; a me sembra una grossa sciocchezza; l’ha detto in un’intervista che ricordo perché da subito pensai: «è una sciocchezza»; non credo l’abbia scritto, non so.

De Sica aveva chiaro che stava raccontando una storia immaginaria, un po’ assurda, se vogliamo, con tutte quelle coincidenze: sono disoccupato e disperato al punto di essere costretto a impegnare le lenzuola per recuperare la bicicletta necessaria per il lavoro di attacchino comunale; sono disattento e un po’ ingenuo, un po’ svagato (all’inizio stavo per perdere il posto perché mi ero messo seduto nel prato, lontano dagli altri); mi rubano la bicicletta; giro a vuoto, senza pensare a cercare una soluzione ragionevole (qualcuno che mi presti la bicicletta fino alla prima paga); provo a rubare una bicicletta; mio figlio è presente alla mia umiliazione.

Se questa vicenda fosse capitata veramente a qualcuno, avrebbe fatto bene a darsi una regolata o a farsi benedire.

Sullo schermo la storia è vera, ci emoziona, ci prende; sarebbe vera non solo in quel periodo di miseria diffusa, quando, secondo Andreotti, c’erano panni sporchi da lavare in famiglia – evidentemente aveva preso il film per un documentario e reagiva come sempre avrebbe reagito in tutta la sua vita politica: nascondere l’immondizia, venire a patti, appoggiare e farsi appoggiare da Sindona, accettare come suo uomo in Sicilia uno come Salvo Lima (Peter Gomez: “Andreotti, potere e misteri /1 e /2 Il Fatto Quotidiano, maggio 2013).

Non è lui che disse in un’intervista: «Ambrosoli se l’è cercata»?

Per l’esattezza: domanda e risposta nell’intervista a “La storia siamo noi”, trasmissione televisiva di Giovanni Minoli, RAI2:

«Secondo lei, perché Ambrosoli è stato ucciso?» «Questo è molto difficile. Non voglio sostituirmi né alla polizia né ai giudici. Certo era una persona che, in termini romaneschi direi: se l’andava cercando».

In seguito alle polemiche suscitate dalla sua affermazione, Giulio Andreotti diffuse la nota seguente: «Sono molto dispiaciuto che una mia espressione di gergo romanesco abbia causato un grave fraintendimento sulle mie valutazioni delle tragiche circostanze della morte del dottor Ambrosoli. Intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto».

Come si vede: un passo indietro solo riguardo alla forma; si può dedurre che, secondo Andreotti, Giorgio Ambrosoli avrebbe fatto meglio, con il difficile incarico assunto, a non esporsi a rischi, a chiudere un occhio e, se necessario, a chiuderli entrambi.

Quando penso ai governanti attuali (luglio 2019, una squadra deprimente), mi risollevo dallo sconforto con il pensiero che siamo stati governati per anni da uno che è stato assolto per il reato di associazione a delinquere fino al 1980 per prescrizione. Per prescrizione, sentenza confermata dalla Cassazione; come dire: ha commesso il reato di associazione per delinquere fino al 1980, però il reato è prescritto (Gian Carlo Caselli, Guido Lo Forte: “La verità sul processo Andreotti”, Editori Laterza).

Chiusa la parentesi, torniamo a “Ladri di biciclette”.

Una storia come quella raccontata nel film, anche se un po’ esagerata, organizzata per catturarci con un crescendo di suspence (non si poteva fargli ritrovare la bicicletta, era necessario mantenere la tensione fino in fondo, come in un film di Hitchcock) sarebbe vera, sullo schermo, anche oggi.

Sarebbe vera e ci emozionerebbe, anche se, per allontanare lo sconforto, ci piacerebbe confinarla dentro il neorealismo cinematografico italiano, illuderci di considerarla un episodio di povertà estrema nell’Italia del dopoguerra.

La miseria e l’umiliazione dei poveri esistono ancora e non bastano proclamazioni dai nuovi balconi per affermare che sono state sconfitte definitivamente.

De Sica, da artista, non si chiudeva dentro i canoni di un genere.

Nel film ci sono anche le dame di carità: il cattolicesimo bigotto delle signore e dei signori dell’alta borghesia che danno ai barboni la possibilità di un pasto caldo e un po’ di pulizia, ma in cambio pretendono la partecipazione a una funzione religiosa: una parentesi quasi comica, se non fosse inserita in una situazione drammatica.

Fra i seminaristi tedeschi che si riparano dalla pioggia sotto un cornicione insieme ad Antonio e al bambino, si vede il giovanissimo Sergio Leone, che fa la comparsa in questo film; è come rivedere la fotografia da giovanissimo dello zio a cui si vuole bene; lo stesso succede quando si riconosce fra gli attori e le comparse un caratterista che si ritroverà in altri film; per noi cinefili, non solo per noi, queste sono persone di famiglia, Sergio Leone è proprio lo zio che non abbiamo dimenticato, anche se è morto da tanto tempo, perché ci voleva bene e ci ha lasciato una ricca eredità.

C’è poi la scena della santona, dove il film vira su tematiche che poi si chiameranno felliniane.

Il regista è incuriosito: si guarda intorno mentre va in giro insieme ad Antonio Ricci e al bambino alla ricerca della bicicletta.

Non a caso diciamo che il regista “gira” le scene, fa un giro insieme ai personaggi del film.

Gira e osserva i tipi curiosi, i volti e i corpi degli uomini che solidarizzano con il ladro; per strada sono quasi tutti uomini; le donne, come la madre del ladro, partecipano affacciandosi dalle finestre, stanno in casa a cucinare o vanno a prendere l’acqua nei secchi.

Gli uomini creano i problemi, si guardano in cagnesco, si minacciano, si disperano, qualche volta solidarizzano con chi ha avuto una disgrazia; le donne cercano una soluzione, affrontano la situazione senza farsi troppo scomporre, proteggono i propri affetti.

È certo che la moglie, Maria, anche questa volta avrebbe trovato una via d’uscita; lui riesce solo a girare a vuoto, a tormentare il bambino, a disperarsi; fin dall’inizio: «Mannaggia il giorno in cui sono nato» è stata la sua unica reazione quando ha raccontato alla moglie la sfortuna di avere impegnato la bicicletta; Maria ha trovato la soluzione «Si può dormire anche senza lenzuola».

«Entrate, guardate sotto al letto; siamo onesti, mio figlio è incensurato», ripete la madre del ladro al poliziotto buono; verrebbe voglia di crederle; in fondo, come fa Antonio Ricci ad accusare quel giovane forse epilettico? Noi stessi, testimoni oculari, non siamo sicuri che sia lui. Dovremmo tornare indietro a quella scena e vederla al rallentatore.

De Sica descrive un ambiente simile a quello che, in altro luogo e altra epoca, aveva suscitato la curiosità e sviluppato lo spirito di osservazione di un grande descrittore, di un grande raccontatore: Charles Dickens.

Ci dà anche la possibilità di vedere come erano cantate e sceneggiate dalle piccole compagnie scalcinate, dai cantanti che si esibivano nei ristoranti e nelle festicciole di partito, quelle canzoni che abbiamo conosciuto nella versione professionale, impeccabile, in televisione o nei film degli anni successivi.

Secondo me per De Sica “realismo”, più che riferirsi alla storia raccontata, voleva dire cogliere con la macchina da presa i pensieri, i sentimenti della gente comune, non più di chi viveva nel mondo ovattato dei “telefoni bianchi”.

Per lui era realista anche un film come “Miracolo a Milano”, che finisce con i poveri in volo sulle scope per raggiungere un posto dove «Buon giorno» vuol dire veramente buon giorno.

Il soggetto di “Ladri di biciclette”, completamente rifatto rispetto al libro che aveva dato l’avvio, è di Cesare Zavattini, che è anche nel lungo elenco degli sceneggiatori, fra i quali lo stesso De Sica.

Cesare Zavattini è l’autore del libro “Totò il buono”, da cui fu tratto “Miracolo a Milano”.

Per questo film i critici parlarono di realismo fantastico, un modo per incasellare comunque due artisti che, anche se molto diversi, avevano un’affinità di fondo.

Me lo ricordo Zavattini, con quel suo vocione e il modo di parlare di un poeta. Quando lo vedevi, intervistato in televisione, metteva allegria.

Se non ricordo male, fu il primo a dire “cazzo” in una trasmissione radio: grande scandalo dei “benpensanti” ipocriti.

“Ladri di biciclette” non è solo la rappresentazione simbolica della miseria nell’Italia del dopoguerra – attraverso l’umiliazione di Antonio Ricci, disoccupato e disperato, costretto a vedere il proprio bambino piangere per la sua vergogna – è la storia degli umiliati e offesi di tutti i tempi, dei migranti di “Furore” (John Steimbeck, “The grapes of wrath”, letteralmente: “I grappoli d’ira”), un libro che si rilegge con la stessa indignazione, lo stesso furore, anche se oggi i discendenti dei contadini che fuggivano verso la California alla ricerca di una vita migliore votano per uno che vuole alzare muri per impedire ad altri disgraziati di realizzare il proprio sogno.

«Non possiamo fare spazio ad altri», dicono e ripetono, e votano.

«Non c’è posto», dicono anche i discendenti degli italiani che s’imbarcavano con una valigia di cartone per raggiungere l’America.

Non c’è posto, non possiamo stringerci, già facciamo fatica a sopportarci tra di noi, vogliamo continuare a consumare risorse a più non posso, vogliamo continuare a usare i paesi poveri come discarica e ci precipitiamo (io no) a votare per questi politici squallidi che, anziché trovare soluzioni umane, si rivolgono alla pancia della gente; io no, a me fa schifo chi si rivolge alla pancia della gente, chi ha tanta dimestichezza con il contenuto della pancia e, particolarmente, degli ultimi tratti dell’intestino; sono così abituati ad avere a che fare con il contenuto della pancia che la loro faccia ricorda esattamente quel contenuto; hanno la faccia di … contenuto della pancia, in particolare del colon e del retto.

Basta vederli, tutti contenti, soddisfatti per i successi che stanno mietendo in questo periodo ad ogni tornata elettorale, per capire che non durerà, ci penserà la realtà, non quella sempre un po’ costruita dei film, ma la realtà della vita a far capire che questi faccia di … contenuto del retto non sono in grado di affrontare i problemi veri, ma solo di agitarli.

Un film in bianco e nero, un film del grande Vittorio De Sica; niente di meglio per trovare un po’ di refrigerio in questa caldissima estate 2019.