Cinema Principe – viale Giacomo Matteotti – Firenze (10 settembre 2019 h 18.00)

Non sempre la traduzione nel linguaggio cinematografico del linguaggio dei fumetti funziona.

Non funziona se il film si discosta troppo dal fumetto e la sceneggiatura lo banalizza; esempio recente: “La profezia dell’armadillo” al cinema, ovvero “Come danneggiare il lavoro di un artista con la sua complicità per omissione” (Zerocalcare si è dissociato dal film, ha detto «non è roba mia», però dispiace vedere il suo nome nell’elenco degli sceneggiatori).

Non funziona quando il film cerca di essere troppo fedele al fumetto e ne è, in qualche modo, succube.

In tal caso c’è da chiedersi: perché devo andare al cinema (sedermi in una sala buia senza distrazioni per un’ora e mezza, pagare il biglietto) se posso sfogliare comodamente il fumetto (oggi si chiama graphic novel, romanzo grafico, ma io preferisco il vecchio nome), seduto in poltrona, prendendolo dalla libreria, dove è depositato da anni?

In seguito ai cambiamenti avvenuti nella mia organizzazione vitale, e al disordine che impera nella mia libreria, non riuscivo a trovarlo, l’avevo un po’ dimenticato.

Colpa mia, perché è un bel fumetto, anche se non è di quelli che mi piacciono di più (i libri che mi piacciono molto li tengo sott’occhio, si possono sfaldare, ridurre a fogli sparsi, ma non c’è pericolo che si perdano).

Igort, il poliedrico autore di “5 …”, ha per me un grande merito: mi ha fatto desiderare di conoscere il Giappone.

Non che questo abbia comportato qualche cambiamento fisico, non mi sono messo a viaggiare nell’impero del sole nascente, ho continuato a girare intorno agli stessi posti.

Il mio interessamento si è avviato e concluso con l’acquisto dei “Quaderni giapponesi”, il racconto per testi e immagini, diario grafico dell’avvicinamento di Igort a questa affascinante cultura (per molti anni  è vissuto a Tokio e ha lavorato per un’importante casa editrice giapponese).

La grafica di “5 …” – mi riferisco al fumetto – mi piace, anche se la trovo un po’ ripetitiva e poco dinamica.

Mi spiego: le immagini sono ben disegnate e efficaci, ma, ripetute, con piccolissimi cambiamenti, più volte, a lungo andare diventano estenuanti; quando Igort disegna uno che corre, non lo vedi correre, vedi un fotogramma della corsa; lo stesso succede con una macchina che sta per investire una banda di criminali. Vedi la macchina e i criminali bloccati, colti in un attimo, non in movimento. Questo intendo per grafica poco dinamica.

Siccome mi ha sempre affascinato la capacità di rendere il movimento – nei fumetti (un qualunque Topolino) , nella pittura (Simone Martini, “Guidoriccio da Fogliano”, Siena), nella scultura (“Il pescatoriello”, Vincenzo Gemito, Napoli; fra le sue dita sembra di vedere sgusciare il pesce), nella fotografia (Robert Capa, “Il miliziano spagnolo”, vero, falso, costruito o frutto di uno scatto fortunato non importa) – per me la mancanza di movimento è un difetto.

La storia raccontata si svolge negli anni settanta a Napoli: storia di camorra.

È stata scritta tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila, pubblicata nel 2002, quando Roberto Saviano non era ancora “americano”, era un giovane collaboratore di vari giornali e, con la sua vespa, correva sul posto, a vedere con i propri occhi, non appena si sapeva che un camorrista era stato ammazzato in una certa via.

Si può dire tutto di Saviano, non apprezzare l’ultimo film (non l’ho apprezzato) e le serie (non le ho viste molto; quello che ho visto non mi piace), ma indubbiamente i morti ammazzati, nel libro “Gomorra”, sono veramente morti ammazzati: chi li descrive li ha visti, ne ha sentito l’odore e, in quel momento, ha avuto il coraggio di parlarne.

Riguardo a Saviano, dal punto di vista artistico separerei il primo libro (e il film di Garrone, un capolavoro) da tutto il resto.

Dal punto di vista umano c’è solo da togliersi il cappello e da riconoscere il contributo che ha dato a una fase della guerra contro la camorra (una guerra che finirà solo con la sconfitta definitiva e la resa senza condizioni dei camorristi e dei loro complici).

Anche nel fumetto e nel film si parla del “fieto della morte” (il puzzo dei morti ammazzati), ma è un’immagine letteraria, riferita al puzzo della polvere da sparo che resta addosso ai killer; i morti con la pancia bucata puzzano di decomposizione.

Igort tende all’astrazione: dei morti, dei vivi e anche della città, che nel fumetto è irriconoscibile, nel film è malinconica, deprimente, con i suoi vicoli stretti, pieni di scale in cui piove in continuazione.

Se Napoli fosse veramente così, non si capirebbe il rimpianto degli emigranti («… Commə putevə fa’ furtun’all’estero / s’iə vogliə campà ccà?» «… Come avrei potuto fare fortuna all’estero, dal momento che voglio vivere qui?», “Ó paesə d’ó solə”, Libero Bovio).

Il naso camuso di don Peppino Lo Cicero forse poteva essere interpretato solo dal naso di Carlo Delle Piane, che l’avrebbe reso espressivo, perché era il suo naso.

Sulla faccia di Toni Servillo è solo un naso posticcio, un orpello che serve a farlo assomigliare al personaggio del fumetto.

La storia non è credibile.

I killer della camorra, negli anni ‘70 come oggi, difficilmente invecchiano, non vanno in pensione per darsi alla pesca con la canna o alla coltivazione delle begonie.

Di solito interrompono bruscamente la carriera andandosene all’altro mondo in compagnia di altri delinquenti; riescono ad invecchiare solo se hanno la fortuna di essere protetti dalle sbarre di un carcere di massima sicurezza; negli anni ‘70 come oggi.

L’astrazione del fumetto, incarnata dagli attori, rende evidente l’assurdità delle situazioni.

Don Peppino ha la tendenza a sparare sentenze, a riversare riflessioni più o meno profonde su chiunque gli capita a tiro, nel fumetto più che nel film.

Per il compleanno regala una pistola al figlio, come gli amici Aldo e Giacomo a Giovanni in “La leggenda di Al, John e Jack”; è proprio la stessa scena: il padre orgoglioso di mostrare il regalo, il figlio felice di quel dono e ansioso di provarlo.

Noi ci aspettiamo che il giovane, come Giovanni nell’altro film, cominci a sparare all’impazzata, colpisca chiunque, ammazzi il gatto; almeno, assurdo per assurdo, sarebbe divertente.

Potrebbe anche, con quella pistola, sparare al padre, poi rivolgersi verso di noi: «Era l’unico modo per farlo tacere! Non ce la facevo più a sentire i suoi ammonimenti sulla “buona educazione” da dimostrare a qualcuno che sto per ammazzare; le camicie che mi cuciva erano troppo brutte!». Poi il padre potrebbe alzarsi incolume, risorgere, e la storia continuare come prima. Assurdo? Non più del resto.

C’è anche il momento Eduardo De Filippo (ma “Il sindaco del rione Sanità” era un’altra cosa!), quando Peppino, in canottiera, spiega a Rita (Valeria Golino, che a me sembra sacrificata in questo ruolo) il significato del titolo: 5 è il numero perfetto perché il protagonista ha due braccia, due gambe e una faccia; mi sembra che abbia dimenticato qualche parte del corpo.

Possibile che una giovane donna (nel fumetto sembra ancora più giovane), così bella, sia innamorata di un vecchio brutto e noioso come don Peppino Lo Cicero?

Sulla spiaggia, alla fine, sembrano padre e figlia, forse addirittura nonno e nipote. Lei legge con interesse (anche per evitare la conversazione) e fra poco si metterà in costume per farsi un bagno, mentre lui riflette, riflette.

Ci starebbe bene, su quella spiaggia, l’ultima scena di “Divorzio all’italiana”, con il bagnino al posto del marinaio.

Nel fumetto non mi piaceva, e non mi piace, il modo in cui è resa la lingua napoletana all’interno delle nuvolette.

Già nella prima pagina del primo capitolo c’è un «Acca’ nisciuno è fesso», che, secondo me, dovrebbe essere reso con «Ccà nisciunə è fessə».

Come ho più volte ripetuto, secondo me la vocale centrale media, caratteristica della lingua napoletana, dovrebbe essere resa con il simbolo ə (non qualche volta con la o, qualche volta con la e, qualche altra volta con la a), come nelle parole sdrucciole  “mammətə” = tua madre, “sorətə” = tua sorella.

Se si parla napoletano non si dice “nisciuno”, si dice “nisciunə”, non si dice “fesso”, si dice “fessə” (se vogliamo essere più precisi: “féssə”).

“Fessə” è aggettivo: “fesso”, ma anche sostantivo: “vulva”, “vagina” – la lingua napoletana è poco analitica, anche perché non si è aggiornata con le scienze: per indicare i nuovi congegni tecnologici e le nuove scoperte scientifiche c’è solo l’accento sull’ultima sillaba, una pronuncia particolare, ma le parole sono quelle delle lingue più diffuse (non credo ci sia un modo napoletano per indicare l’acido deossiribonucleico o le fibre ottiche).

I napoletani non dicono “acca’” (qua), dicono “ccà”.

I napoletani non piangono “lacreme napulitane” (titolo del capitolo uno), piangono “lacrəmə napulitanə” quando apprendono che “Assuntulellə chiagnə” (la piccola Assuntina, privata della madre, traditrice del povero emigrante, piange).

I napoletani non mangiano “patate”, come è scritto più volte nel capitolo due, mangiano “patanə” (a parte il solito segno grafico sbagliato, in patate c’è una t di troppo, che dev’essere n).

È vero che spesso mescolano italiano e napoletano, soprattutto i giovani (che ci mettono dentro anche l’inglese), ma i personaggi di quel fumetto non sono giovani, non credo abbiano fatto la media unica o altre scuole, in inglese conoscono solo la marca delle pistole e quando parlano tra di loro certamente dicono patanə; con una eccezione: “pasta e patate”, che si dice in italiano, come “pasta e fagioli” (raramente “pasta e fasulə”), “pasta e ceci” (però: “cicərə e tagliatellə”: ceci cucinati insieme alle tagliatelle).

Diciamo che nei nomi dei piatti, anche tipici, si tende ad italianizzare: è l’influenza degli addetti al turismo, dei camerieri nei ristoranti, che riportano in famiglia le espressioni usate nella loro professione.

Si potrebbe obiettare che tutta la letteratura napoletana è scritta in un certo modo, perché una volta non era facile introdurre un nuovo segno grafico.

Ma l’informatica ci ha fatto superare il problema e chiunque può utilizzare segni che sulla macchina per scrivere non esistevano.

In un fumetto le scritte nelle nuvolette fanno parte del disegno, quindi patate al posto di patanə è una scelta, sbagliata, dell’autore.

Molti altri esempi potrei riportare riguardo al sistema di trascrizione della lingua napoletana in questo fumetto, lontano da come viene realmente pronunciata dai parlanti, e anche riguardo al modo di parlare  dei personaggi, che, a volte, mi suona artificiale.

Questo problema, naturalmente, non c’è nel film (con Toni Servillo e Carlo Buccirosso non poteva esserci), però una domanda nasce spontanea (è un po’ che non utilizzavo l’espressione del grande Lubrano).

Come mai i giapponesi riescono a trasferire i fumetti sullo schermo, utilizzando l’animazione, e danno la sensazione di non sottrarre nulla, anzi di aggiungere qualcosa al disegno, alla storia, al linguaggio originale, mentre noi diamo la sensazione di impoverirlo?

Forse la risposta sta proprio nell’animazione, che è il giusto tramite tra linguaggio dei fumetti e linguaggio cinematografico.

Gli attori, anche bravissimi, come quelli di “5 …”, fanno sempre un po’ ridere quando vogliono diventare cartoni animati o personaggi dei fumetti (la faccia di don Lava, il bravo Gigio Morra, bloccata per cinque minuti in un’espressione truce da “guappo di cartone”, fa veramente ridere, e non credo sia un effetto voluto).

Immagino un attore che volesse rifare Paperino o Topolino in un film; farebbe solo pena.

Nella versione cinematografica di Asterix il grande (in altri film) Gérard Depardieu faceva pena e Roberto Benigni era completamente fuori del personaggio che voleva incarnare.

Nel bellissimo  e riuscitissimo “Gatta Cenerentola” di Mad Entertainment era l’animazione ad impossessarsi degli attori, non il contrario.

Un’operazione simile avrebbe salvato le cose buone di “5 è il numero perfetto”, che pure ci sono, e attenuato i difetti, che ho cercato di esporre.

Prima di andare al cinema ho riguardato il fumetto.

Dopo, ho riguardato i “Quaderni giapponesi”.

Il diario giapponese di Igort mi piace molto di più del fumetto napoletano.

Il suo stile è preciso, efficace, nella scrittura e nel disegno, quando parla di se stesso, delle persone che ha incontrato, del modo in cui si è avvicinato a una cultura completamente nuova.

Racconta con semplicità i momenti difficili, ma anche la felicità che ha vissuto nel “paradiso dei disegnatori”.

Disegna strade e stradine, alberi secolari, templi buddisti, giardini di azalee (suppongo sia una fetta della realtà, che ha ritagliato in una metropoli futuristica).

Dimostra senso dell’umorismo (completamente assente in “5 …”, nonostante si svolga a Napoli), come quando racconta il primo incontro con il capo della casa editrice per cui doveva lavorare.

Non sapeva che in Giappone l’ospite si alza per primo; di conseguenza l’incontro durò tre ore e mezza. Il dirigente continuava a versargli del tè e credette che la sua esitazione ad alzarsi e porre fine alla conversazione dipendesse dall’intenzione di chiedere un compenso maggiore.

In quel lungo incontro gli aumentò per tre volte la paga.

Igort conclude: «Quando si dice la fortuna di non conoscere a fondo le usanze di un luogo».