Flora Atelier – piazza Dalmazia, 2r – Firenze (17 settembre 2019 h 17.30)

L’irrompere della voce di Daniele Pace nei titoli di testa: la voce bassa, baritonale, con la tipica erre moscia napoletana, la bellissima erre moscia – si è capito che ce l’ho anch’io? Alla fine l’ho accettata, quasi con orgoglio – la erre moscia (e tre!) che mi ha suggerito la parola irrompere e fa il paio con il delizioso accento francese della ragazza di cui Martin s’innamora.

Emoziona, forse emoziona solo chi ha trascorso l’adolescenza a Napoli negli anni ‘70, sentire, poco dopo, la voce di Teresa De Sio che canta “Vogliə é turnà”, “Voglia di tornare”.

Martin fa il marinaio, ogni tanto se ne va. Poi torna.

Prende il treno per andare via (stranamente, un vero marinaio non si allontana mai troppo dal mare), si ferma in provincia, in un posto di campagna, a casa di una vedova con due figli che ha conosciuto casualmente sul treno; si unisce a questa famigliola.

Fino a quel momento quasi non aveva famiglia: viveva con la sorella sposata, con il cognato rozzo, meschino, aggressivo.

Martin è troppo intelligente per lui, non si sopportano a vicenda.

Belle immagini, alcune di archivio, un grande interprete, Luca Marinelli, giustamente premiato a Venezia.

Il film, liberamente tratto da un libro liberamente autobiografico di Jack London, ha una buona partenza: l’ingresso nella famiglia borghese, ricca e istruita, del povero guaglionə, dello scugnizzo napoletano che non ha completato le elementari, legge e scrive a stento e si guadagna la vita sulle navi, ma è intelligente, osserva tutto con attenzione, impara.

Decide di diventare scrittore: perché si è innamorato a prima vista, della ragazza, del suo modo di vivere, perché vuole descrivere il proprio ambiente, la miseria, la strada.

Quando lei trova obiezioni al suo modo di scrivere (triste), la porta in giro, la trascina letteralmente nei posti malfamati (a ragione) in cui è nato e cresciuto.

L’idea di ambientare il romanzo di Jack London a Napoli è geniale, perché a Napoli diventa automaticamente attuale, e poi: in quale altro posto trovi quelle immagini e quella lingua non retorica? (infatti è retorico solo l’italiano della borghesia e dello scrittore “impegnato” Russ Brissenden, con il quale, a un certo punto, fa amicizia).

Nel mio sogno, la notte dopo avere visto il film, Martin è una donna e mi guarda con aria di sfida.

Quesito per aspiranti psicanalisti: il candidato, tenendo conto che mia madre si chiamava Martina, fornisca una spiegazione del sogno coerente con la teoria del dottor Freud.

Gli elementi a disposizione sono, naturalmente, molto limitati (altrimenti la “resistenza” che ci sta a fare? L’inconscio non vuole essere spiegato.).

Aggiungo che la donna del sogno non assomiglia a mia madre e neanche all’attore, si chiama Martin, di questo nel sogno non mi meraviglio, è molto giovane e, ripeto, mi guarda a lungo con aria di sfida; mi intimidisce. Non ricordo altro.

È consentito ai candidati rivolgere all’autore del quesito educati, per quanto possibile, improperi verbali e scritti. Evitare il lancio di oggetti contundenti.

Mi piacciono molte cose di questo film; ne elenco alcune.

La metafora della “scarpetta” nel piatto con il pane per recuperare tutto il sugo, dopo avere mangiato la pasta; perché chi ha patito la fame non butta via niente e si riempie la bocca, divora il cibo (chi conosce solo l’appetito fa bocconcini piccoli, mangia con educazione).

L’espressione «Mègliə mangià vəlénə chə faticà cu te», «Meglio mangiare veleno che lavorare con te», che Martin sputa in faccia al cognato, prima di andarsene.

È come un pugno in un occhio, esempio di una lingua precisa, efficace; infatti il cognato reagisce con rabbia a una frase che non può prestarsi ad equivoci, ad interpretazioni; significa: ti disprezzo.

Notare che, pur avendo lo stesso numero di parole della traduzione in italiano, ma meno sillabe (e quella vocale indicata con il simbolo grafico ə, che ha una durata brevissima), è molto più espressiva.

Fra le cose che mi piacciono ho già citato la colonna sonora: “Piccəré”, “Vogliə é turnà”, “Lu cardillo”, di anonimo.

Mi piace la coppia di ragazzi che ballano leggeri; credo siano il ricordo di Martin di quando ballava con la sorella, la povera sorella che ha sposato l’uomo rozzo, irascibile, che ha formato una famiglia tradizionale, una famiglia in cui le donne avevano solo il diritto di invecchiare.

I meravigliosi velieri; l’ultimo, quello che affonda, sullo schermo sembra finto. Quindi è finto, anche se non lo è (Fellini preferì rifare il mare a Cinecittà, per farlo più vero del mare vero).

Mi piacciono anche altre cose (con qualche riserva), però il film dura troppo.

Avrebbe guadagnato da un montaggio più veloce, da una maggiore sintesi, dal taglio drastico di molte scene.

Il personaggio dello scrittore Russ Brissenden, disteso sul divano nei salotti borghesi e negli ambienti anarchici, è quasi inutile (dispiace per Carlo Cecchi, che lo interpreta), perché non approfondito, mostrato solo attraverso certe pose e un linguaggio retorico (sembra la presa in giro di quelli che oggi sono chiamati “radical chic”).

Questo personaggio svolgeva una funzione nel libro, ma il film è liberamente tratto dal libro (che, peraltro, è un’autobiografia molto libera e in terza persona); non sapendo raccontare quel personaggio, sarebbe stato meglio eliminarlo.

Non si capisce la depressione di Martin Eden, proprio quando è riuscito a realizzare il suo sogno, diventare scrittore, e ha raggiunto l’apice del successo.

Possibile che tutto dipenda dal respingimento della donna amata, che, peraltro, alla fine lui stesso respinge brutalmente? Nel libro è così, se non ricordo male, nel film sembra un’esagerazione.

Era un ragazzo cresciuto in strada, scugnizzo desideroso di migliorarsi e capace di imparare da autodidatta, tanto da diventare scrittore: Raffaele Viviani, “Guaglionə”: « … dicettə: nun po essərə, sta vitə addà fərnì. Pigliaiə nu sillabbariə, “Rafelə miə fa tu”. E mə məttettə a corrərə, cu a … e … i … o … u.», «… mi dissi: non è possibile, questa vita deve finire. Presi un sillabario: “Qui si parrà la tua nobilitate”. E mi misi a correre, con le lettere, con le parole».

Uno così, intelligente e determinato, che ha fatto tanti sacrifici per costruirsi, com’è che diventa un intellettuale abulico e strafottente? (una specie di … lasciamo perdere; ce ne sono molti in televisione pagati per urlare, offendere e provocare).

Ci sono troppe cose in questo film; la parte “politica” (gli operai, i socialisti, Spencer, il darwinismo sociale) è un po’ accennata, un po’ confusa con le questioni personali.

Non si capisce, nel film, che cosa contrappone Martin ai socialisti; sì, è vero, ci sono i comizi, ma al cinema i lunghi discorsi distraggono, specialmente se sono fatti due volte nello stesso modo (comiziante esagitato, lavoratori che lo interrompono e stanno lì lì per picchiarlo).

Sfugge, concentrando l’attenzione sul contrasto con la ragazza e con la sua famiglia che sta per esplodere, l’importanza della frase che Martin dice a pranzo per spiegare la propria posizione in quella caldaia in ebollizione che fu l’inizio del secolo breve: «A Napoli non c’è nessuno più individualista di me, voi borghesi siete i veri socialisti» (vado a memoria).

Per affrontare il tema politico al cinema bisogna utilizzare i modi propri del cinema, come nel film di Mario Monicelli “I compagni” (1963).

Soprattutto, in ogni film i personaggi, particolarmente il personaggio principale, anche se si trasformano, devono essere coerenti, devono essere se stessi.

Il Martin Eden della prima parte non sembra lo stesso della seconda parte; non si capisce come questa trasformazione sia avvenuta e non si comprendono fino in fondo le ragioni del suicidio finale, che arriva alla sprovvista, sembra conseguenza di una depressione e di quell’«è scoppiata ‘a guerra» che un vecchio gli sussurra mentre è in contemplazione sulla spiaggia.

Peccato, perché gli attori sono molto bravi e nel film ci sono scene e immagini che restano impresse nella memoria, per quanto sono belle.

E, forse, influenzano i sogni.