Cinema Comunale di Pietrasanta (LU) – piazza del Duomo (26 ottobre 2019 h 21.15)

Avrei voluto farmi piacere Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores.

Il Cinema Comunale di Pietrasanta è un antico teatro; quando non ci sono spettacoli teatrali funziona da cinema.

In alto, in rilievo sul marmo al di sopra della doppia porta di legno, c’è la scritta “Teatro”; di fronte al teatro, in una bacheca, è segnalato il film che sarà proiettato quel giorno e nei giorni successivi nell’unica sala, generalmente in due orari: 18.00 e 21.15.

Chi non conosce questa particolarità e arriva alla bacheca, vede il teatro di fronte ma non capisce dove sia il cinema.

Dal momento che i responsabili del bar interno, che fanno i biglietti, vanno a cena dopo la proiezione pomeridiana e riaprono una mezz’ora prima della proiezione serale, se si arriva in anticipo, quando il teatro è chiuso, ci si aggira là fuori con un punto interrogativo disegnato sulla testa, come nei fumetti: dov’è il Cinema Comunale di Pietrasanta in piazza Duomo?

Nessun problema: si chiede a uno dei camerieri o delle cameriere dei ristoranti che affacciano sulla piazza, il tempo di un caffè, dopo un po’ le porte del teatro si aprono e, lungo un corridoio che porta al guardaroba, al bar, poi alla sala, si scorgono le locandine dei film; poche, non invadenti.

È bella questa situazione: un cinema, alternativamente teatro, apre le porte dopo che il bigliettaio ha cenato – riporta a tempi antichi ed è perfettamente coerente con il posto in cui ci troviamo.

Siamo nella piazza Duomo di Pietrasanta, città d’arte.

Basta guardare questa piazza dall’ampio spazio antistante il teatro, entrare nel Duomo (1300), visitare il campanile cinquecentesco con scala elicoidale autoportante (alcuni ritengono progettata da Michelangelo Buonarroti), o anche solo ammirare le facciate, il marmo bianco degli edifici, girare per le vie intorno, entrare nei musei, nella Chiesa Della Misericordia (ahi Fernando! Disgraziato! Ma che cosa hai combinato!?)*, intravedere la Rocca, in alto, e farsi venire la voglia di arrampicarsi sulla salita; basta osservare le vetrine delle gallerie d’arte, alternate alle osterie, le sculture moderne (non tutte di mio gusto) che si incontrano passeggiando in questa cittadina arroccata tra le Alpi Apuane e il mare, per capire che ci troviamo in un posto dove c’è tutto: il mare, la collina, la montagna, la campagna, gli olivi, gli odori, i sapori e i suoni della Versilia, l’arte.

*[nota] «Ammannato, Ammannato, che bel marmo t’hai sciupato» è la frase che molti fiorentini rivolgevano all’autore del “Biancone” di piazza Signoria, Bartolomeo Ammannati. Con la serie di esclamazioni tra parentesi s’intende esprimere la disapprovazione per i due pannelli, intitolati “Porta del Paradiso” e “Porta dell’Inferno” (vedi in Fotografie) di Fernando Botero, che campeggiano, uno di fronte all’altro, nella Chiesa di San Biagio o Della Misericordia. Per alcuni sono capolavori, per altri, tra i quali mi metto anch’io, solo la stanca applicazione di uno stile incapace di evocare sentimenti, emozioni, meno che mai il sentimento religioso.

C’è tutto.

Anche la stazione ferroviaria, per arrivare e partire comodamente (mezz’ora da Pisa).

Per me è fondamentale: non rinuncio alla possibilità di allontanarmi in treno da un posto quando ne ho voglia, ho la necessità di alternare quiete e confusione, natura e città; vivo volentieri in un paesino, a patto di non sentirmi prigioniero.

Volta le spalle all’ingresso del teatro la statua del granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena, detto Canapone, che governò questi posti prima dell’Unità d’Italia.

È ricordato, tra le altre cose, per la stazione Leopolda a Firenze (seconda linea ferroviaria dopo Napoli – Portici); per primo in Europa abolì la pena di morte.

Sotto alla statua una iscrizione ricorda la fuga del granduca all’arrivo dei garibaldini; è buffo questo omaggio: la statua con annesso vituperio (l’iscrizione sottostante).

Giuseppe Giusti, il poeta monsummanese della mia infanzia – trovai le sue poesie nella libreria, in un vecchio libro tutto sgualcito, con i fogli uniti da fili; “poeta dell’infanzia” non vuol dire infantile o meno importante di quelli incontrati in altre fasi della vita – rappresentò il granduca di Toscana come re travicello.

Quando guardo la statua di Leopoldo a Pietrasanta o l’altra, nella piazza Bonaparte a San Miniato, mi salgono alle labbra i versi di Giusti.

«Al Re Travicello / piovuto ai ranocchi, / mi levo il cappello / e piego i ginocchi: / lo predico anch’io / cascato da Dio. / Oh comodo, oh bello / un Re Travicello! / Calò nel suo regno / con molto fracasso; / le teste di legno / fan sempre del chiasso: / ma subito tacque, / e, al sommo dell’acque, / rimase un corbello: / il Re Travicello / … … …»

Sembra la descrizione dei “leader carismatici” di oggi, che hanno la faccia tosta di mettere il proprio nome sul simbolo (si ritengono insostituibili, indispensabili) e vanno avanti a forza di tweet, di like, di falsi profili, di strutture organizzate per la propaganda, di proposte elettorali che non si confrontano mai con la realtà.

Fanno danno quando sono all’opposizione e quando governano, perché sono ignoranti, come il corbello di cui parla Giusti, come corbelli di fichi, ma neanche, come corbelli vuoti, ma neanche, come i corbelli che ci rompono quotidianamente, con le loro ottuse espressioni soddisfatte che occhieggiano dagli schermi televisivi.

«… … … / Volete il serpente / che il sonno vi scuota? / Dormite contente / costì nella mota, / o bestie impotenti: / per chi non ha denti / è fatto a pennello / un Re Travicello! / … … …»

Notare “costì”, presente nel parlato solo in Toscana, insieme al suo parente prossimo: codesto; alcune parole hanno il suono di una carezza: la bella lingua può essere molto rilassante.

Succede sempre, dovunque, che chiunque in passato abbia esercitato un potere sia rimpianto da alcuni.

A Napoli c’è chi rimpiange i Borbone, a Trento chi rimpiange Francesco Giuseppe, qui alcuni rimpiangono il re travicello; in un certo senso, in fondo, danno ragione a Giusti, perché si comportano esattamente come il poeta aveva previsto.

«… … … / Un popolo pieno / di tante fortune / può farne da meno / del senso comune. / Che popolo ammodo! / Che Principe sodo! / Che santo modello / un Re Travicello!»

Succederà anche ai politici di oggi di essere rimpianti in futuro? Tutto può succedere! Al peggio non c’è fine.

In questo teatro, il Cinema Comunale di Pietrasanta, ho visto l’ultimo film di Gabriele Salvatores.

Volevo proprio farmi piacere Tutto il mio folle amore, perché avevo trascorso una bella giornata al mare: la spiaggia senza ombrelloni è proprio bella, anche se il mio amico Fabrizio, concessionario del lido Pervinca, di passaggio per mettere a posto le cose, ha detto che questo caldo a fine ottobre è cosa nuova e inaspettata; non dev’essere un buon segno.

Passeggiando sul bagnasciuga, con i piedi in acqua massaggiati dalle onde, poco dopo ho percepito lo stesso discorso, un pezzo di conversazione tra due signore che passeggiavano anch’esse con i piedi in ammollo; dall’aspetto sembravano professoresse nel giorno libero.

Mi sono fermato per sentire meglio.

«La costa sarà sommersa fino a quell’altezza»; mi ha colpito la precisione, il tono deciso, sicuro, che ha confermato l’ipotesi: professoressa.

Mi sono girato per cogliere il gesto della mano, ma l’aveva abbassata; avrei voluto chiedere: quando?

Meglio non sapere.

C’è come l’attesa della catastrofe: il riscaldamento del pianeta, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento delle acque, il diluvio universale; Greta in lacrime.

Nelle lacrime (o quasi) di questa ragazzina, nello sguardo disperato, mentre pronuncia le sue accuse, nel suo tono apocalittico, mi sembra di vedere un riflesso dell’ambiente luterano da cui proviene; non ho indagato questo aspetto, la sua famiglia potrebbe non essere protestante, tuttavia il clima culturale che si assorbe in Svezia è quello (Ingmar Bergman, anche se di altra epoca, docet).

Greta si acciglia per i peccati dell’umanità, per la paura dell’apocalisse; sembra di vederla con il dito accusatore puntato anche contro se stessa, nonostante, per la giovane età, non abbia alcuna responsabilità.

Siamo tutti responsabili di tutto (il peccato originale).

Ho letto che sarebbe affetta da sindrome di Asperger, una forma lieve di autismo.

Se è vero – bisogna sempre far precedere le notizie che circolano sul web da quintali di formule dubitative – questo è un segno di speranza per gli ammalati e la dimostrazione di come un sistema sanitario efficiente, come il sistema svedese, erede di un’antica tradizione socialdemocratica, riesca a garantire a tutti, indipendentemente dalla presenza di disturbi psicofisici, l’affermazione delle proprie potenzialità.

La gente parla con convinzione delle catastrofi, poi passa ad altro, si aspetta per domani la fine del mondo e oggi si occupa di cambiare le tende.

A me questi discorsi fanno l’effetto di rovinare (solo per poco, poi subentra il fatalismo) il piacere di una bella giornata di sole a fine ottobre sulla spiaggia: sembra estate, ma è più bello senza ombrelloni, sedie a sdraio, lettini, venditori asfissianti di cose inutili; la sabbia è pulita, il mare limpido, l’acqua un po’ più fredda, ma non tanto.

Possibile che questo piacere debba essere pagato, domani, da tutta l’umanità?

Sarà mica colpa mia, perché ho deciso di concedermi questa vacanza fuori stagione (obbligata, ma questo è un altro discorso) e ho sperato di trovare il bel tempo, di non essere costretto ad andare sul pontile di Marina di Pietrasanta sotto l’ombrello e intabarrato per proteggermi dal vento?

La mia speranza di una bella giornata di sole ha influito sul destino del mondo?

Ci sono momenti in cui tutti, influenzati dalle trasmissioni televisive, ci sentiamo importanti, e, quindi, responsabili: meno male che ieri sera ho provveduto a smaltire i rifiuti organici con le apposite buste compostabili e li ho depositati nell’angolo, davanti al cancello, come prescritto.

Basterà per salvare l’umanità?

Dicono che anche un piccolo gesto può salvare il pianeta, ma io penso che la somma di tanti piccoli gesti sia solo un gesto un po’ più grande, ma sempre piccolo, infinitesimale in confronto alle dimensioni del fenomeno.

Servirà a non sentirsi in colpa, ma non a risolvere il problema.

Se risparmio un centesimo al giorno, alla fine del mese avrò accumulato 30 centesimi, alla fine dell’anno 3 euro e 65 centesimi, dopo dieci anni un po’ più di 30 euro. Non sarò diventato ricco.

Se risparmiamo tutti in famiglia queste piccole cifre, e intanto continuiamo a spendere senza controllo le grosse cifre, il salvadanaio non ci salverà dalla miseria.

Con una legge fatta bene e se si riuscisse a convincere quel tale in America (o gli americani a non votarlo), si otterrebbe molto di più che con questi piccoli gesti.

Invece si punta sulle mie bucce di mela e su quelle del vicino di casa per salvare il pianeta.

Si invita la gente a separare e capire dove e in quali giorni liberarsi di oggetti inquinanti che basterebbe una legge per eliminare del tutto; ma si ha, è evidente, paura di quei travicelli abituati a rivolgersi alla pancia del “popolo”, a proclamare che il popolo ha sempre ragione, anche quando vuole la botte piena e la moglie ubriaca.

Se quegli oggetti inquinano (per esempio la maggior parte degli inutili imballaggi nei quali sono venduti i congegni elettronici) si spenderebbe meno a eliminarli dal mercato che a recuperarli porta a porta dopo che hanno svolto la loro inutile funzione, riciclarli trasformandoli in altri oggetti inquinanti o mandarli chissà dove; si spenderebbe meno a riconvertire chi lavora alla loro produzione, in modo che il lavoro serva a produrre oggetti utili, non inutili e pericolosi.

Se smettiamo di produrre armi e di venderle, gli operai, i tecnici, gli impiegati di quelle industrie vanno a casa (se non sono riconvertiti).

Ma siamo sicuri che a quell’operaio sia convenuto trovare un lavoro vicino casa se un giorno uno comincia a sparare davanti a una chiesa o a una scuola usando le armi che ha contribuito a produrre? Se le armi vendute all’estero ritornano a casa, a disposizione della camorra, della mafia, della ndrangheta?

Non sarebbe stato meglio riconvertire i lavoratori, far fallire quelle industrie e agevolarne altre?

O si ritiene che non avremmo dovuto abolire la condanna a morte per impiccagione per non togliere il lavoro al boia e non danneggiare l’industria dei cappi (le corde avvolte con nodo scorsoio), e l’altra, delle botole comandate da un meccanismo ingegnoso per aprirsi sotto i piedi del condannato?

Quante domande!

L’unica risposta sarebbe una classe politica che prendesse esempio da Churchill: «Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore» («blood, toil, tears and sweet»). Ci vorrebbe un politico capace di dire: io ho fatto la mia parte, se votate per gli altri, peggio per voi.

Al 99 per cento voterebbero per gli altri. Ma ci sarebbe l’uno per cento di probabilità di salvarsi, una probabilità molto più alta dell’attuale di riuscire a convincere la maggior parte degli elettori a votare con la testa, non con la pancia.

Invece, il solito schema: la televisione lancia allarmi, i governanti (tranne uno) si dicono preoccupati, ma sono timorosi di perdere consensi con interventi troppo drastici; parte la pubblicità delle tende.

Avrei voluto farmi piacere Tutto il mio folle amore.

Perché Salvatores mi sta simpatico, col suo sguardo sereno, il modo pacato di parlare, l’atteggiamento da monaco buddista napoletano.

Che c’è di meglio? La concentrazione di due atteggiamenti rilassati di fronte alla vita: buddismo e napoletanità.

Lo zen e l’arte di infornare la pizza.

Mi piacciono alcuni film di Salvatores, in particolare Mediterraneo, che gli valse il premio Oscar, e gli attori che predilige, fra i quali soprattutto Diego Abatantuono.

Pensavo che lo avrebbe fatto uscire dal personaggio che ha interpretato a ripetizione negli ultimi tempi; forse i registi sono influenzati dall’aspetto di grosso cagnone San Bernardo che Diego ha assunto invecchiando e gli fanno fare sempre lo stesso personaggio: settentrionale (niente “viulenza”), un po’ razzista (verso i terroni, verso gli omosessuali), brontolone, in fondo buono, alla fine cedevole su tutta la linea; cede alla moglie, ai figli, a chi gli sta intorno.

Ripensando al ruolo che interpreta in questo film, alcune, non tutte, le caratteristiche elencate sono rappresentate; soprattutto la mancanza di iniziativa: la moglie decide sempre lei che cosa fare, cammina un metro davanti; lui si accoda e raccoglie i cocci.

Mi volevo far piacere Tutto il mio folle amore anche perché mi piace il titolo, per questo lo ripeto in continuazione.

È un verso di una canzone scritta da Pierpaolo Pasolini e cantata da Domenico Modugno in un episodio (Che cosa sono le nuvole?) del film Capriccio all’italiana, diretto da diversi registi (sei episodi, sei registi), fra i quali, appunto, Pasolini.

«… non capirei più niente / tutto il mio folle amore / lo soffia il cielo, lo soffia il cielo / così …»

C’entra con il film? È la prima domanda che nasce spontanea uscendo dalla sala, un po’ deluso.

Il cantante bello, che imita benissimo Modugno, canta e conquista donne nei paesi della ex Jugoslavia, si ubriaca, forse perché comincia a sentire la solitudine e l’aridità del suo modo di vivere, si ricorda di avere un figlio, che non ha mai visto, entra nella casa di Elena, la donna che non vedeva da sedici anni, addirittura arriva accanto al suo letto mentre sta dormendo, la sveglia.

Elena, per un attimo, sorride, poi, ovviamente, lo aggredisce.

Si erano conosciuti sulle navi da crociera, lei cameriera, lui cantante; alla notizia: sono incinta, il cantante si è squagliato; Elena ha dato alla luce e ha cresciuto un bimbo, Vincent, si è sposata con Mario, interpretato da Diego Abatantuono. Mario ha adottato il bambino che, intorno ai due anni, ha cominciato a manifestare i segni dell’autismo.

Il cantante come ha fatto a trovarla? Forse lei non ha cambiato casa; eppure nel frattempo si è sposata con uno che svolge un’attività editoriale importante; non credo che potesse permettersi quella casa quando faceva la cameriera sulle navi da crociera.

Possibile che chiunque, qualunque estraneo, possa entrare e raggiungere la stanza dove dormono?

Dalla descrizione che lei ne fa, sembra non sia stato un lungo rapporto; dà l’idea di una cosa veloce, finita in un porto della Grecia; in sedici anni lui non si è fatto vivo.

Di chi è «tutto il mio folle amore»? Del padre verso il figlio che ha abbandonato prima ancora che nascesse, o del figlio verso il padre, che non ha mai conosciuto?

Alla fine sembra che tutto il folle amore del padre adottivo, la sua disponibilità, valga meno dell’amore manifestato dopo sedici anni dal padre naturale.

Comodo per il cantante, che si fa chiamare Willy e mette più volte il figlio autistico in serio pericolo nel corso del loro viaggio tra Serbia e Croazia.

Un incosciente; alla fine addirittura lascia che beva su un materassino galleggiante in una piscina, mentre lui stesso è ubriaco, e lo mette a rischio, non solo a rischio, quasi lo fa morire affogato nella piscina.

La polizia croata, che ha avuto la denuncia di scomparsa, è così inefficiente?

Volevo farmi piacere questo film perché nella mia vita precedente ho avuto esperienze di contatto, ogni volta per tre anni, con ragazzi autistici.

Colpisce la particolarità dei sintomi: sembra quasi una normalità esagerata, portata all’estremo.

Osservare i “riti” di cui si circondano questi ragazzi, le “liturgie” che mettono in atto e che continuamente ripetono, fa pensare a se stessi, perché in esse riconosciamo le nostre stesse liturgie, i nostri stessi riti, con un’unica differenza: la durata.

Noi allineiamo gli oggetti per due, dieci, trenta volte, loro lo fanno per tutta la giornata e oltre.

Noi, ogni tanto, abbiamo paura degli altri; loro hanno paura anche solo ad essere sfiorati con un dito.

I ragazzi autistici sono spesso fisicamente fortissimi, sono spesso ben sviluppati e belli (questa è la mia esperienza, non sono un esperto).

Il giovane attore, Giulio Pranno, che interpreta la parte di Vincent, è molto bravo a rendere l’aria sperduta di questi ragazzi, l’atteggiamento quasi da folletto, le reazioni al contatto, le corse, i salti di gioia e di paura, gli abbracci improvvisi, le fughe.

Fin dall’inizio, con quella corsa gioiosa o disperata dietro i cavalli, fino all’esaurimento che consente di bloccarlo e ci fa entrare nel tema del film.

Non l’amore, come dice il titolo, che non c’entra quasi nulla, ma l’autismo del ragazzo, anche la solitudine autistica, senza speranza, degli adulti: il padre naturale, “Modugno della Dalmazia”, la madre, bloccata per tutta la vita su quella scelta, sul dubbio se abortire o provare a farcela da sola, il padre adottivo che, forse, non ha voluto figli da Elena per il timore che potesse nascere un altro bambino problematico (nessuna causa genetica di questo disturbo, che io sappia, è stata individuata).

Il rapporto tra Elena e Mario non è mai chiarito; per accenni si capisce che c’è una difficoltà di comunicazione, una solitudine autistica all’interno della coppia; si intuisce che per lei, molto più giovane, quel nuovo legame è stato un ripiego. Qualche volta sembra che non sopporti più quel bravo cagnone San Bernardo, disponibile sempre a raccogliere i cocci.

Molte cose sono lasciate nel vago in questo film, alcuni personaggi accennati e non chiariti; per esempio quel tipo lungo, ossuto, nervoso, anzi proprio incazzoso, che incontrano nel viaggio (se tuo figlio ha problemi, mettigli il guinzaglio, aveva detto al cantante).

Sembra sia in dubbio fra suicidarsi o ammazzare qualcuno, intanto dorme con una pistola carica accanto in una stanza piena di candele accese (forse per abituarsi al cimitero), una stanza da cui chiunque sarebbe andato via al più presto, di corsa.

Invece Elena decide: restiamo, si beve una birra da una lattina, insieme all’aspirante suicida e gli racconta la sua storia; Mario si accoda; rimangono lì tutta la notte, nella speranza che riveli il nome del posto dove Willy ha portato Vincent.

È mai possibile che un ragazzo autistico di sedici anni, che all’inizio si dimostra non in grado di controllare gli sfinteri anali, o non intenzionato a farlo, sia accompagnato dal padre naturale da una prostituta per il suo primo rapporto sessuale in cambio di un orologio?

Siamo in pieno reato di circonvenzione di incapace, ma, soprattutto, di assurdità cinematografica: reato gravissimo, perché ci distrae e ci impedisce l’immedesimazione in un padre che si “consola” pensando che il figlio autistico, che ha appena conosciuto, sta avendo il suo primo rapporto sessuale (sul retro di un furgoncino).

Domanda: un ragazzo di sedici anni – che fa i suoi bisogni nella cabina della doccia e li spande sul vetro della stessa, perché ha, evidentemente, un rapporto problematico, infantile con l’eliminazione delle scorie intestinali – può avere un rapporto sessuale (anche se con una donna non molto selettiva nelle sue scelte)?

Non dico che un ragazzo autistico non possa avere un rapporto sessuale, dico che quel ragazzo non riesce a lavarsi i capelli da solo, a depositare le feci nell’attrezzo destinato a riceverle; come fa a vivere un’esperienza che implica l’aprirsi intimamente a un’altra persona e un controllo adeguato degli sfinteri?

Prima c’era stata una cavallerizza circense che, attratta sessualmente dal ragazzo, bello ma evidentemente complicato, non si era accorta delle sue difficoltà (incredibile!), l’aveva portato nella roulotte, gli aveva offerto una birra, aveva avviato un approccio sessuale, era riuscita solo ad impaurirlo, a metterlo in crisi in modo molto pericoloso (in questo film in due occasioni si scherza con un coltello, una volta il padre, una volta la circense).

Salvatores! Ma che ci racconti!?

Il film è tratto da un libro di Fulvio Ervas: Se ti abbraccio non aver paura.

Come è scritto nei titoli di testa, è molto liberamente tratto dal libro (molto l’ho aggiunto io, non sono riuscito a leggere tutto il contenuto della nota, che è rimasta poco sullo schermo); l’idea di partenza del film, il viaggio di padre e figlio autistico, viene dal libro.

Ma il viaggio, nel libro, è vero; il padre non è un cantante incosciente con un nome da fesso, non ha abbandonato la madre quando il figlio è nato. Non viaggiano fra i tipi strani e la polizia inefficiente della ex Jugoslavia ma negli Stati Uniti, dove ci sono tipi anche più strani, ma, se un ragazzo viene sottratto al tutore, si mette in moto una macchina delle ricerche che non si ferma finché non viene trovato, e se un incosciente fa ubriacare il figlio autistico, parte una denuncia, interviene un giudice federale, soprattutto se il ragazzo è stato lì lì per rimanere accucciato sul fondo di una piscina, e il padre viene messo in condizioni di non nuocere.

Sì, avrei voluto farmi piacere Tutto il mio folle amore, ma è stato impossibile.

Mi è piaciuta la conclusione: Elena se ne va con il figlio che ha salvato, se ne va da sola con Vincent, abbandona i due uomini: il padre naturale di suo figlio, infantile ed egoista, il padre adottivo, buono, disponibile, ma terribilmente noioso, che – a me sembra evidente – era stato solo un ripiego, una soluzione alla situazione di abbandono in cui si era trovata.

Mai confondere l’amore con la riconoscenza verso un uomo generoso e non farsi fregare la seconda volta da un cantante troppo generoso con se stesso.

Questa è la conclusione, come l’ho capita io; è una conclusione aperta a diverse possibili interpretazioni.

Per questo mi è piaciuta.