Cinema Comunale di Pietrasanta (LU) – piazza del Duomo (4 novembre 2019 h 20.30)

Il tempo meteorologico è improvvisamente cambiato.

Sulla Versilia, come su tutta la penisola, piove a dirotto.

«… … … / Ascolta. Piove / dalle nuvole sparse. / Piove su le tamerici / salmastre ed arse, / piove su i pini / scagliosi ed irti, / piove su i mirti / divini, / su le ginestre fulgenti / di fiori accolti, / su i ginepri folti / di coccole aulenti, / piove su i nostri volti / silvani, / piove su le nostre mani / ignude, /  su i nostri vestimenti / leggieri, / su i freschi pensieri / che l’anima schiude / novella, / su la favola bella / che ieri / t’illuse, che oggi m’illude, / o Ermione. / … … …»

(La pioggia nel pineto da Alcyone)

Ovvio ricordare i versi scritti da Gabriele D’Annunzio nella Versiliana (Villa e Parco, pineta) che non dista molto da dove mi trovo, nel negozio di Giovanni Baldini, il barbiere esperto conoscitore di storia locale, a Marina di Pietrasanta; si potrebbe raggiungere la Villa (che ora è un museo) e la pineta in un quarto d’ora a passo svelto, dopo avere tagliato i capelli.

Con questo tempaccio non sarebbe una passeggiata piacevole e si troverebbe l’intera struttura chiusa (solo d’estate è aperta tutti i giorni).

L’acqua scende con scariche abbondanti e improvvise che non evocano la magia panica e sottilmente erotica dei versi di D’Annunzio; non dimentichiamo che l’acqua cadeva sui mirti divini, ma anche su Ermione: «Piove su le tue ciglia nere /  sì che par tu pianga / ma di piacere; non bianca / … … …».

La pioggia non scende goccia a goccia su gli (staccato, come preferiva il poeta) aghi dei pini, «scagliosi ed irti», ma anche danneggiati e, in parte, sradicati, l’anno scorso, da una bufera di vento.

Le cascate d’acqua fanno troppo rumore, non danno agio di avvertire un «crepitìo che dura e varia nell’aria secondo le fronde, più rade, men rade», non si riesce a distinguere i suoni, si sente solo l’assordante precipitare dell’acqua.

Figuriamoci se fosse caduta una bomba d’acqua mentre Il poeta e la bellissima attrice (vi sono molte fotografie che la ritraggono in varie pose) erano immersi nella pineta; immaginiamo l’effetto di quella cascata sul volto, sulla pettinatura di Eleonora Duse – altro che «e il tuo volto ebro / è molle di pioggia / come una foglia, / … … … », altro che «e le tue chiome auliscono / come le chiare ginestre, / … … …», altro che favola bella.

Chissà se Eleonora Duse parlava come gli attori di una volta (per capirci: come Valentina Cortese, grande attrice, che anche nelle interviste sembrava stesse interpretando Ljuba nel Giardino dei ciliegi) o la sua voce era moderna, come il suo volto; chissà se D’Annunzio parlava come nelle poesie, se diceva «aulenti» per dire «profumati», se diceva «le tue chiome auliscono» per dire «i tuoi capelli profumano di shampoo alla ginestra», se diceva «la figlia dell’aria è muta: ma la figlia del limo lontana, la rana, canta …», per dire «le cicale hanno smesso di rompere le scatole, mentre le rane continuano».

L’effetto di una scarica di pioggia torrenziale sui vestimenti leggieri di entrambi sarebbe stato catastrofico, con conseguente fuga precipitosa verso la villa e probabili imprecazioni nei confronti del poeta (andare in pineta con questo tempo! Che idiozia!).

Ogni tanto un lampo pauroso fa sobbalzare, seguito dal rombo di tuono (il soprannome di Gigi Riva) che annuncia fragorosamente il cessato pericolo, per il momento.

La buona stagione, dopo essersi protratta per molto più tempo del solito, è finita all’improvviso, con piogge e abbassamenti della temperatura su tutta la penisola e si è trasferita nei ricordi un po’ amari che tutte le estati lasciano. Anche qui in Versilia.

La natura sembra essersi piegata ai luoghi comuni (signora mia, non ci sono più le mezze stagioni) e avere deciso che la vacanza è finita (se il muratore ha concluso il lavoro a San Miniato).

Però prima farò una capatina a Livorno per “Modigliani e l’avventura di Monparnasse”, in occasione del centenario della morte di Modì.

La pioggia non cessa, anche di sera; vorrebbe costringermi davanti al televisore, a sentire i politici che ripetono «non m’interrompa, io non l’ho interrotta», «la sovranità popolare impone di andare alle elezioni quando  i sondaggi ci sono favorevoli».

Meglio evitare. Troppo deprimenti i talk show.

Credo sia finita una delle più belle trasmissioni televisive degli ultimi anni: “Maledetti amici miei”, con Giovanni Veronesi, Alessandro Haber, Rocco Papaleo, Margherita Buy, Sergio Rubini, Max Tortora. Sono d’accordo con Veronesi: Max Tortora è uno degli attori più capaci di far ridere; aggiungerei: sa interpretare con efficacia anche un ruolo drammatico, come nel film Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis (commento 28/11/2018).

È faticoso restare per strada, i tavolini all’aperto dei bar non riparano abbastanza dalle folate di vento; un motivo in più per andare al cinema.

C’è anche un altro motivo, indipendente dal tempo meteorologico: l’ultimo film di Martin Scorsese, The Irishman, resterà nelle sale solo per tre giorni.

Pare sia una scelta del produttore Netflix, che vuole tenerci chiusi in casa davanti al televisore, isolati dal resto del mondo, davanti a uno schermo televisivo o a un  touchscreen (lo schermo che si controlla toccandolo, come l’iPad), o davanti al computer: uno per per ogni componente della famiglia, ognuno chiuso in se stesso, col suo abbonamento, la sua scheda, gli occhi fissi sullo schermo, le cuffie, se non è disponibile una stanza per isolarsi fisicamente.

È l’oltremondo di cui parla Alessandro Baricco, nel quale dobbiamo passare quanto più tempo è possibile, altrimenti la pubblicità non riesce a raggiungerci singolarmente.

Le sale cinematografiche, per gente come Netflix (mi viene spontaneo personalizzare), sono una perdita di tempo e di guadagno (quanti spettatori ci possono entrare? Quanta pubblicità indifferenziata, la meno efficace, si può inserire tra una proiezione e l’altra?).

Loro vogliono fare buoni film, preferibilmente serie (che abbattono i costi dividendoli per il numero delle puntate e fidelizzano gli spettatori), e offrirli a folle oceaniche, non radunate in piazze reali – quelle le lasciano all’aspirante ducetto di turno – ma in una piazza virtuale, formata dall’accostamento di milioni di schermi, ognuno guardato e controllato da un utente, che percepisce gli altri solo come numero.

Dopo avere digitalizzato le informazioni, quei mattacchioni vorrebbero trasformare anche gli utenti in sequenze di numeri, ciascuno associato ad altre sequenze che specificano i gusti, le preferenze, i vizi innocui, le fissazioni, a cui andare incontro con una buona dose di pubblicità mirata.

Temo che fra un po’ rimpiangerò i mangiatori seriali di popcorn, che sono fastidiosi, ma sono vita (isolarsi in casa davanti a uno schermo per ore e ore non è vita).

Il produttore ha deciso che abbiamo solo tre giorni a disposizione per vedere questo film in sala; la prossima volta ci darà ventiquattro ore, poi dodici, poi nulla.

Tanto, da noi appassionati a questo genere di fruizione ha poco da guadagnare: io butto senza leggere anche la pubblicità che trovo nella cassetta della posta, interrompo bruscamente la comunicazione se qualcuno si permette di propormi pubblicità telefonica (non capisco perché non sia vietata), quando appare la schermata della pubblicità sul computer cerco solo l’angolino con la x, con la scritta chiudi, e se non la trovo subito chiudo la pagina: voglio solo pagine gratuite o a pagamento, se ne vale la pena, mai pagine pagate fornendo i miei dati o sorbendomi anche solo pochi minuti di pubblicità.

La buona notizia è che il film non è stato doppiato (almeno la versione che gira nelle sale), ma solo fornito di didascalie.

Forse il produttore si aspettava sale vuote (a loro dei Cinema non importa nulla, in particolare di quelli antichi, con una sola sala, nei centri storici).

Al Cinema Comunale di Pietrasanta la sala è piena.

Dunque la gente non è scema, come i padroni della produzione e della distribuzione dei film indubbiamente credono.

Non fa niente se il giovane appoltronato accanto a me – le belle e comode poltrone del cinema teatro di Pietrasanta – non appena è partito lo straordinario incipit del film, con quelle corse in soggettiva del camionista Frank Sheeran (Robert De Niro), ha aperto il suo sacchetto di popcorn: mannaggia! Ma dove l’aveva? Se l’era nascosto? Se l’avessi visto mi sarei seduto da un’altra parte.

Non fa niente! Non si può avere tutto, nella vita.

Nel bar di questa sala non c’è la macchinetta sputapopcorn, per fortuna! I sacchetti “industriali” sono piccoli, i popcorn finiscono presto, meno male!

Gli altri, quelli che escono saltellando dalla macchinetta – debitamente salati e, forse, unti per renderli più “gustosi” – sono immessi in contenitori esagerati da mani guantate (saranno più pulite le mani o i guanti? Dipende).

Ma non ci sono solo i popcorn, purtroppo! È una cattiveria prendersela con questi semi di mais che volevano solo crescere e diventare una piantina e non immaginavano di essere usati per soddisfare il bisogno di masticazione continua di umani che non riescono a stare dieci secondi con la bocca ferma e poi cercano, su internet e nelle librerie, le diete più strampalate: la dieta del paleolitico, quella del giurassico (solo carne di dinosauro), quella dell’età della pietra (solo ciò che si riesce a catturare usando una pietra fornita insieme alle istruzioni).

Basta andare al cinema per constatare che cosa la gente è capace di buttarsi in corpo: non cibo spazzatura, ma proprio spazzatura: le merendine, le barrette, le sgranocchiette, le amichette della carie dentale, dette anche cariette, le diabetine, le colesteroline, e, onnipresenti, le palline colorate – quelle che, per fregare, hanno la scritta: non contiene glucosio ma fruttosio – realizzate partendo da gelatina animale proveniente dagli scarti della macellazione; piene di edulcoranti, conservanti, coloranti.

Se le metti nel compostaggio, le bucce di frutta si ribellano, sottoscrivono una petizione, perché non vogliono che nel proprio compost entrino quei veleni. Le bucce di frutta hanno una reputazione da difendere.

Da non credere ai propri occhi! Queste persone perennemente masticanti qualcosa di dolce o salato non sono bambini – si capirebbe – non sono anziani improsciuttiti (toscano impresciuttiti) – si capirebbe anche meglio.

Sono giovani, a volte portano gli occhiali, spesso sono forniti di una barbetta curata, disegnata; pochi tatuaggi, solo un piccolo disegno astratto sul polso o sulla caviglia (niente calze, non sono di moda e poi tengono i piedi troppo puliti); sembrano studenti; ragazze carine, occhi non truccati o con trucco pesantissimo, capelli lisci, leggermente mossi, che scendono ai due lati fino alle spalle, o capelli irti, che puntano in alto, di colore fucsia; le ragazze portano scarpette da ginnastica sotto i pantaloni della tuta o scarponi da trekking, come se, dopo il film, dovessero avviare una scalata del Monte Bianco; sono ragazzi che vanno ai concerti pop, forse anche ai concerti di musica classica, e votano 5 stelle (non ho controllato, mi è venuta così).

Il film è lunghissimo; alla fine, quando il camionista mafioso rimane da solo e lentamente si avvia verso la conclusione della vita, quando sappiamo tutti come andrà a finire, dovremmo essere stanchi e pronti a liberarci dalla posizione tenuta per più di due ore.

Invece no. Tutti attenti, fino alla fine.

Prima della conclusione il grande regista ha creato una lunga suspence, basata interamente sull’espressione, che a volte s’indovina sotto gli occhiali scuri, di Robert De Niro.

Non sapevamo come avrebbe risolto il dubbio che lo macerava: fare l’ennesimo gesto di obbedienza alla famiglia mafiosa, che è la sua famiglia acquisita, stracciare la propria coscienza tradendo un amico, il sindacalista delinquente Jimmy Hoffa (Al Pacino) a cui vuole bene, o farsi guidare dall’affetto, dall’amicizia e sconvolgere la propria vita.

In sala eravamo tutti attenti, tutti, mi è sembrato, conquistati dalla storia raccontata, anche se potevamo facilmente prevedere come sarebbe andata a finire; non era il fatto in sé a tenerci attaccati allo schermo, ma il modo in cui ci veniva raccontato.

È tutto così questo film: azione, movimenti di camera, ma soprattutto volti, non sempre ripresi in primo piano tecnico, ma sempre in primo piano psicologico: gli occhi si fermano sulla persona, poi sul volto, anche se è mescolato agli altri, accettano il suggerimento del regista, fissano quel volto e lo ingrandiscono, lo portano in primo piano.

Non parlano molto i personaggi; dai volti capiamo ciò che pensano.

Non solo il volto di De Niro, ma, per esempio, il volto della figlia piccola, che lo guarda senza parlare, guarda i suoi amici delinquenti senza parlare; da grande, dopo che il padre ha ammazzato il sindacalista, l’unico che la faceva ridere, lo guarda senza parlare.

La bambina, punita con una spinta dal proprietario del supermercato nel quale lavorava, ha assistito al pestaggio feroce dell’uomo da parte del padre.

Non è contenta di avere un padre che, per proteggerla, si comporta in modo animalesco: lo guarda.

In seguito, man mano che cresce, ogni volta che il padre commette un delitto, lei, senza parlare, lo guarda e lo giudica.

Quando, alla fine, Frank Sheeran, rimasto solo, malato, è ricoverato in una casa di cura, lei si rifiuta di vederlo: non può perdonare quel padre che, credendo di fare il bene della famiglia, si è messo al servizio di spietati assassini.

Non può parlare con lui, perché sa come si giustificherebbe: volevo proteggervi. Sa che la conversazione sarebbe inutile.

Questa è un’ipotesi, perché Martin Scorsese ci ha messi in grado di “leggere” dentro un personaggio che dice pochissime parole e, a un certo punto, sparisce; lo ha descritto, lo ha reso vivo, facendogli dire pochissime parole, solo per una parte del film.

Eppure, quando sentiamo parlare della figlia minore, sappiamo che cosa pensa.

Volevo proteggervi, dice Frank, vecchio e malandato, all’altra figlia che è venuta a trovarlo; credendo di far bene ha distrutto qualcosa che è più profondo e più importante della famiglia cosiddetta naturale e della famiglia mafiosa acquisita, ha distrutto l’umanità, a cominciare da quella volta in cui non ha perdonato l’uomo che aveva fatto uno sgarbo alla bambina e, dopo averlo picchiato, è tornato indietro per massacrargli la mano.

Solo Dio può essere spietato, il Dio del vecchio testamento, anche il Dio dei cattolici, che vuole sottomissione, ma alla fine, forse, è disposto a perdonare se si confessano i propri peccati (omettendo, naturalmente, i dettagli, soprattutto nomi e date) a un prete, mai a un giornalista o a un giudice.

Questo film è la Spoon River Anthology di Martin Scorsese.

Si potrebbe dire che si svolge in un cimitero, che alla fine si materializza con le bare e i loculi.

Per tutto il film vediamo le iscrizioni sui loculi: l’immagine si ferma sulla fotografia del morto, appare la scritta con il nome, la data e le circostanze della morte.

Il film riprende e il morto si muove, parla, agisce, qualche volta ricorda con malinconia, o siamo noi a collegare quel personaggio al suo destino. Il presente perde di significato, proiettandosi nel futuro; anche la violenza di quei gesti scompare, perché sappiamo come andrà a finire. Proprio come nel poema di Edgard Lee Masters: i morti ricordano con distacco i momenti chiave della propria esistenza, non come il conte Ugolino, che vive un eterno presente («… / Poi cominciò: tu vuo’ ch’io rinovelli / disperato dolor che ‘l cor mi preme /…).

Per Dante il dolore disperato non passa, in eterno preme sul cuore, che, metaforicamente, continua a pulsare; per Edgard Lee Masters il dolore si attutisce nel nulla del cimitero, nelle ceneri che riprendono il ciclo naturale.

Nella Spoon River originale, e in quella cinematografica di Martin Scorsese, alla fine c’è la rassegnazione, l’accettazione del male che è entrato nella propria vita; la vita è raccontata partendo dalla fine, sapendo come andrà a finire.

Vediamo gli attori che Scorsese ha amato, che noi abbiamo amato insieme a lui, non solo nei suoi film, ma anche in quelli di altri registi (soprattutto De Niro, Joe Pesci, Al Pacino) ringiovaniti, non tantissimo, rispetto a come sono ora; riconosciamo i loro tratti caratteristici, che abbiamo visto tante volte ingranditi sullo schermo; per Joe Pesci, forse perché si era un po’ perso di vista, all’inizio è stato difficile associare quel vecchio stanco e smagrito, quel vecchio malaticcio con le guance asciutte, al giovane rotondo di fisico e spigoloso di carattere che ci ricordiamo in Quei bravi ragazzi e in Raging Bull.

Alla fine li vediamo molto più invecchiati di come gli attori sono realmente ora; poi muoiono, tutti, tranne il personaggio interpretato da Robert De Niro, che, in attesa della fine, chiede al giovane prete che lo confessa di lasciare socchiusa la porta, quando se ne va.

Da quell’apertura lo vediamo per l’ultima volta.

La butto lì; non m’importa se la realtà provvederà a smentirmi clamorosamente: questo film mi è sembrato un lungo addio di Martin Scorsese al cinema che gli è più caro; farà altri film, sperimenterà nuovi linguaggi, con questo ha chiuso con un tipo di cinema, molto legato al gruppo, gli italiani emigrati in America nella prima metà del Novecento, al quale appartengono la sua famiglia, la sua infanzia, gli anni della sua formazione, i suoi amici; ha chiuso una parentesi aperta tanti anni fa; l’ha chiusa, giustamente, con l’immagine dell’attore simbolo della sua cinematografia.

Per ciò che vale il mio giudizio, il film è un capolavoro; peccato che Netflix ce lo farà rivedere solo su uno schermo televisivo, sullo schermo di un computer o di un touchscreen.

Qualche giorno dopo: visto il successo del film nelle sale – non te l’aspettavi, vero? Vecchio Netflix! Credevi di essere giovane, invece sei decrepito (non ce la faccio: devo per forza personalizzare!) – la circolazione del film nei Cinema sarà prolungata.

Non ci basta. Ho già voglia di rivederlo, ma non così presto.

Non m’importa nulla delle vecchie latterie, dei vinili, dei quaderni a righe o a quadretti; passo indifferentemente dal libro di carta all’ebook, secondo le circostanze; cerco di aggiornarmi a tutti i più recenti prodotti hardware e software presenti sul mercato; mi affascina la domotica: ho fatto in modo che quando rientro in casa le luci si accendano da sole, mentre risalgo viale Matteotti, prima di infilare la chiave nella serratura del portone; però il posto migliore per vedere un film è la sala cinematografica: schermo ampio, altri umani in sala (anche se a volte, non sempre, fastidiosi). Aggiungerei: obbligo di uscire di casa.

Il Cinema è come il treno: nessuna macchina (elettrica, informatizzata, autoguidata) può compensare la sensazione di accucciarsi tranquilli, farsi condurre (su un binario obbligato, sapendo dove si va), guardare fuori dal finestrino, leggere tranquillamente, ogni tanto lanciare un’occhiata curiosa ai viventi che ci circondano, ascoltare i loro discorsi (a volte inconcludenti, gonfi di luoghi comuni, fastidiosi, a volte interessanti).

Finché non ci saremo trasformati in una sequenza di bit:

Viva il cinema al Cinema.