(12 maggio 2020)

Anna Maria Ortese – Il mare non bagna Napoli (Adelphi)

Anna Maria Ortese (1914 – 1998) mi ricorda che Il mare non bagna Napoli, nonostante l’abbia visto tante volte, camminando da piazza del Plebiscito per via Cesario Console. Dall’imbocco di via Nazario Sauro in avanti è tutto mare, fino a Mergellina e oltre.

Onde e rocce affioranti tra i flutti, tanto che, con un po’ di agilità, ci si potrebbe anche bagnare. Se si allunga lo sguardo: una distesa di acqua, il mare, fino alla linea dell’orizzonte.

Lo chiamano, appunto, Golfo di Napoli; in fondo, oltre al Vesuvio, si possono intravedere o indovinare le isole; una piccola isola, vicina, collegata alla terraferma con riempimenti in mare, è l’isolotto di Megaride, sul quale spicca Castel dell’Ovo.

Nella primavera del 2012, dalla strada affollata di gente gioiosa, ho visto le vele dell’America’s Cup: nel mio ricordo, uno degli spettacoli più belli a cui mi è capitato di assistere sul mare, a parte il tramonto, che si ripete ogni sera e ha sempre sfumature diverse. Il Sole, il mare, le nuvole, l’aria sono professionisti seri: trovano sempre il modo di offrire allo spettatore nuove emozioni, pur recitando e improvvisando, ogni sera, sullo stesso canovaccio.

È un percorso meraviglioso, sul lungomare fino a Mergellina e oltre, soprattutto dopo che lo hanno liberato dalle macchine che sfrecciavano per via Partenope e per via Caracciolo, davanti alla Villa Comunale, nella quale c’è la Stazione Zoologica, ben conosciuta da chi, a Napoli, ha studiato o studia Biologia.

È tanto che non cammino per le strade di Napoli, non mi immergo nei vicoli, non sfoglio i libri sulle bancarelle di Port’Alba, non mi siedo negli scanni monacali di legno in un’aula dell’Università Federico II in via Mezzocannone, nel glorioso Istituto di Matematica; da quelle antiche scale si accedeva al cortile del Salvatore, alle “grotte” di Biologia generale (per i sopravvissuti ricordo: epoca Parisi) o in una delle due aule di Fisica in cima allo scalone della Minerva, dove i goliardi obbligavano gli studenti iscritti al primo anno a toccare il culo della statua e, in cambio, li fornivano di un lasciapassare pieno di improperi in latino maccheronico.

Lo scherzo finiva a dicembre; con la ripresa delle lezioni nel nuovo anno si smetteva di appartenere alla orrenda categoria delle matricole.

Mi piaceva percorrere via Foria, venendo dall’Orto Botanico in direzione del Museo Archeologico, davanti al quale prendevo il 160 nero per tornare a casa.

Quella strada si è stampata così bene nel cervello che alle volte me la sogno e, se sono distratto e sovrappensiero, mi può capitare di vedermi immerso in essa mentre mi trovo in una strada che vagamente le assomiglia, a Firenze.

Mi sentivo a casa, mentre mi perdevo per quelle vie.

Via dei Tribunali (decumano maggiore), via dell’Anticaglia (decumano superiore), via San Biagio dei Librai (Spaccanapoli, decumano inferiore), piazza San Domenico, le rampe del Salvatore (assai fotogeniche e riprese volentieri dai registi), la Chiesa del Gesù Vecchio (il 6 gennaio, Martina), i vicoli intorno al Munasterio e Santa Chiara (Pino Daniele), piazza del Gesù Nuovo, via Santa Teresa, piazza Dante, ma, soprattutto, quella via che Anna Maria Ortese richiama nel titolo di un altro libro: Il porto di Toledo.

Nel racconto più straziante e più bello di Il mare non bagna Napoli (prima edizione 1953) chiama questa via con il secondo nome che da tempo si usa: via Roma.

In via Roma si trova il negozio di occhialaio dove la piccola Eugenia, quasi cecata per via dell’umidità del basso in cui vive, accompagnata dalla zia Nunzia, si misura gli occhiali che le consentono di vedere per un momento la strada luminosa, la gente che passeggia, di scoprire un mondo bello e gioioso, differente dal lurido basso, nella lurida via dove vive: via della Cupa a Santa Maria in Portico.

Il testo di colore blu è preso dal libro indicato all’inizio del commento. Se qualcuno degli aventi diritto ha obiezioni a riguardo, basta avvisare: cancellerò le frasi ricopiate.

Là, in quel negozio elegante, pieno di tavoli lucidi e con un riflesso verde, meraviglioso, che pioveva da una tenda, il dottore le aveva misurato la vista, facendole leggere più volte, attraverso certe lenti che poi cambiava, intere colonne di lettere dell’alfabeto, stampate su un cartello, alcune grosse come scatole, altre piccolissime come spilli. «Questa povera figlia è quasi cecata,» aveva detto poi, con una specie di commiserazione, alla zia «non si deve più togliere le lenti».

Anch’io ho comprato i miei primi occhiali a via Roma: li comprò mio padre. Mi accompagnò dall’occhialaio quando non riuscii più a nascondere la miopia, che tenevo nascosta per il timore di imbruttirmi.

A via Roma c’erano gli studi medici: il dentista, il dermatologo per eliminare un porro spuntato su un dito.

C’era anche lo studio del chirurgo che mi tolse le adenoidi ingrossate, per colpa delle quali respiravo male da piccolo. Nessun ricovero, niente ospedale: tutto nell’ambulatorio; il dottore mi elogiò perché non avevo fatto storie. Poi mi diedero un ghiacciolo e andammo a prendere il pullman per tornare a casa.

Ora sembra incredibile, ma me lo ricordo bene e a casa mia questo episodio si è sempre raccontato così.

Avevo otto anni. Imparai che se hai paura è meglio non ribellarsi ma chiudere gli occhi e pensare ad altro. Passa prima.

Non so se convenga sempre, non so se mi sia sempre convenuto, nei momenti difficili, chiudere gli occhi e pensare ad altro.

Naturalmente le situazioni descritte da Anna Maria Ortese sono molto diverse da quelle vissute da me; le sue si svolgevano nel primo dopoguerra e avevano come protagonisti i sottoproletari che abitavano nei posti più impensabili della città vecchia; le mie vicende, invece, riguardavano la piccola borghesia provinciale, che si preparava al boom degli impieghi fissi, negli anni sessanta e settanta.

Il sottoproletariato, in città, era confinato in spazi sempre più malsani, mentre la piccola borghesia impiegatizia, soprattutto nella provincia, imparava progressivamente ad utilizzare la vasca da bagno, il frigorifero, il televisore, il telefono, l’automobile e beneficiava della Cassa Mutua per curarsi i denti.

Quando ho cominciato ad andare a scuola a Napoli mi piaceva fare lunghe passeggiate senza meta; come ho scritto più sopra, in quelle vie e in quei vicoli mi sentivo a casa.

Anche ad Anna Maria Ortese piaceva camminare per Napoli e nei suoi libri descrive i lunghi percorsi a piedi che la portavano a vedere, nel dopoguerra, cose molto più brutte di quelle che ricordo di avere visto negli anni sessanta.

Che cosa ho visto io di brutto a Napoli?

Non ho visto, per fortuna, il III e IV Granili:

Una delle cose da vedere a Napoli, dopo le visite regolamentari agli Scavi, alla Zolfatara, e, ove ne rimanga tempo, al Cratere, è il III e IV Granili, nella zona costiera che lega il porto ai primi sobborghi vesuviani. È un edificio della lunghezza di circa trecento metri, largo da quindici a venti, alto molto di più.

Segue una descrizione dettagliata ed estremamente precisa di questo luogo di pena, in cui era ammassato un numero enorme di sottoproletari e operai senzatetto; famiglie intere prive di acqua, di fogne, di scuole, di servizi.

Oltre alle cifre, c’è il racconto di una visita a quegli edifici e ad alcuni degli abitanti.

Alla fine degli anni sessanta questi luoghi infami erano spariti, per cui io, che amavo andare in giro a piedi, non li ho visti.

Erano spariti, ma, data l’enormità delle loro dimensioni e del numero degli abitanti, c’è da chiedersi che fine abbia fatto l’umanità che li riempiva di dolore e di ronzio (parola utilizzata da Anna Maria per descrivere il parlottio continuo della gente). Forse hanno trasferito tutti quei cristiani in altri posti, ugualmente malsani, lontani dal centro. Li hanno portati a veleggiare in uno spazio indistinto, ancora meno governabile di quello da cui provenivano, fottendosene di dare soldati alla camorra.

Non ho visto il dolore del dopoguerra: non ero ancora nato.

Ho visto piazza Plebiscito sequestrata dalle macchine, ma poi l’ho vista liberata da Bassolino (ce lo vogliamo ricordare?).

Ho visto le puttane alle finestre o per strada, davanti ai bassi, nei vicoli dei quartieri spagnoli che danno su via Roma. Anche in età adolescenziale e con gli ormoni in ebollizione, erano così squallide, alcune erano così, diciamo, mature, da richiamare solo raramente pensieri sessuali. Poi sono sparite e quei vicoli si sono riempiti di turisti; anche qui c’è da chiedersi che fine abbiano fatto.

Si sono allontanate sempre più dal centro, poi dalla città, fino agli inferni di Castel Volturno e dintorni, e hanno cambiato aspetto, età, nazionalità e lingua (Il vizio della speranza, regia di Edoardo De Angelis; commento su questo sito).

Le prostitute napoletane dei quartieri spagnoli erano sfruttate ma potevano esercitare dei diritti: il mio barbiere raccontava, mentre tagliava i capelli, dei regali che portava alle ragazze dei quartieri, quando andava a trovarle (dolciumi, collanine); le nominava e descriveva con tutte le caratteristiche, fisiche e psichiche, quasi con affetto; in pratica erano la sua seconda famiglia, che visitava quando faceva festa, il lunedì pomeriggio. Anche qui c’era la violenza del denaro e dei ricottari, però, almeno, le prostitute erano persone, sfruttate, ma persone.

Le povere ragazze slave, africane, rapite, non hanno diritti, sono realmente ridotte in totale schiavitù, trattate come oggetti, dai delinquenti che le tengono prigioniere e dai malati che le violentano.

Fra i residui di un tempo antico di miseria nera, andando indietro nella memoria, ricordo di avere visto gli ultimi lustrascarpe sotto alla galleria e anche di essermi seduto una volta su uno di quei troni che si vedono nei film napoletani di quegli anni.

Non ricordo il motivo che mi aveva indotto a farmi lustrare le scarpe da quell’uomo magro magro, piccolino, che con gesti rapidissimi e grande abilità manovrava le spazzole e un panno di velluto, con una velocità incredibile.

Ricordo, sempre rovistando nella memoria, che a un certo punto i lustrascarpe si trasformarono in una specie di cooperativa, poi sparirono.

Negli anni sessanta nella Galleria Umberto si entrava per vedere gli artisti seduti ai tavolini dei bar, per sfogliare i libri tascabili e i libri a metà prezzo, fuori alle librerie. Si entrava alla Ricordi, che dava soggezione, fingendo di guardare gli spartiti; si scorrevano i dischi. Sparita nel nulla, sostituita da un negozio di elettrodomestici.

A Montesanto sono stato, a volte, per molti minuti a osservare i giocatori delle tre carte (solo uno esposto, i complici mimetizzati): «Qua si vince, qua si perde». Attiravano i curiosi, dando l’impressione di una sicura vincita. Restavo ad osservare fino a quando qualcuno notava questo ragazzo e mi guardava con aria interrogativa; allora mi allontanavo. Spesso riuscivo a seguire tutta la truffa: i complici fingevano di vincere, qualcuno dei curiosi, attratto dalla facile vincita, puntava una moneta su una delle tre carte. «Qua si vince, qua si perde». La carta si trasformava sotto i nostri occhi, il curioso provava di nuovo, l’illusionista prendeva le monete vinte e diceva, con tono deciso, «égguardie!» («le guardie!»); chiudeva il tavolino, che si trasformava in una valigetta e, letteralmente, si dissolveva nel nulla insieme ai complici. Spariva. Il curioso non doveva avere la possibilità di rendersi conto della truffa prima della sparizione. Dopo un po’ il gruppetto si materializzava di nuovo, un po’ più avanti.

Non si può leggere una scrittrice così profondamente napoletana come Anna Maria Ortese, anche se è nata e ha vissuto gran parte della vita fuori Napoli, senza sentirsi immersi in quei vicoli.

Io, però, non ho visto

Teresella, più piccola di suo fratello, perché era nata l’anno che il re era andato via, seduta sulla soglia di casa, sorrideva, e, ogni tanto, leccava un cantuccio di pane che aveva trovato sotto una sedia.

Questo mi piacque subito della lingua di Anna Maria Ortese (quando lessi Il mare … nella riedizione Adelphi del 1994, Lire 24.000): usa la sintassi e spesso il lessico della lingua napoletana, dolcemente italianizzata, ma poi inserisce una parola – “soglia”, “cantuccio” – che si sente più facilmente nelle vie di Firenze che nei vicoli di Napoli.

È come se distinguesse, all’interno della stessa frase, la voce del narratore e quella dei narrati: zi’ Nunzia, Eugenia, Rosa, don Peppino, Teresella, Pasqualino, la caramella scartata, che sa di limone, la marchesa, il materasso da rifare, il terraneo gonfio di umidità, il cesso puzzolente, il mare e Posillipo, che si vedono dal balcone della marchesa, lontani, reali solo per la marchesa e per i suoi parenti (per questo il mare non bagna Napoli: per molti napoletani, nel 1953, il mare non c’era).

L’anno che il re era andato via” è voce dei narrati, dolcemente italianizzata, “leccava un cantuccio di pane” è voce di Anna Maria; è lei che vede la bambina e racconta con pena il suo gesto.

Li abbiamo pagati ottomila lire. Sapete? Vive vive …” è la voce di Eugenia. Come in “Costano assai assai, bisogna tenerli riguardati”.

Ottomila lire vive vive”: sembra di sentire la voce della bambina e la voce di zi’ Nunzia, mentre si torce le mani.

Prese i soldi nel pugno, senza più curarsi del giornale, e uscì lesta nel cortile.” È la voce di Anna Maria.

Si potrebbe continuare a lungo, ricopiando molte parti del racconto e sottolineando l’alternanza dei punti di vista, tra due frasi accostate o all’interno della stessa frase.

La scrittrice cambia completamente registro e vocabolario quando, nel racconto successivo, che sembra un quadro, passa dal sottoproletariato disperato, a cui appartiene la famiglia della bambina quasi cecata, alla piccola borghesia, nella figura della piccola imprenditrice Anastasia Finizio, che sogna per un momento di dare una svolta alla propria vita, di liberarsi dall’oppressione familiare, di essere desiderata dal marinaio aspirante all’impiego Antonio Laurano.

Qui la lingua non è il bel napoletano stretto di Viviani, il napoletano dei sottoproletari, dolcemente tradotto, è l’italiano della piccola borghesia, quello, per intenderci, di molte commedie di Eduardo.

Le pareva mill’anni che la sorella uscisse dalla stanza, smettesse di guardarla. «Mammà dice pure se vai un momento in cucina a darle una mano. Io devo ripassare le canzoni». «Sì, ora vengo» rispose pianamente Anastasia. «Mi riposo un momento, e vengo».

… … … … … … … …

«Dopo pranzo viene a trovarci don Liberato, me lo ha fatto dire dalla serva. È arrivato da Salerno. Salute a noi, credo che donn’Amelia stia veramente male».

… … … … … … … …

« … Di me, ora, i giovani non si accorgono più, e se non vestissi bene e non usassi un profumo di costo, neppure buongiorno mi direbbero.»

C’è il congiuntivo, il periodo ipotetico con la scelta giusta dei modi e dei tempi, perché in questo ambiente le donne cominciavano ad andare a scuola, spesso all’istituto magistrale o professionale femminile e anche a mettere mano all’imprenditoria, al commercio, di dimensione familiare o poco più.

I personaggi sono dipinti, una serie di ritratti, e il racconto si chiama come il titolo di un quadro (Interno familiare). Grande è la capacità descrittiva di Anna Maria, dotata di una memoria fotografica che le consente di raccontare tutti i particolari di un salotto immerso nel buio, che conosce bene, nel capitolo successivo, dedicato agli intellettuali napoletani. Un pittore non avrebbe difficoltà, seguendo le descrizioni, a rappresentare i vari momenti e i personaggi del racconto centrato sulla figura di Anastasia, la cui bruttezza inespressiva è paragonata a una forchetta: immagine plastica.

Piccola borghesia, dove il cibo è abbondante ma la salute è poca, la ricchezza, precaria, è guadagnata con fatica e conservata sacrificando il destino di una figlia, più brava e brutta di un’altra, e disponibile al sacrificio.

Si può dire che il timore maggiore delle donne napoletane in quegli anni era di rimanere zitelle, al servizio della famiglia di origine, dovendo crescere i figli della sorella o del fratello.

Camminava per Napoli, Anna Maria Ortese, non solo nelle zone degradate o nei vicoli, ma anche nelle vie frequentate dalla media e alta borghesia.

In un lungo capitolo che si chiama Il silenzio della ragione, pieno di tante cose, descrive una lunga camminata notturna da viale Elena, dov’era la villa di Luigi Compagnone, a via Filangieri e a via dei Mille.

Era tornata a Napoli dopo un periodo di assenza (non ancora il definitivo allontanamento, successivo alla pubblicazione del libro) per ritrovare gli amici con cui aveva collaborato nella rivista Sud (vita breve), e per scrivere un articolo per un settimanale sui giovani scrittori napoletani.

Dopo essere stata sostanzialmente cacciata da Compagnone, percorre a piedi la lunga strada, fino a via dei Mille.

Guarda attraverso la vetrina del Caffè Moccia, quasi deserto, e fa la cosa che le piace di più: spia i radi avventori, giovani che lei più o meno conosce, impegnati in varie attività intellettuali (scrivere per la radio, collaborare ai tentativi editoriali che spuntavano in quel periodo, dipingere quadri, ragionare del dialetto napoletano); guarda senza essere vista, mimetizzandosi forse con la vetrina, con la strada; ascolta senza farsi notare, per poi scriverne. È il suo mestiere, la sua vocazione, realizzata attraverso un lungo e faticoso lavoro di autodidatta (aveva frequentato un paio di anni di scuola professionale).

Quando due avventori, suoi conoscenti, che stanno parlando del dialetto napoletano, si avvicinano alla porta, Anna Maria si ritira, temendo di essere riconosciuta e di essere costretta a scambiare inutili chiacchiere con loro. Riprende a camminare per quelle vie della Napoli bene, dove s’incontrano proprietari di gallerie d’arte e pittori comunisti.

Il giorno dopo va a trovare Domenico Rea (1921 – 1994), a quel tempo il giovane scrittore più conosciuto, sempre in competizione con Compagnone, nella sua nuova casa al Vomero, una zona di Napoli che andava sviluppandosi e sarebbe diventata, in pochi anni, un agglomerato di case, negozi, bar, pasticcerie, strade oppresse da un flusso continuo di automobili, da cui alcune si sarebbero liberate solo in anni recenti.

Quando si svolge la visita di Anna Maria, nei primi anni cinquanta, la collina del Vomero è ancora, in parte, coperta di orti.

A casa di Rea trova Vasco Pratolini, scrittore fiorentino che visse molti anni a Napoli.

Leggendo il resoconto della visita, si capisce un motivo del profondo astio che trapela da queste pagine nei confronti di quell’ambiente, che, mi sembra, la respingeva. Rea la tratta con sufficienza, non dà importanza alla sua richiesta di informazioni per l’articolo, scrive quattro cose sul suo quadernino e la guarda, credo, come un’intrusa.

Il capitolo Oro di Forcella è centrato su quel lungo taglio nella città vecchia (per dirla alla De André) che si chiama Spaccanapoli, dove si trova il posto più triste che si possa immaginare: il banco dei pegni.

Il titolo richiama L’oro di Napoli (prima edizione 1947) di Giuseppe Marotta (1902 – 1963), che scriveva lontano da Napoli, sui ricordi, e in San Gennaro non dice mai no descrive il ritorno alla sua città, dopo vent’anni di assenza (sottotitolo: Il celebre viaggio di un napoletano a Napoli).

Il primo capitolo del libro di Marotta si chiama La inventano, un titolo che dice tutto.

Siamo nel treno per Napoli.

Appena il treno parte dalla stazione di Roma si entra nel teatro; gli attori sono i viaggiatori e il controllore.

Un signore grasso ha svuotato una grande valigia di un numero esorbitante di oggetti – panni, alimenti, oggetti vari – depositandoli sulle proprie gambe.

Arriva il controllore; il viaggiatore dichiara che il biglietto si trovava in valigia, ed è impossibile recuperarlo fra tutte quelle cose che ricoprono le sue gambe. In un altro posto il controllore farebbe la multa; qui no: siamo già quasi a Formia, siamo entrati nella napoletanità. Il controllore guarda con calma il signore grasso e gli dice: «me lo descriva». Da qui comincia uno scambio di battute, come se i due si trovassero su un palcoscenico, con perfetta scelta dei tempi comici e interventi estemporanei di altri passeggeri. Un teatro.

Il concetto, bellissimo e vero, è il seguente: i napoletani inventano Napoli ogni giorno.

Perché questa digressione su Giuseppe Marotta?

Perché a me sembra lo scrittore napoletano che più assomiglia alla Ortese, anche se ha raccontato, basandosi su ricordi fortemente impressi nella memoria, un altro aspetto di Napoli e dei suoi abitanti.

Marotta ha raccontato una città allegra, a volte dolorante, a volte disperata, ma sana; Ortese ha raccontato una città malata, abitata soprattutto da moribondi; ma sempre di Napoli si tratta.

Nel suo viaggio in tram per la Riviera di Chiaia, diretta alla casa di Compagnone in viale Elena, vede ragazzi che fanno cose turpi nei viali di quel bellissimo parco che separa la riviera da via Caracciolo. Sono selvaggi, ammazzano animali, mostrano il sesso ai viaggiatori del tram, con un senso di naturalezza privo di inibizioni che è il segno della loro malattia. Una ragazzina capo banda sputa sul vetro della villa di Compagnone, per sfregio, per il desiderio di deridere, di aggredire. Si immagina che se non ci fosse quel vetro farebbe qualunque cosa.

Certamente Anna Maria Ortese aveva un caratteraccio.

Il riferimento a Marotta viene anche per la tendenza a stare per conto proprio, a non seguire le mode e le ideologie.

Se ne andò via da Napoli e non vi tornò più, per tutta la vita; forse il suo isolamento, dopo l’attacco alla tribù degli intellettuali napoletani e, in particolare, a Luigi Compagnone (1915 – 1998), contenuto in questo libro, la convinse a mettere parecchi chilometri di separazione tra il suo corpo fisico e il corpo dei suoi personaggi.

Non ho letto i libri di Anna Maria Ortese quando furono pubblicati la prima volta, o perché non c’ero, o perché mi ero fatto influenzare da una critica negativa. Li ho letti quando furono ristampati da Adelphi negli anni novanta, e vivevo anch’io lontano da Napoli.

A quei tempi leggevo regolarmente gli elzeviri di Luigi Compagnone su Il Mattino e su La Repubblica; mi procuravo Il Mattino per essere aggiornato sugli avvenimenti, anche minuti, che accadevano nella città del cuore.

Ricordo che leggevo ogni giorno i due giornali, allora molto diversi tra loro; ora fanno parte del rapido giro mattutino della stampa online, scorrendo quasi solo i titoli. Per leggere un articolo vado su Il Foglio.

Il mare non bagna Napoli mi piacque subito e pensai che, in fondo, quel sasso che Davide aveva scagliato contro Golia nel 1953 non aveva colpito Golia, ma, come un boomerang, era tornato indietro e aveva colpito Davide.

Gli intellettuali di cui parla Ortese, spesso con accenti sarcastici, compreso Luigi Compagnone, erano ancora una potenza negli anni novanta, mentre lei, dopo avere pubblicato altri libri importanti e avere vinto anche un premio Strega (Poveri e semplici, 1967), si sarebbe gradatamente avviata verso una triste conclusione (legge Bacchelli).

Negli anni novanta ci fu la ristampa Adelphi dei suoi libri, che consentì anche a me di conoscerli.

Quando ero studente a Napoli non avevo cercato i libri di questa scrittrice, probabilmente perché influenzato da un generico clima di ostilità che circondava il suo nome in certi ambienti studenteschi di sinistra, dove era ritenuta una intellettuale che si limita a descrivere, esprimendo disprezzo, le condizioni di vita in cui è costretta la “plebe” (in quegli ambienti, allora, si credeva di avere la soluzione in tasca).

Inoltre, era accusata di contribuire ad esportare una brutta immagine della città, del “popolo” napoletano.

Il racconto della bambina Eugenia fu come un colpo di fulmine, l’inizio di un amore, che continuò con gli altri racconti e gli altri libri.

Non mi piacque l’attacco diretto al “funzionario” Luigi Compagnone: non lo capivo fino in fondo.

Anche ora, rileggendolo per scrivere questo commento, mi sembra che manchi qualcosa: la spiegazione degli antefatti.

L’insistenza sulla qualifica di funzionario continuamente attribuita a Compagnone, probabilmente ironica, non so quali retropensieri voglia sottintendere.

Il racconto mi sembra non completamente sincero e mi fa pensare a una vendetta personale, a un pugno nello stomaco che Anna Maria sferra chiedendo la complicità del lettore.

Poi a me gli elzeviri di Luigi Compagnone, su Il Mattino e su La Repubblica, piacevano.

Per la cronaca: Ortese e Compagnone sono morti nello stesso anno (1998), lui a gennaio, lei a marzo.

Sentiva confusamente che al di là di quella stanza, sempre piena di panni bagnati, con le sedie rotte e il gabinetto che puzzava, c’era della luce, dei suoni, delle cose belle; e, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai.