(21 giugno 2020)
RaiPlay

Non ho approfittato della riapertura delle sale cinematografiche dopo la liberazione. La prima e unica sala, per ora, ad aprire a Firenze è stata Il Portico, in via Capo di Mondo, dalle parti della stazione Campo di Marte.
Onore al merito di questa sala cinematografica che ha aperto nonostante le enormi difficoltà, però non vado al cinema.
La nostra burocrazia, a tutti i livelli, è troppo innamorata della complicazione e del paradosso per innamorarsi dell’efficienza.
Temo, fornendo i miei dati all’ingresso nel cinema, il pericolo di essere raggiunto, qualche giorno dopo, da una telefonata.
«La avvertiamo che uno degli spettatori è risultato positivo al tampone – o al test sierologico, o ha manifestato sintomi simil covid-19, o ha un brutto aspetto, non sta tanto bene, o proviene da un paese governato da un folle (Trump, Bolsonaro). Pertanto la invitiamo a mettersi in quarantena fino a quando avremo tempo e reagenti sufficienti per sottoporla a due tamponi consecutivi che dovranno risultare entrambi negativi. Fino a quel momento si chiuda in casa, non incontri nessuno, altrimenti la mettiamo in isolamento nella Torre della Muda e le facciamo fare la fine del conte Ugolino».

Naturalmente i miei timori, accentuati da un’indole ansiosa e tendente a drammatizzare, sono un po’ esagerati (il riferimento al conte Ugolino è eccessivo, anche perché la Torre della Muda attualmente è chiusa).
Però è certo che con una telefonata del genere, anche molto più pacata e meno minacciosa, le vacanze in Versilia salterebbero. Salterebbero per ricevere, dopo la quarantena e a seguito di due tamponi negativi, un’altra telefonata: «La informiamo che lei non è mai stato a contatto con un malato di covid, anche perché il presunto malato, che poi è risultato essere in perfetta salute, era seduto in prima fila mentre lei era nella diciassettesima. Per essere precisi (noi siamo molto precisi) eravate in sale diverse, in cinema diversi, in città diverse, seduti uno nella prima fila, l’altro nella diciassettesima. Infatti qualcuno ha notato che avete visto film diversi, ma abbiamo pensato che non fosse affar nostro risolvere questa apparente incongruenza. Intanto le abbiamo imposto la quarantena, com’è giusto che sia. Il piccolo errore che forse abbiamo commesso, di cui ci scusiamo (ma può capitare), è dovuto alla confusione dei fogli utilizzati per il tracciamento e alla confusione mentale degli addetti a questa funzione».

Dunque, continuerò a vedere film in streaming, fino a quando sarà possibile andare al cinema senza sentirsi sottoposti a una specie di roulette russa basata sull’incognita: chi ha condiviso la sala con me? Oppure: che fine fanno i fogli utilizzati per il tracciamento dei positivi al covid?
Fatte le vacanze, si può rischiare. Forse.

Su RaiPlay, in prima visione, si trova l’ultimo film di Gianni Di Gregorio, un regista anziano che per me è stato una scoperta qualche anno fa.
Mi impressionò favorevolmente l’eleganza, la capacità di rappresentare la vecchiaia con sottile arguzia, in un film a bassissimo costo, un gioiello che si chiama Pranzo di ferragosto (2008).

Gianni Di Gregorio ha passato la vita sui set cinematografici. Dopo studi classici e il diploma all’Accademia di Arti Sceniche di Roma, ha iniziato con il teatro, poi è passato al cinema, come sceneggiatore e assistente alla regia di film importanti.
È una fonte inesauribile di episodi divertenti riferiti alla Hollywood sul Tevere (anni settanta), a quel periodo in cui – tra western, commedie e poliziotteschi – l’industria cinematografica italiana dava lavoro a migliaia di persone ed era guardata con interesse da tutto il mondo.
Poi ha incrociato i nuovi registi (Garrone, Sorrentino) con i quali ha collaborato come aiuto o come sceneggiatore; credo sia stato anche, sul campo, grazie alla sua esperienza, maestro di tecnica cinematografica per questi giovani che facevano i primi film, ma è una mia ipotesi.

Nel 2008, a quasi sessant’anni, quando gli altri cominciano a pensare alla pensione, fece Pranzo di ferragosto, che fu premiato alla Mostra del Cinema di Venezia (premio opera prima) e al David di Donatello 2009 (miglior regista esordiente).
Nel film alcune signore anziane, tra le quali Valeria De Franciscis, più di novant’anni, che rivelò uno straordinario talento di attrice (una breve esperienza precedente in un film di Garrone).

Pranzo di ferragosto era girato in gran parte a casa del regista, a Roma.
Sulla spinta di questo primo film, riuscì a farne un secondo, una specie di seguito, con la stessa attrice che, con grande bravura, interpretava il ruolo di sua madre.
Secondo me, a un certo punto, lui stesso cominciò a credere che fosse veramente sua madre, tanto era naturale il modo in cui interagivano; il film si chiama Gianni e le donne (2011).
Come il titolo fa intuire, parla del rapporto problematico tra un uomo che corre verso la vecchiaia (in questo film è un pensionato) e le donne, che ancora lo attraggono, ma, inevitabilmente, cominciano a non più accorgersi della sua esistenza.

Grande intelligenza, fine umorismo, eleganza; come ho detto prima: un gioiello.

Nel 2014 esce Buoni a nulla, con bravi attori professionisti, in particolare: Marco Mazzocca, Valentina Lodovini, Marco Messeri.
In questo film Gianni Di Gregorio lavora su un concetto suggerito da un personaggio, un dentista un po’ psicologo: è un errore comportarsi sempre da buoni, da troppo buoni; gli altri – parenti, amici, vicini di casa – ne approfittano, impongono le loro scelte, rendono la vita infelice.
Un collega d’ufficio, buono come il pane, sfruttato da tutti, fa fatica ad applicare questo concetto alla propria vita, a liberarsi dalla propria eccessiva disponibilità. Quando, attraversando sulle strisce pedonali, decide di imporsi alle macchine prepotenti, viene investito. Le conseguenze sono limitate a un’ingessatura e, alla fine, le cose si appianano, come in tutti i film di Gianni Di Gregorio, che è un ottimista, disincantato ma ottimista.

È passato qualche anno, in questi giorni è uscito su RaiPlay, non nelle sale, per i noti motivi, l’ultimo film del nostro regista: LONTANO LONTANO, scritto così, tutte maiuscole; anche questa volta con attori professionisti.
Ennio Fantastichini, purtroppo, è morto il primo dicembre 2018, dopo la fine delle riprese.
Il montaggio ha richiesto un anno; non so se l’uscita sia stata rimandata in seguito al triste evento. Il film, dopo una fugace apparizione nei cinema a fine febbraio, è stato subito bloccato dal covid. Io non l’ho visto prima del 7 marzo, ultimo giorno delle proiezioni in sala. È ricomparso, praticamente in prima visione, in questi giorni su RaiPlay.

Pensando a Ennio Fantastichini, alle sue tante interpretazioni, quella che più mi è rimasta nella memoria è un personaggio cattivo: Danilo, nel film La stazione, di Sergio Rubini (1990), con lo stesso Rubini e Margherita Bui.
Il suo personaggio, difficile perché a rischio di eccesso, di troppa cattiveria, ha dato un grande apporto a quel bellissimo film, pluripremiato esordio alla regia di Sergio Rubini, derivato da una pièce teatrale con gli stessi attori.

In LONTANO LONTANO Ennio Fantastichini recita senza trucco, lo vediamo com’era negli ultimi anni, un po’ ingrassato, un po’ ansimante.
Nel film interpreta quasi se stesso; naturalmente, questa è solo un’impressione: un grande attore sembra se stesso in ogni personaggio.
È un uomo anziano, geniale, affamato di vita, socievole; ha un rapporto simpatico con la figlia e alle spalle un passato pieno di ricordi. Il personaggio è stato hippy in gioventù e ha viaggiato molto.

Lo vediamo ricevere i due amici nel giardino della villa, offrirgli la birra, la pizza. Sembra di assistere a una scena che conosciamo; sembra di vedere, magicamente, le persone che abbiamo conosciuto, osservato, amato, quando eravamo giovani e gli uomini adulti, i padri, i loro amici, erano identici ai personaggi del film.
Niente di artificiale, di costruito. Questa naturalezza è frutto di una tecnica e di una bravura acquisita in anni di lavoro, dal regista, dagli attori, dal responsabile delle luci, dal fotografo.
Nei nostri video amatoriali, anche quelli della prima comunione, i personaggi sembrano finti. Il bambino, il prete, la nonna che piange, si vede che recitano una parte, quando sanno di essere inquadrati. Come sembrano false quelle lacrime vere! Qui invece è tutto falso, ma sullo schermo è tutto vero. Se non fosse così, basterebbe una videocamera o, all’epoca, una cinepresa, per diventare Fellini.

Gianni Di Gregorio interpreta un professore di latino e greco in pensione; non si è molto mosso nella vita da quella zona di Trastevere, dalle parti di porta Settimiana, che viene inquadrata più volte, con la sua caratteristica merlatura. Le strade, i bar dove si legge il giornale, si fa colazione col cappuccino e il cornetto, si beve il caffè o un calice di vino buono.
È sempre lui, il personaggio che abbiamo conosciuto nei film precedenti, caratterizzato dalla bonomia, dall’apertura verso ogni proposta, anche quando non è molto convinto, dalla disponibilità fanciullesca nei confronti degli amici. C’è sempre un amico a cui si associa volentieri, nei giri per questa Roma tranquilla, quasi paesana, rilassata.

Giorgio Colangeli ha una bellissima voce (una voce romana, popolana); interpreta un vecchio semplice, spontaneo, che non ama il lavoro, non sa fare i conti – per questo è rovinato dal gratta e vinci – ed è generoso: ogni volta che incontra il ragazzo africano che aiuta gli domanda se ha mangiato e gli offre da mangiare. Ha la generosità semplice, spontanea del popolo.
Anche nel modo di camminare l’attore è entrato perfettamente nel ruolo: ogni tanto un po’ sbanda, come capita ai vecchi, e il regista, che ha scelto Giorgio Colangeli perché sa che calza perfettamente nel personaggio – in realtà l’attore è laureato in fisica e interpreta uno un po’ intontito – riprende più di una volta, quasi con affetto, la sua camminata sbilenca, leggermente ondeggiante.

Roberto Herlitzka fa poco più di un cameo; ma che ne parliamo a fare? Ogni gesto, ogni parola confermano che non ci sono piccole parti per i grandi attori.

Conoscendo il regista, il suo stile, sappiamo che cosa dobbiamo aspettarci: leggerezza, storie semplici, nessuna forzatura, recitazione naturale, sottile umorismo, eleganza, tempi lenti che danno l’impressione di vedere scorrere la vita.
I tre personaggi, tre vecchi che ce la fanno giusto giusto ad arrivare a fine mese con le magre entrate (pensione di insegnante, pensione minima, vendita di cianfrusaglie, recupero e restauro di oggetti antichi), pensano di fare come molti pensionati attuali: andare lontano lontano, in un posto dove la vita costa molto meno che da noi.
Dopo alcune ricerche, aiutati dal professore Herlitzka, decidono per le isole Azzorre, dove c’è una situazione politica tranquilla e un ambiente naturale da sogno.
Il film va avanti con la preparazione del viaggio, i ripensamenti, i dubbi, gli incontri nella Roma dei nostri giorni, dove si vive tra i bar e i mercatini (prima del covid) e si parla un romanesco lento, dal suono gradevole.
Quel bel romanesco che a me piace molto, con gli accenti tutti perfetti, le vocali aperte e chiuse nel modo giusto, le zeta sorde quando devono essere sorde, sonore quando devono essere sonore; sembra italiano antico.

«Annàmo a pijià la pensione, così te ridò quel cinquantino».

«Che famo? Ce n’annàmo?», «Ora tocca a te. Semo qua», «Fabrì, a quanto stamo?», «Qua ce manca li sòrdi!», «Anvédi questo!», «A te che te frega?», «Te posso dà il numero de mi zio», «Questo è il mondo nostro, ce semo nati».

Il sogno dei tre non si realizza, però serve, alla fine, ad aiutare un povero ragazzo africano a realizzare il suo sogno e i tre vecchi riprendono la vita normale, tra camminate nelle vie di Roma o nella campagna che la circonda o sulla spiaggia di Fregene, fino a Terracina, tra panini con la porchetta, bicchieri di vino, birre, caffè ai tavolini dei bar, incontri a volte fortunati (pensando al distanziamento sociale viene una malinconia, un magone! Ci si metterebbe a piangere).
A settant’anni i tre amici sono sempre i tre ragazzi di una volta, sono i ragazzini che andavano in giro, guardavano il mondo, affamati di vita, e ogni tanto coltivavano un sogno.

Ora è tempo di accontentarsi di ciò che si ha, anche se è poco.

Cambiare vita, ricominciare daccapo, quando si è vecchi, è troppo faticoso.
Meglio fare un regalo generoso a un ragazzo africano che l’avvenire ce l’ha davanti a sé, non, come i tre amici, dietro le spalle.

Non c’entra nulla con la storia raccontata, ma a Gianni Di Gregorio, quando ha scelto questo titolo, per il film, ma, prima, per il libro (Sellerio) da cui è tratto, certamente sarà risuonata nella memoria la voce di Luigi Tenco, che fa parte della colonna sonora della nostra adolescenza e mi costringe a canticchiare tra me e me la sua canzone, svegliandomi stamani e ripensando agli interpreti, alle immagini, alla trama e, infine, al titolo:

«E lontano, lontano / nel tempo / qualche cosa negli occhi di un altro / ti farà ripensare ai miei occhi / ai miei occhi che ti amavano tanto»