(Giovanni Guarino © Proprietà letteraria riservata 21/02/2020)

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Maximilian Spock era un bambino tenero, molto legato alla madre, Rosalina, che aveva fatto di tutto, fin dal primo giorno del trasferimento dall’ospedale al quinto piano di una delle torri più antiche, per proteggerlo dal marito.

Lei conosceva l’avversione, inutilmente mascherata, che il marito nutriva per quel bambino nato contro i suoi principi.

Dai discorsi ascoltati in precedenza, sapeva che il dottor Spock era favorevole alle misure più drastiche nei confronti di chi faceva figli col metodo antico e dei ragazzi che portavano in sé questo difetto di fabbrica; considerava un dovere sociale manifestare sdegno nei confronti dei genitori e isolare i prodotti della loro disubbidienza alle regole della società.

Il bambino intuiva l’astio del padre e si avvicinava alla madre ogni volta che lui entrava nel loro campo di azione.

Tenendosi per mano, si confortavano e si facevano forza a vicenda, perché non solo Maximilian aveva paura del dottor Spock, ma anche Rosalina.

Il giorno dopo il ritorno dall’ospedale, il marito le disse: «cara, per favore stenditi sul letto», senza guardarla negli occhi, come sempre, ma con un po’ di esitazione nella voce, perché erano quasi nove mesi che non esercitava e, alla sua età, questa lunga interruzione, nonostante l’aiuto delle pillole, poteva essere fatale.

Lei finse indifferenza (in realtà dentro tremava), non alzò la testa dal lavoro a maglia che stava completando (una sciarpa e un cappuccio per il bambino) e rispose: «mi dispiace, ho un forte mal di testa».

In quel momento entrambi arrossirono.

Il dottor Spock non insistette, soprattutto perché si era accorto che le pillole non avevano l’effetto di nove mesi prima e, forse, il diniego da parte della moglie gli aveva evitato una brutta esperienza.

Tuttavia, non poté fare a meno di notare il cambiamento di atteggiamento della donna, la punta di sarcasmo apparsa nel suo sguardo e nel tono della sua voce.

Avvertì la sfida, che prima non esisteva o era ben nascosta.

Attribuì questo cambiamento al contatto con un esserino che non era nato in modo regolare e, probabilmente, conteneva i germi della ribellione all’ordine costituito, germi che si trasmettevano, per imitazione, a chi gli stava vicino.

Decise, quindi, di evitare ogni contatto con il figlio, tranne quelli strettamente necessari e si convinse ancora di più dell’idea che aveva sempre sostenuto: i ragazzi nati in modo anomalo devono essere separati dagli altri, perché la loro influenza può essere nefasta, non solo sui coetanei, ma anche sugli adulti, sui familiari.

Non poté, però, sostenere apertamente questa tesi, come faceva prima, per non darsi la zappa sui piedi nel caso quel “maledetto segno”, che registrava la verità sulla nascita del figlio, venisse, prima o poi, per un motivo qualsiasi, allo scoperto.

Dopo il secondo rifiuto, «questo mal di testa non vuole passarmi», capì che non c’era nulla da fare: Rosalina non era più la stessa.

Anche se avesse accettato il rapporto, se fosse stato possibile costringerla, obbligarla con le minacce, lei non sarebbe stata un oggetto, una schiava, una gomma da gonfiare col suo organo eretto.

Anche se si fosse sottomessa, sarebbe stata un essere umano autonomo: i suoi occhi gli avrebbero trasmesso il disprezzo da cui lui non sapeva difendersi.

Il dottor Spock si accorse di avere perso interesse per il sesso e pose termine alle pratiche igieniche che aveva condotto con precisione prima che l’anomalia entrasse nella sua vita con la forza.

Quando il figlio, crescendo, cominciò a mostrare qualche segno di autonomia, ne fu profondamente offeso e s’impegnò per riportarlo all’ordine con urli che rivolgeva soprattutto alla madre.

Da profondo psicologo, capace di leggere dentro gli altri per manovrarli, aveva capito che il modo migliore per dominare il ragazzo era colpire la madre; infatti riusciva sempre a raggiungere il suo scopo.

La vita in famiglia cominciò a diventare difficile.

Qualcosa era cambiato nel vecchio uomo d’ordine, che non riusciva a tenere sotto controllo, non solo il mondo esterno, ma neanche la sua casa.

Gli sembrava che forze oscure tramassero contro la società e impedissero il naturale dispiegamento delle benefiche energie liberate dalle disposizioni emanate dalle autorità.

Indovinava l’ironia nello sguardo di Rosalina, quando, al colmo dell’esasperazione, urlava: «Perché così dev’essere. Dio e le autorità così vogliono e così dev’essere».

Maximilian aveva sedici anni quando il dottor Spock si ammalò.

Sembrava una cosa da nulla: una banale influenza.

Avrebbe dovuto sottoporsi ai controlli per verificare la presenza nella saliva della trecentosettantacinquesima mutazione del Coronavirus (Covid-375), che ogni tanto si presentava in una forma leggermente diversa e riusciva ad ammazzare un po’ di gente, prima di essere scovato ed eliminato.

Ormai si conosceva tutto di questo virus narcisista (la corona era solo un abbellimento), si sapeva come distruggerlo, però il furbastro aveva escogitato un sistema per sopravvivere e far parlare di sé in televisione (non solo era narcisista, ma anche esibizionista).

Quando era aggredito dal farmaco, si trasformava un pochino: una zampetta un po’ più lunga, un disegnino leggermente diverso sulla corona, un nucleotide nell’RNA modificato na nticchia.

Di conseguenza il farmaco, che apparteneva alla categoria dei medicinali ottusi, non riusciva più a riconoscerlo.

Quando si ripresentava, bisognava individuare la piccola variazione e modificare il farmaco.

Questa operazione ormai si eseguiva in automatico: bastava che i primi contagiati si sottoponessero a un tampone, che, se risultava positivo, era seguito dalla foto segnaletica del virus.

Il dottor Spock non volle fare il tampone, nascose l’influenza, contagiò tutti i vicini di piano, i pazienti e la signorina che li riceveva, fino a quando fu troppo tardi.

Tutti i contagiati si salvarono, tranne lui.

Per un po’ ci si interrogò sul motivo che aveva indotto quest’uomo, sempre ligio e obbediente alle regole, a rifiutare il tampone.

Da un biglietto che aveva lasciato sulla scrivania nello studio, prima di essere intubato, si capì che non si fidava dei medici.

Sul biglietto era scritto: «aiuto! Non usatemi come cavia!». Seguivano espressioni irripetibili rivolte ai suoi colleghi.

Morì in pochi giorni.

Solo due furono le vittime di quella mutazione del Coronavirus: l’altra era un medico cinese, che aveva lasciato un biglietto analogo sulla sua scrivania, però scritto in cinese.

Per Rosalina e per il figlio fu una liberazione, perché quell’uomo era veramente insopportabile.

Per esempio: doveva mangiare a orario fisso; guai se la moglie tardava cinque minuti, cominciava a brontolare: «i succhi gastrici, i succhi gastrici!».

Sembrava che i succhi gastrici, nel suo stomaco, avessero la sveglia, non potessero aspettare un minuto per cominciare a lavorare.

Non ammetteva che la moglie scambiasse due chiacchiere con i vicini di casa.

Fin dai primi anni di matrimonio, la povera donna era costretta a parlare con i vicini quasi di nascosto.

La domenica mattina si metteva in pigiama sul terrazzino a tracciare con fili e potature il percorso obbligato di una pianta rampicante che, secondo le sue intenzioni, avrebbe dovuto chiudere completamente allo sguardo il terrazzino limitrofo, sul quale ogni tanto si affacciavano un uomo anziano, una signora, due bambini che ostentatamente ignorava.

Non riuscendo ad ottenere il suo scopo – la pianta gli disobbediva, portandosi verso l’alto – la tagliò, la sradicò e la sostituì con un brutto pannello verde, coperto di foglie finte, che fissò in modo maldestro (non aveva agilità nelle dita e faceva paura, forse aveva paura anche lui, quando s’improvvisava chirurgo per piccoli interventi).

Una volta che Rosalina, incontrando per strada una vicina di casa anziana, l’aveva gentilmente aiutata a portare la borsa della spesa fino all’ascensore, dove, sfortunatamente, aveva incontrato il marito che rientrava dallo studio un po’ prima dell’ora solita, l’aveva rimproverata per quel suo gesto gentile affermando: «sei una persona servile, ti metti al servizio di un’estranea per farti benvolere».

Gli capitava di trovare un calzino, un giocattolo, verosimilmente appartenente a uno dei due bambini, portato dal vento sulla parte del terrazzino di sua competenza. Lo raccoglieva con dispetto e lo buttava nel secchio della spazzatura.

Odiava soprattutto il vecchio, che ogni tanto giocava con i bambini e cercava inutilmente di salutarlo.

Questi tentativi, la ricerca del suo sguardo, quel sorriso melenso, l’intenzione unidirezionale di stabilire rapporti cordiali o, perlomeno, civili, lo irritavano profondamente.

Non sopportava l’idea che il vecchio potesse scambiare la sua aggressività per timidezza e pensasse di aiutarlo mostrandosi impermeabile ai suoi gesti bruschi, al suo atteggiamento scostante.

Fra sé e sé pensava: che devo fare? Devo ammazzarti per farti capire che ti odio?

Quando era irritato cambiava espressione del viso, sguardo, postura.

Gli piaceva l’idea di avere uno sguardo severo, di poter intimidire gli altri solo con lo sguardo.

Credo che la mattina, davanti allo specchio, prima di uscire, controllasse di non avere un’espressione dolce, serena, che per lui era sinonimo di debole, perdente.

Se Rosalina gli disobbediva, anche su cose minime, tutto il suo essere esprimeva disapprovazione, infelicità e una punta di vittimismo: stai facendo soffrire un uomo che non lo merita, ma non la passerai liscia.

Restava così, come una molla caricata, pronto a scattare; proiettava una sensazione di pericolo, di disastro incombente, fino a che raggiungeva lo scopo di imporre un comportamento, ma anche un atteggiamento interno, un modo di vedere le cose.

Non gli bastava essere obbedito, cercava di costringere l’altra persona ad essere dentro come lui desiderava.

Per questo non sopportava i vicini, perché non erano in alcun modo sotto il suo controllo, a meno che gli si rivolgessero come pazienti. In tal caso avrebbe risolto il problema: avrebbe imposto, per la salvaguardia della salute del vecchietto, della signora o dei bambini, la chiusura di quello spazio di comunicazione tra i due terrazzini.

Perché non lo chiudeva lui? Perché non chiamava qualcuno?

Non chiamava un operaio perché non amava avere estranei per casa.

Sopportava il contatto con gli estranei solo nel suo studio, solo con i suoi pazienti, sui quali poteva dispiegare tutta la sua autorità.

Cercava di risolvere il problema da solo, prima con la pianta, poi con il brutto pannello ricoperto di foglie di plastica che non era riuscito a fissare adeguatamente e lasciava passare i suoni, le immagini, la luce, attraverso gli spazi che il vento aveva cominciato ad allargare.

Dopo la nascita del figlio, quando era subentrata la paura che il suo segreto fosse scoperto, vedeva spie dappertutto e ancora di più pretendeva l’isolamento della sua famiglia dal mondo esterno.

Controllava nascostamente i quaderni del bambino per verificare che le maestre non gli facessero domande sulla vita in famiglia, come se avesse qualcosa da nascondere, un male oscuro, un delitto che gli altri volessero scoprire.

Se il bambino portava un amichetto a casa, il suo sguardo s’incupiva, poi, dopo che l’amichetto era andato via, assumeva un atteggiamento sarcastico, si avvicinava al figlio e gli chiedeva: «chi è quello?»; il bambino, intimidito, rispondeva: «è un mio amico»; lui guardava il bambino con aria ironica e diceva, come se si rivolgesse a un adulto: «perché tu credi nell’amicizia, vero?».

Il bambino lo guardava, confuso, intontito, non avendo capito la domanda; lui, senza curarsi della sua espressione, che cominciava a volgere verso la paura, fissandolo negli occhi, aggiungeva: «sappi che l’amicizia non esiste, nessuno è tuo amico, tutti cercano di imbrogliarti, di prendere i tuoi giocattoli, di approfittare della tua ingenuità»; il bambino lo guardava sempre più impaurito e lentamente si avvicinava alla madre, che intanto si era lentamente avvicinata a lui fino a stringergli la mano.

Il dottor Spock si accorgeva del gesto e cominciava a urlare: «Ecco le mamme che rovinano i figli e non li fanno diventare uomini! Come farà questo bambino a crescere e capire che la bontà non esiste, esistono solo le regole, nessuno è buono, nessuno ti vuole bene, tranne», si schiariva la gola, «… tranne i tuoi genitori!».

Quando si rendeva conto dell’inutilità delle sue parole, si alzava furioso dalla sedia, sferrava un pugno calcolato sul tavolo, facendo cadere il lavoro a maglia di Rosalina, ma non il portacenere di porcellana, e andava in un’altra stanza.

Rosalina abbracciava il bambino e gli leggeva una favola, per fargli passare la paura.

Sì, il dottor Spock era insopportabile e la sua morte, per Rosalina e per il figlio, fu una liberazione.

Anche come medico non lasciò un buon ricordo.

Il suo studio era sempre pieno di pazienti in attesa di farsi visitare, ma solo perché – come il suo quasi omonimo, il dottor Knock, un grande medico dell’antichità che aveva fondato il “Trionfo della Medicina” (non so esattamente in che epoca collocarlo, ma non importa) – affermava con convinzione: «coloro che si credono sani non sanno di essere malati».

Prescriveva una serie di indagini di laboratorio a chiunque si trovasse a passare per lo studio, anche per un malessere di poco conto o solo per chiedere un certificato medico.

«Qualunque sintomo può essere il segnale premonitore di una grave malattia, che abbiamo il dovere di prevenire o di curare finché siamo in tempo», diceva con severità ai pazienti che si erano presentati per un raffreddore o per un dolorino qualsiasi.

Se qualcuno chiedeva un certificato di sana e robusta costituzione per iscriversi alla palestra, e si aspettava di cavarsela senza una visita accurata, assumeva un’aria grave e diceva con severità: «Non possiamo dichiarare in un documento ufficiale, sotto la nostra responsabilità, il suo stato di salute fisica e mentale senza una visita approfondita che escluda la presenza nel suo organismo di condizioni patologiche in atto o in fieri».

Cominciava l’indagine come il poliziotto che deve scovare il colpevole nascosto, sicuro del delitto, e sicuramente trovava un battito cardiaco non perfettamente allineato con le lancette del suo orologio (amava gli oggetti vintage), una pressione arteriosa troppo vicina ai valori limite o troppo lontana da essi, un respiro affannoso, un polmone affaticato, un fegato bilioso, un colon pigro, una prostata troppo dura, o molle, o grossa, o piccola e bisognosa di ulteriori accertamenti sempre più invasivi, un rapporto tra peso e altezza, moltiplicato per l’età, sommato al quadrato della temperatura basale, troppo vicino ai valori critici.

Di solito il paziente usciva dalle sue visite con la prescrizione di una serie di analisi che l’avrebbero impegnato nei prossimi mesi e costretto a passare più della metà delle sue giornate in ospedale.

Questi esami richiamavano altri esami, che ne richiedevano altri ancora e così via, fino a scovare, finalmente, la malattia, subdola, nascosta, solitamente asintomatica, quindi ancora più pericolosa, da cui il paziente era affetto o rischiava di essere affetto nei prossimi trent’anni.

Fatta la diagnosi, il dottor Spock, con grande soddisfazione e un discorso pieno di termini scientifici finalizzati a incutere terrore e la giusta disposizione, avviava la cura, che non consisteva mai in semplici consigli di buon senso, inutili palliativi («nulla è più contrario alla scienza medica del cosiddetto buon senso», dichiarava con sussiego), ma facendo abbondante ricorso ai prodotti più innovativi inventati dalla farmacopea, anche di quelli in sperimentazione, che impiegava in quanto consulente della più importante industria farmaceutica.

Grazie ai suoi test, condotti, naturalmente, su pazienti inconsapevoli (condizione indispensabile per la validazione della sperimentazione di un farmaco), aveva segnalato gli effetti collaterali di numerosi medicinali, alcuni gravissimi, e consentito all’industria di apportare gli opportuni correttivi.

Usava i suoi pazienti come cavie, senza informarli preventivamente dei pericoli, con la coscienza di contribuire al progresso della Medicina.

Per questa sua attività aveva ricevuto un premio; il suo studio era sempre pieno di pazienti, eppure, stranamente, quando morì fu subito dimenticato, nessuno lo ricordò con affetto.

Si potrebbe affermare: detto che il dottor Spock era morto, è detto tutto.

La frase precedente, conclusiva di questo capitolo, come l’incipit del capitolo 2, mi è piovuta in testa non so da dove; anche l’espressione “piovuta in testa” viene da qualche parte, ma non riesco a ricordare.

È come il ricordo confuso di altre vite; nel sogno vedo due vecchi che litigano, una parrucca, leggo un nome: Prassede.

Chi era costei?

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