(Giovanni Guarino © Proprietà letteraria riservata 21/02/2020)

Cap.1;Cap.2;Cap.3;Cap.4;Cap.5;Cap.6;Cap.7;Cap.8;Cap.9

Grazie alla scoperta del giovane scienziato Gaspar Esposito, al quale non fu assegnato il premio Nobel a causa delle conseguenze della sua intuizione, i microinsetti distruttivi erano spariti e noi potemmo di nuovo gustare la bellezza di una passeggiata all’aria aperta, senza la paura di essere catturati da una nuvola nera.

Cominciammo lentamente a dimenticare il terrore di trovarsi immobili, con le labbra serrate, gli occhi che si chiudono da soli per non vedere sulle lenti della maschera da subacqueo una massa indistinta di minuscoli esseri che si muovono freneticamente.

Una sensazione angosciosa, di cui ci accorgemmo pienamente solo quando riuscimmo a relegarla fra i brutti ricordi e nel mondo degli incubi.

È esperienza comune: una situazione assai dolorosa vissuta ci fa soffrire soprattutto dopo che è finita.

Nel momento in cui l’affrontiamo siamo concentrati nel tentativo o nella speranza di superarla, raccogliamo le forze, pensiamo solo a resistere, a evitare le peggiori conseguenze, ci sforziamo di non perdere il controllo dei nervi; sappiamo che se ciò accadesse sarebbe la catastrofe.

Quando il pericolo cessa possiamo rilassarci e vivere di nuovo, liberamente, l’angoscia.

Sembra un comportamento masochista, questo ritornare sulla sofferenza patita, ma non lo è; serve a liberarci dai residui del terrore, a far cicatrizzare le ferite.

Non sempre.

Se dentro di noi abbiamo ferite profonde, che non si rimarginano, questo continuo rimuginare il passato le riapre, le fa sanguinare, diventa causa di altri terrori.

La gente dice: come mai la signora Rosalina è così prostrata, così distrutta proprio ora che la sua situazione si è risolta?

Già. Come mai?

A me non importava che la foresta amazzonica fosse sparita.

Non ne sapevo molto.

Sapevo solo che già nei secoli passati si era cercato di ridurne l’invadenza, senza riuscire a portarla a una dimensione ragionevole.

Ho letto in un libro di storia che un presidente, eletto democraticamente, aveva pensato di utilizzare quello spazio enorme a favore del popolo, per costruire case, palestre, parcheggi, centri commerciali.

Era riuscito solo in piccola parte a realizzare l’obiettivo principale promesso nella campagna elettorale che lo aveva portato alla vittoria, per la resistenza di gruppi politici che pretendevano di far prevalere le esigenze delle piante sulle esigenze commerciali e abitative degli uomini.

Si trattava di gruppi rumorosi, che riuscivano a bloccare tutto; si opponevano al progresso e ignoravano i Comandamenti della religione universale.

Il Terzo Comandamento lo abbiamo detto.

Primo Comandamento – Dio disse, in maniera chiara e inequivocabile: l’uomo avrà il dominio assoluto su tutti i viventi e se un giorno vorrà distruggere una foresta, potrà farlo senza chiedere il permesso a nessuno. Postilla – Dio aggiunse: non mi rompete le scatole con i diritti degli animali.

Secondo Comandamento – In caso di controversie sull’interpretazione delle parole di Dio, fanno fede le Tavole della Legge, sulle quali, non avendo a disposizione un registratore, Dio ha scritto di suo pugno i Tre Comandamenti.

Più chiaro di così!

In passato, uomini di fede avevano fortemente ridimensionato le foreste della Transilvania, agevolando la trasformazione degli alberi in mobili Ikea e pellet; nessuno aveva trovato da ridire, o solo pochi romantici sognatori e alcuni miscredenti.

Io non facevo parte né degli uni né degli altri.

Non m’importava che fossero spariti gli abeti di Paneveggio (Predazzo) sulle Dolomiti, dal cui legno risonante si ricavavano i violini Stradivari.

Non avevo mai visto un violino da vicino e, se lo vedevo in televisione, dicevo subito: «Avanti», per cambiare canale.

Di musica classica mi piacevano le canzoni di John Lennon e Fra’ Martino Campanaro, che avevo studiato a scuola.

Non comprendevo il testo, troppo complicato, pieno di parole obsolete (più semplici le canzoni di John Lennon), ma la musica mi sembrava «sublime!», come diceva il professore, rivolgendo lo sguardo rapito su un punto al di sopra delle nostre teste.

Quelle foreste, quei boschi, erano troppo lontani dalla nostra esperienza, dalla mia e da quella della mia famiglia, dei miei amici.

Era come non fossero mai esistiti; se gli scienziati, che ne sanno più di me, dicevano che bisognava distruggerli, per me andava bene, ero tranquillo.

Invece mi faceva impressione che la Versiliana, l’antica pineta sulla costa Toscana, privata degli alberi secolari, fosse diventata un prato.

In quella pineta, in tempi antichi, facevo lunghe passeggiate, sperando che piovesse.

Non so esattamente se si tratta di un ricordo – se è un ricordo non riesco a collocarlo nel tempo – o di un sogno.

A ripensarci mi sembra più un sogno, come quando vedo immagini di una famiglia che forse non è mai esistita: la stanza da pranzo inondata dal sole, il padre, la madre, i fratelli, le sorelle, il limone nel cortile, il forno dove, ogni quindici giorni, si cuoce il pane, la casa si riempie di buoni odori, la voce allegra del nonno, la mano della nonna, il sorriso di zia Tanina, il camino. Sono immagini confuse, mescolate tra di loro.

Da dove viene questa parola: camino? È una di quelle parole obsolete, che non esistono più; so che cosa indica, posso anche vederlo, ma non esiste più. Forse mi è venuta in mente per i miei studi classici (alcuni mesi di liceo, provenendo dal tecnico e prima di passare a ragioneria, come spiegherò, in dettaglio, in seguito).

Non capisco il motivo del desiderio di pioggia che avvertivo in sogno, mentre ero immerso nella pineta.

Si sa che i sogni sono irrazionali.

Quando facevo questo sogno – le lunghe passeggiate nella Versiliana, con la speranza di sentire la pioggia scorrere tra le foglie – provavo molta malinconia, al risveglio, al pensiero di quella pineta della mia giovinezza, in realtà di una giovinezza vissuta in sogno, trasformata in un prato privo di alberi, solo qualche arbusto qua e là.

Soprattutto non capisco come il Sistema Abitativo Toscana Nord-Ovest, con le sue centinaia di torri tutte uguali, sparse su una vasta area compresa tra le Alpi Apuane e il mare, che ricordo da quando avevo otto anni, nella mia immaginazione fosse diventato una pineta.

Non so che cosa ci fosse in quel posto, prima della Grande Ristrutturazione.

Credo le solite case singole, addossate una all’altra, con grande spreco di spazi, di cui parlano i libri di Storia e di Architettura.

Come in tutti i Sistemi Abitativi, c’erano alcuni alberi di alto fusto, che poi furono abbattuti, ma erano piantati in spazi ristretti compresi tra le torri e in uno spazio un po’ più grande che si chiama “Giardino pubblico”, dove i vecchi passano un’ora al giorno, secondo prescrizione medica, portando i nipotini, se ne hanno, o altri bambini affidati dall’Ente Planetario Protezione Infanzia (PIPI: Planetary Infancy Protection Institute).

Le mamme non hanno il tempo di andarci.

Quindi, per me non doveva esserci molta differenza rispetto a prima; solo qualche albero in meno.

Eppure: che malinconia!

Cap.1;Cap.2;Cap.3;Cap.4;Cap.5;Cap.6;Cap.7;Cap.8;Cap.9