Le note seguenti, in generale, sono più brevi delle altre, non perché considero poco importanti i film ai quali si riferiscono, ma, semplicemente, perché avevo meno cose da dire. A volte non sono così brevi, ma, per un motivo o per un altro, del film parlo ancora meno del solito.
I titoli sono disposti in ordine di data (riferita a quando li ho visti). Scorrendo si trovano.

Se mi vuoi bene – regia di Fausto Brizzi

Cinema Nuovo Lido Forte dei Marmi (LU)20 ottobre 2019

L’unico merito di questo film è di averci fatto vedere di nuovo la scritta: “regia di Fausto Brizzi”. Un regista che a me non piace (trovo stucchevoli i suoi film, compreso questo, nonostante gli attori siano molto bravi, ma la sceneggiatura è sdolcinata, melensa), un regista che è stato sottoposto a persecuzione mediatica da parte di attrici, o aspiranti attrici, che non hanno pensato di denunciare il “fatto” nel momento in cui si è verificato, ma solo quando la denuncia è diventata di moda.

Queste ragazze dovrebbero imparare che le denunce non si fanno alle “iene” o a “striscia la notizia” o a “mi manda Rai 3” o a “don Matteo” o a “Barbara d’Urso” o a “domenica in”. Le trasmissioni televisive non sono succursali dei carabinieri o della procura della Repubblica, anche se la gente, evidentemente, tende a fare confusione.

Si va nella stazione dei carabinieri, il più presto possibile, in modo che i professionisti dell’indagine – non gli autori televisivi, che è molto facile imbrogliare e hanno interesse a “sollevare il caso” – possano fare delle verifiche e non basarsi esclusivamente sulle affermazioni del denunciante.

Fortunatamente ci sono ancora giudici e tribunali e, nel caso di Brizzi, la cosa è finita nel nulla: archiviata perché il fatto non sussiste.

Chi gli renderà i danni subìti?

Uno è diventato parlamentare, gli sponsor hanno pagato le interruzioni pubblicitarie, e nessuno si domanda: non sarebbe stato meglio limitarsi alla denuncia, mantenere la riservatezza e affidarsi alla magistratura?

Altrimenti, la magistratura che ci sta a fare?

La trasmissione “forum”, di rete 4, è più onesta. Le presentatrici, prima Dalla Chiesa, ora Palombelli, hanno sempre ammesso che le persone impegnate a scambiarsi accuse nel processo rappresentato sono attori, le storie avrebbero una base di verità (io ci credo poco), ma sono interpretate da attori, dunque si tratta di fiction.

È un giochino divertente per quando non si ha di meglio da fare, ma nessuno rischia di farsi male.

Invece altri fanno un gioco pesante e pericoloso, dibattono su processi veri non ancora conclusi e, qualche volta, neanche iniziati o, come è accaduto alle “iene”, appoggiano, in buona fede, la causa di uno che aveva trovato il modo di guadagnare a spese delle persone affette da malattie neurodegenerative (caso Stamina).

Con lo stesso tono aggressivo, lo stesso atteggiamento da crociati (noi siamo i giusti, guai a chi ci capita sotto), fanno inchieste, raccolgono testimonianze, senza avere la capacità di valutarne la fondatezza, perché non è il loro mestiere.

Se indagine dev’essere (come quelle che fa Report, su Rai3), che sia rigorosa: la commistione tra spettacolo, inchiesta giornalistica e inchiesta giudiziaria è deleteria e può causare solo problemi.

Finché si limitano a filmare quelli che vanno a fare la spesa mentre risultano in servizio, va bene, se mantengono la riservatezza e segnalano la truffa ai carabinieri.

Quando sono chiamati ad occuparsi di cose più pesanti (già questa è un’anomalia) dovrebbero esercitare la massima prudenza, per evitare di fare la classica pipì fuori del vasino.
Ma qui interviene la pressione dell’audience, dello share e delle altre diavolerie a cui sono sottoposte le trasmissioni televisive.

Potrebbero obiettare: quante volte abbiamo sbagliato? Anche una è troppo (ne ho segnalate due e non ho l’intenzione di rivedermi tutte le puntate, perché il meccanismo ripetuto come un orologio mi risulta noioso). Quando sbagliate non basta voltare pagina e dimenticare l’errore. Perché la vittima, la “vostra” vittima, non dimentica: il regista che avete esposto al pubblico ludibrio, raccogliendo accuse che sono risultate inconsistenti (o volete davvero sostituirvi al magistrato? Su internet qualcuno dice: è stato assolto, sì, però, le iene …).

Le indagini, la raccolta delle testimonianze, lasciatele fare alla magistratura, che ha i mezzi, le competenze necessarie, eppure a volte sbaglia e fa dei danni a persone che poi risultano “non avere commesso il fatto”. Se questo lavoro lo fate voi, le probabilità che ciò accada si moltiplicano.

Bisogna ringraziare Luca Barbareschi, un altro che “non mi piace” (vedi commento a DOLCEROMA, 8/04/2018), per avere assunto (solo lui, credo) l’atteggiamento giusto ed essersi opposto al giustizialismo forcaiolo.

Ricordo quando la “leader” dei giustizialisti mediatici a scoppio ritardato minacciava, col pugno chiuso, «denunciaci tutte!», perché non sa che la responsabilità è individuale (denunciaci tutte è una cazzata), che in uno stato di diritto l’accusato è innocente e solo un tribunale può dichiararlo colpevole.

Joker – regia di Todd Phillips

Cinema Odeon Firenze – 5 ottobre 2019

Potrebbe avere come sottotitolo: l’uomo più sfigato del mondo.

Stabiliamo una regola: non è necessario individuare tutti i riferimenti presenti in un film per apprezzarlo, criticarlo, commentarlo; Rambo 24 o 75 si può valutare senza avere visto tutti i 23 o 74 Rambo precedenti.

Un film deve reggersi da solo.

Che cosa vediamo, ignorando volutamente tutto ciò che precede?

Vediamo un povero clown che ha tutte le sfortune, non gliene manca una, ne fa collezione, come Amleto nella parodia di Petrolini: «Io sono il pallido prence danese … … Monto in vettura, muore il cavallo … … Gioco a tressette, il mio compagno spariglia i sette … …, ecc ecc»

L’unica fortuna è la mancanza di una polizia decente a Gotham City (una ridente cittadina dalle parti di New York, famosa per la salubrità dell’aria e per aver dato i natali a individui un po’ particolari).

Fin dal primo delitto in treno, giustificato, commesso per legittima difesa (i tre tipi meritavano di essere stesi come salami), i due ispettori l’hanno individuato: è fortemente indiziato, lo seguono, non riescono mai a interrogarlo.

Si limitano a lasciare messaggi nella segreteria telefonica vintage (è stato un piacere rivedere il mangianastri con le cassette) e si lanciano in un inseguimento disperato in un treno pieno di clown.

A che serve gridare «sono un ispettore della polizia» dove la gente sta facendo la rivoluzione? Allora vuoi morire!

Così il povero Joker, senza incontrare ostacoli, ammazza la madre in ospedale, ammazza il collega ipocrita, strappa documenti riservati dalle mani del responsabile (niente poliziotti in giro, si fa a chi tira più forte), va tranquillamente (per modo di dire) avanti e indietro.

Per farsi prendere è costretto a commettere l’ultimo delitto davanti alle telecamere, sempre con quella risata fastidiosissima, una specie di rantolo.

C’era una volta a Hollywood / Once upon a time in Hollywood – regia di Quentin Tarantino

Cinema Odeon Firenze – 18 settembre 2019

Quentin Tarantino ha deciso di farci sognare.

Non è il primo; si può dire che tutti i registi ci raccontano favole, ma lui lo fa in un modo particolare: immagina e ci fa immaginare un andamento diverso di fatti storici o di cronaca nera.

In Bastardi senza gloria immaginava, e ci faceva immaginare, che una ragazza ebrea potesse arrostire le belve naziste, compreso il capo branco (Hitler), in un unico falò, in un cinema di Parigi occupata, anticipando la fine della guerra.

Purtroppo non è andata così, però per un momento ci siamo liberati dell’oppressione della realtà e abbiamo sognato che i capi nazisti fossero bruciati vivi in un cinema di Parigi.

In Once upon a time in Hollywood un’altra favola, un altro sogno, che riguarda la cronaca nera.

Le belve di Charles Manson bloccate, uccise, da uno stuntman, dal suo cane (non credevo che un pittbul potesse risultarmi così simpatico) e da un attore sul viale del tramonto che, ricordando il personaggio che l’ha portato al successo in televisione, usa in modo utile un lanciafiamme.

Anche questa volta bisogna dire che purtroppo non è andata così: le belve di Manson, nell’estate del 1969, non trovarono sulla propria strada uno stuntman, un pittbul e il lanciafiamme di un attore in declino.

Quentin Tarantino ha la grande capacità di costruire il sogno all’interno di una ricostruzione dettagliata di un altro sogno, che è stato realtà: la grande industria cinematografica statunitense e, in parte, italiana (gli spaghetti western) di quegli anni.

Un film assolutamente godibile, pieno di riferimenti e di cammei che mandano in sollucchero i cinefili.

La scena più divertente? Lo stuntman che dà un lezione di lotta vera, non cinematografica, a Bruce Lee.

Pinocchio – regia di Matteo Garrone

Grande stima per Matteo Garrone, grande stima per Roberto Benigni.

Però non andrò a vedere Pinocchio, che uscirà a Natale 2019, con la regia di Matteo Garrone e Benigni nella parte di Geppetto.

Ho accuratamente evitato gli altri film su Pinocchio: il precedente di Benigni e quello a puntate di Luigi Comencini, trasmesso in televisione negli anni settanta.

Forse quella volta una o due puntate le ho viste, ma con poca attenzione.

Anche qui: grande stima per il regista Comencini, però quel burattino di legno che nuotava (mi è rimasta questa immagine) agitando i bastoncini che fungevano da braccia e da gambe e lo sguardo feroce di Franco Franchi che interpretava il gatto (avrei ritrovato quello sguardo sulla faccia di Jack Nicholson in Shining negli anni ‘80)  davano l’impressione di assistere a un horror mal fatto.

Le avventure di Pinocchio di Carlo Lorenzini, detto Collodi, è un capolavoro della letteratura italiana, è un classico della letteratura mondiale, adatto a tutte le età e a tutte le epoche.

È un libro piacevolissimo da leggere; è bello per come è scritto, non per ciò che racconta.

Il racconto viene dopo, la trama viene dopo; questo è il motivo che lo rende intraducibile nel linguaggio cinematografico.

In quel libro tutte le parole sono giuste, belle, indispensabili, perfette; messe una dopo l’altra in quel modo compongono una musica, una sinfonia.

Lorenzini avrebbe potuto raccontare qualunque cosa. L’avremmo letto con ammirazione anche se avesse descritto la giornata tipo in quel posto che, all’epoca, non doveva essere molto divertente o interessante.

Poi ci sono le sue invenzioni surreali, la sua ironia (che ricorda Swift), il suo umorismo, a volte un po’ macabro, che ne fanno solo un bell’esempio di letteratura ottocentesca.

Con quella lingua è un capolavoro.

Ho provato a leggerlo in francese, in inglese, in latino e notato che mantiene la sua bellezza anche nelle traduzioni in altre lingue; non so come ciò avvenga, ma è così (per quello che posso giudicare: non sono un esperto).

In altre lingue, non con altri linguaggi.

Abbiamo il libro. Che vogliamo di più?

Leggiamolo e rileggiamolo ogni tanto.

Il Signor Diavolo – regia di Pupi Avati

Cinema Odeon Pisa – 3 settembre 2019

Se volete avere paura al cinema, non vi accostate alla ditta “von Trier” o alla ditta “Jarmusch“.

Vi faranno solo ridacchiare: il primo senza volere (sembra non accorgersi del ridicolo), il secondo di proposito (si spera).

Se volete tornarvene a casa con un po’ di paura (soprattutto dei luoghi bui), rivolgetevi alla vecchia ditta “Pupi Avati & P“, dove P sta per parenti, non per “altri Pupi” (fratello e figlio hanno collaborato alla sceneggiatura).

La paura dipende dalle esperienze di ciascuno.

Per esempio: le credenze superstiziose della vita cattolica contadina nel Veneto degli anni ‘50 mi hanno lasciato del tutto indifferente.

Sono credenze superate da tempo: l’ostia calpestata involontariamente che si vendica causando guai, l’ostia data in pasto al verro per maleficio, il diavolo nascosto in un ragazzo deforme, il morto che sfoglia le pagine di un quaderno per dare un segno della sua presenza a un amico; sono cose a cui non crediamo più (veramente, la mia generazione non ci ha mai creduto).

A me ha fatto paura, all’inizio, l’immagine del bambino chiuso al buio per punizione, ripresa, alla fine, nella scena più agghiacciante di tutte.

Non ho vissuto questa esperienza, per fortuna – non sono mai stato realmente chiuso al buio per punizione – forse solo nella fantasia terrorizzata di un bambino discolo.

I fratelli Sisters / The Sisters Brothers – regia di Jacques Audiard

Cinema La Compagnia Firenze – 10 luglio 2019

Nel cinema non s’inventa niente, per cui non è strano e non è una critica ritrovare in questo film le cavalcate, i sentieri selvaggi, le sfide “all’O.K. Corral” (western americano classico), i primi piani dei volti sudati (western all’italiana), i sognatori e gli spietati (Sergio Leone), il vomito, l’amputazione del braccio (Quentin Tarantino; è relativamente giovane, ma non ci ha messo niente a diventare un classico), fino, in conclusione, alla mamma rude e affettuosa, minacciosa e divertente, di Trinità.

Di specifico, mi sembra unico, c’è la dolcezza del personaggio interpretato da John C. Reilly (Eli Sisters), che non perdona con la pistola, prende a pugni un cadavere nella bara per essere certo che l’uomo sia veramente morto, ma non dimentica la maestrina che gli ha donato per ricordo uno scialle con una goccia di profumo, uno scialle rosso che avvolge con cura e mette sotto la testa, dopo averlo annusato profondamente, prima di addormentarsi sulla nuda terra, dove può capitare, dormendo con la bocca aperta, di ingoiare uno scarafaggio, risvegliarsi con il volto gonfio e vomitare (in questo film si vomita molto) grumi di sangue.

Mi incuriosiva cercare l’espressione di Ollio nel volto di Eli Sisters: John C. Reilly è indubbiamente un grande attore.

Se, fra Commodore e Mayfield, nel selvaggio West si viveva in quel modo, non meraviglia che uno dei killer, mi sembra si chiamasse Rex, inviato ad uccidere i fratelli Sisters, quando è a terra e sa che Eli sta per ammazzarlo, reagisca con un bel sorriso: finalmente un po’ di riposo!

Arrivederci professore / The Professor – regia di Wayne Roberts

Cinema Odeon Pisa – 24 giugno 2019

Un professore (Johnny Depp) scopre di essere malato e di avere poco tempo da vivere; dopo avere lanciato alcune imprecazioni, si tuffa vestito nel laghetto artificiale dell’Università.

Possibile, anche se l’acqua di questi laghetti è fredda e sporca.

Subito dopo, avendo deciso di non curarsi – scelta condivisibile (a volte le cure sono solo un prolungamento della sofferenza) – caccia dai suoi corsi una parte degli studenti per vari motivi, fra i quali il loro modo di vestire («Dicevo sul serio, chi porta i pantaloni della tuta non può partecipare alle mie lezioni»).

Forse gli sceneggiatori pensano che se uno è stronzo, diventa ancora più stronzo quando scopre di stare per morire.

È possibile; non ho esperienze a riguardo: le persone che nella vita ho ritenuto stronze erano in perfetta salute, apparentemente.

Sembra che nelle Università americane il professore sia una specie di dittatore: fa quello che vuole, caccia gli studenti dai suoi corsi, a quelli che rimangono propone esercizi inutili, senza un minimo di preparazione, tanto per perdere tempo.

Non conosco le Università americane; può darsi che siano organizzate in questo modo.

Tra una puntata al bar – dove si intrattiene con la cameriera nella toilette – e un pompino donato in omaggio da uno studente che gli ha fornito la droga leggera, le lezioni sono l’ultima preoccupazione del professore, dei suoi colleghi, del rettore, il cui compito sembra sia unicamente di intrecciare relazioni sentimentali e sessuali con le mogli degli altri.

La vita in famiglia del morituro è deprimente, tanto da pensare che la sua situazione cambierà poco quando la signora con la falce si presenterà per portarlo via.

Passa le serate in una specie di camera mortuaria, con i piatti della cena appoggiati su un tavolo squadrato, molto somigliante ai tavoli di marmo su cui appoggiano i cadaveri negli obitori, scambiandosi battute acide con la moglie e incomprensioni con la figlia alle prese con problemi sentimentali e di identità sessuale. La notte nella stanza da letto, con quella persona accanto, è un incubo, che i due coniugi riescono ad affrontare solo ubriacandosi.

Tutto regolare; solo una cosa mi sfugge: a parte quello del fumo e del pompino, gli altri studenti che interesse hanno a seguire le lezioni? Voti alti senza fare nulla.

American Animals – regia di Bart Layton

Due coglioni fuori di testa convincono due ragazzi intelligenti ma influenzabili a fare una cazzata.

Si annoiano, sognano di diventare milionari, per poco non diventano assassini.

Alcune scene di uno squallore infinito (la povera bibliotecaria!).

Se la gioventù americana è in queste condizioni, assisteremo presto alla caduta dell’Impero Americano.

La caduta dell’Impero Americano – regia di Denys Arcand

Cinema Spazio Uno Firenze – 4 maggio 2019

Solo un regista che hai amato può deluderti.

Niente a che vedere con il capolavoro: Le invasioni barbariche.

Il protagonista è un giovane che, all’inizio del film, dice di essere troppo intelligente per poter diventare ricco.

Nel seguito dimostra di essere un coglione.

Stessa conclusione del commento precedente.

Il vegetariano – regia di Roberto San Pietro

Cinema Odeon Firenze – 3 giugno 2019

Mi piacerebbe avere la fede di un bramino.

Dev’essere riposante accettare tutto ciò che viene – anche il sopruso, la sofferenza, l’ingiustizia – credere nella metempsicosi, essere capaci di sacrificarsi per una mucca.

Bohemian Rhapsody – regia di Dexter Fletcher, Bryan Singer

Francamente, se voglio ascoltare i Queen, vado su YouTube e scrivo bohemian rhapsody o freddie mercury (non queen, per evitare il discorso della corona).

Rocketman – regia di Dexter Fletcher

Francamente, se voglio ascoltare Elthon John (improbabile), aspetto che muoia un suo amico importante o una principessa.

Il professore cambia scuola / Les grands esprit – regia di Olivier Ayache-Vidal

Cinema Spazio Uno Firenze – 7 febbraio 2019

Non riesco a commentarlo. Troppo legato a una grande parentesi della mia vita passata. Ho chiuso la parentesi.

Ricomincio da tre.

Ricomincio da tre – regia di Massimo Troisi

«Perché devo ricominciare da zero, se tre cose le ho fatte bene nella vita?»

Grazie Massimo

L’agenzia dei bugiardi – regia di Volfango De Biasi

Cineplex Pontedera – 20 gennaio 2019

Meglio una bella bugia o una brutta verità?

I titolari dell’agenzia dei bugiardi non hanno dubbi a riguardo, e forse non hanno tutti i torti.

Una bella bugia: commedia all’italiana, divertente.

Una brutta verità: non bastano un’idea e buoni attori per fare un film comico; serve anche una sceneggiatura adeguata.

I tre volti – regia di Jafar Panahi

Flora Atelier Firenze – 8 dicembre 2018

La vicenda raccontata nel film si svolge in Iran, l’antica Persia, un paese in cui i fanatici hanno fatto diventare legge dello stato i dettami arbitrari di una religione.

In questo contesto, fare il regista non asservito alla stupidità della cricca dei religiosi dominanti è già di per sé un gesto artistico, un gesto di libertà, di coraggio.

Paris pieds nus / Parigi a piedi nudi – regia di Fiona Gordon, Dominique Abel

Perché quel titolo?

La protagonista va in giro per Parigi a piedi, ma non a piedi nudi.

Forse l’espressione “pieds nus” ha un secondo significato che non conosco, ma il titolo italiano ne ha uno solo e non corrisponde a ciò che accade nel film.

Il miglior titolo è l’inglese Lost in Paris (Perduta a Parigi).

Penguin Highway – regia di Hiroyasu Ishida

Cinema Odeon Firenze – 21 novembre 2018

L’animazione è il nuovo linguaggio cinematografico; i giapponesi e i napoletani sono all’avanguardia (Gatta Cenerentola, prodotta da Mad Entertainment).

In questo film si vede un po’ del futuro: i bambini giocano a scacchi, annotano su quadernoni, con i bellissimi caratteri della scrittura giapponese, le proprie osservazioni, le ricerche sulla realtà che li circonda, le ipotesi e il metodo per arrivare a un risultato; si pongono continuamente domande.

Per esempio: quale fenomeno fisiologico determina la mia attrazione per le tette di una ragazza grande? A che punto arriverò, continuando a costruire la mia intelligenza, tra qualche migliaio di giorni, quando sarò adulto?

«Ho l’impressione che Dio si stia divertendo», dice la ragazza venuta da un altro mondo in seguito ad una interruzione spazio temporale; fisica quantistica, teoria della relatività.

Cose difficili e affascinanti. Nei primi dieci minuti di una conferenza di Einstein tutti capivano; nei dieci minuti successivi capivano solo Einstein e Dio; passati venti minuti dall’inizio, capiva solo Einstein.

Un po’ si verifica anche in questo film; la grafica è bellissima: si può cercare di seguire la trama o lasciarsi andare allo scorrere delle immagini.

Una storia senza nome – regia di Roberto Andò

Il film prende spunto dal seguente fatto di cronaca.

Nel 1969 la Natività di Caravaggio fu rubata dall’Oratorio San Lorenzo di Palermo; non è stata più ritrovata.

La Commissione parlamentare antimafia, presieduta dall’onorevole Rosi Bindi, svolse un’inchiesta, i cui risultati furono esposti dalla presidente.

Palermo (Askanews, pubblicato il 30 maggio 2018)

Onorevole Rosi Bindi: «Dalla nostra inchiesta emerge che il quadro non sarebbe andato distrutto, come per molto tempo si è pensato, ma che ancora una volta la mafia si è comportata da mafia. Badalamenti non credo capisse molto la bellezza della Natività del Caravaggio, ma ne ha intuito immediatamente il valore economico. E quindi, grazie ai suoi rapporti con la Svizzera per problemi di droga e di riciclaggio del denaro, intercetta un mercante d’arte che si commuove davanti all’opera ma la fa a pezzi per poterla poi vendere, e la mafia ne ricava una consistente somma di denaro. La nostra inchiesta arriva fin qui, ma è sufficiente per riaprire una inchiesta giudiziaria, cosa che la Procura di Palermo ha fatto, potendo avvalersi del contribuito dell’Arma dei carabinieri e in particolare del Nucleo Tutela del patrimonio culturale del Paese.»

Dunque: una fonte autorevole, la Presidente di una Commissione parlamentare, ci dà le seguenti informazioni.

Primo punto: Il furto è stato commesso dalla mafia (non sappiamo se su commissione).

Secondo punto: la Svizzera si rapporta tranquillamente con la mafia; il mafioso Badalamenti utilizza la Svizzera per risolvere problemi di droga e di riciclaggio del denaro (l’ha detto Rosi Bindi); ce n’è abbastanza per organizzare una missione umanitaria in Svizzera, su mandato delle Nazioni Unite, per aiutarla a liberarsi da tutte le connessioni e connivenze con la mafia. Dal momento che queste connessioni e connivenze minano la democrazia, sarebbe l’applicazione del principio: “Esportiamo la democrazia in Svizzera”.

Terzo punto: ci sono in giro mercanti d’arte che hanno l’animo sensibile: si commuovono davanti a un capolavoro, trascurando il fatto che si tratta di un quadro rubato. La sensibilità non impedisce loro di fare a pezzi l’opera rubata (tra le lacrime) per aiutare i delinquenti – dietro lauto compenso, incassato piangendo – a trasferirla in posti dove è più sicura la vendita.

Che cosa è successo dopo questa relazione? Missione umanitaria: zero; arresto del mercante sensibile: non mi sembra; ritrovamento del quadro: zero.