(9 aprile 2020)

«No, non metterò la mascherina! Non mi arrendo!

La mascherina è una cosa seria se si vede sul viso del chirurgo che esce dalla sala operatoria, sul viso dell’infermiera.

È una cosa seria se si trova sotto alla maschera grande, trasparente, sul viso dell’operaio che lavora al decespugliatore nel parco. In campagna, prima del coronavirus, bastava la maschera grande; non ne avevo mai visto uno con la mascherina sotto.

La mascherina non è seria se a indossarla è il salumiere, il macellaio, la casalinga con la borsa della spesa.

Sarà anche utile, necessaria, non lo nego. Ma non è seria.

Quando si riapre vogliono obbligare tutti?

Obbligheranno anche la vecchietta che cerca l’elemosina sul portone della chiesa?

Non si vedrà più l’espressione intensa, di sofferenza muta, su cui si basa tutta l’interpretazione.

Non bastano gli occhi.

Quel pezzo di garza attaccato con i fili disturba, come, a teatro, il microfono che spunta a lato della bocca sulla faccia dell’attore, incapace di far arrivare la voce fino in fondo alla sala. Gli attori di una volta, senza microfono, si sentivano anche quando sussurravano nell’orecchio del vicino.

Per questo non vado più a teatro.

E non farò l’elemosina; la vecchietta con la mascherina non riuscirà ad emozionarmi, a ricordarmi la contraddizione con ciò che abbiamo recitato e cantato e ascoltato in chiesa.

Un lebbroso supplica Cristo di guarirlo. Cristo tende la mano e dice «La tua fede ti ha salvato. Sei guarito. Togliti la mascherina».

Non c’è pathos. Cosimo Rosselli, alla fine del quattrocento, non sarebbe stato ispirato da questa scena, se tra Cristo e il lebbroso si fosse frapposta una mascherina.

Nel famoso quadro di Giotto, Cristo avrebbe detto alla Maddalena: «Non mi toccare, non sai che è pericoloso? Mettiti la mascherina! »

Sarebbe finito il mistero, la poesia.

No, non mi convinci. Non ce la faccio a metterla.

La gente la porta in un modo!

Ieri ho visto uno che aveva fatto un buchino in corrispondenza della bocca e ci aveva infilato una sigaretta accesa.

Quello ha capito tutto. Dev’essere uno dei virologi, degli infettivologi, degli scienziati che intervistano alla televisione, uno dei grandi esperti che parlano, parlano e si contraddicono tra di loro e con ciò che avevano dichiarato la settimana prima.

Allora ditelo qualche volta: “Non so. Le mascherine servono, non servono, sono inutili, sono necessarie, si possono riutilizzare: non so. Fate un po’ voi, o rivolgetevi a qualcun altro”.

Poi c’è il politico che la mette durante la conferenza stampa, quando intorno a lui non c’è nessuno.

Quello isterico che vuole comunicare la drammaticità della situazione e riesce solo a mettere ansia (in mano a chi siamo!).

È molto più efficace Arcuri, che, senza mascherina, ha ripetuto per quattro volte il numero dei morti.

Mi è bastato sentire quel numero ripetuto per avvertire un brivido nelle ossa e convincermi della necessità di non uscire, nonostante la primavera.

Questo è comunicare.

Non l’isterico che sembra dire «ghe pensi mi».

Non ci fidiamo: abbiamo sentito di inchieste, di vecchi abbandonati, di case di riposo per anziani infettate per ignoranza, per superficialità; vogliamo vedere fino in fondo, prima di fidarci.

Resto in casa, non mi va di mettere la mascherina! Va messa anche in casa? Per via di mio figlio che è tornato da zone a rischio? Che esagerazione!»

Così diceva tra sé e sé mentre lo portavano in terapia intensiva, stranamente sereno.

Sicuramente lo avevano sedato. Si apprestavano a intubarlo e il cervello, quasi assente, ripercorreva l’ultima telefonata, prima di addormentarsi.