(Giovanni Guarino © Proprietà letteraria riservata 21/02/2020)

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Poiché tutte le piante di alto fusto erano state distrutte, si provvide a far sparire ogni riferimento ad esse dai testi scolastici.

Questa scelta fu motivata dall’esigenza di collegare lo studio all’esperienza concreta dei ragazzi, alle cose che essi possono toccare con mano, evitando gli errori della scuola antica, che non li preparava alla realtà, ma a un mondo fantastico, inesistente.

Anticamente gli alunni erano indotti a studiare una donzelletta che, al tramonto, veniva dalla campagna recando in mano un mazzolino di rose e di viole.

Le rose e le viole fiorivano in mesi diversi.

Dove le aveva prese?

Adesso la risposta sarebbe facile.

Rose e viole non si coltivano più, ma si possono trovare in ogni stagione, artificiali e profumate.

Non sfioriscono, inducendo pensieri deprimenti; le rose non pungono.

Tutti i fiori emanano un dolce profumo, lo stesso profumo, per evitare di confondere i bambini.

Se abbiamo associato il profumo al concetto di fiore, dev’essere lo stesso per tutti i fiori, per non creare complicazioni difficili da spiegare; niente è più insopportabile di un bambino che continuamente domanda: perché questo? perché quello? – e ci costringe a inventare spiegazioni assurde che ci saranno rinfacciate quando il bambino crescerà.

La ragazzina potrebbe tornare a casa dopo avere falciato l’erba di un prato; reca in mano un mazzolino di rose e di viole artificiali, comprate al supermercato, con il quale, come d’abitudine (che è questo “onde, siccome suole”?), apprestarsi, l’indomani, giorno di festa, ad abbellire il petto e i capelli nel locale del karaoke.

Si continua raccontando la giornata tipo dei ragazzi il sabato e la domenica, evidenziando la tristezza della domenica sera (dopo il karaoke, in realtà anche prima e durante) e concludendo con l’invito a divertirsi, perché avranno modo di annoiarsi da adulti (così ci facciamo entrare anche il pessimismo).

Ecco che una poesia assurda può essere sostituita da una descrizione legata alla realtà degli alunni, come previsto dai programmi ministeriali.

Gli alberi di alto fusto, che non facevano più parte dell’esperienza concreta dei ragazzi, ma solo dell’esperienza virtuale, furono cancellati dai programmi e dagli argomenti da svolgere, secondo il principio dell’orientamento alla situazione individuale, personale, attuale di ciascun alunno.

Di quali argomenti il ragazzo e la ragazza devono occuparsi a scuola?

Dove sei nato, quando sei nato, che cosa mangi a colazione, quanto dista la tua casa dalla scuola, quale programma televisivo ti piace di più, ecc.

Questi sono i temi da sviluppare, da riprendere, con successivi approfondimenti, nei diversi gradi dell’istruzione.

Dove sei nato? Nei primi anni della scuola elementare ci si limita a insegnare ai bambini a pronunciare e a scrivere il nome del posto in cui sono nati: l’indirizzo.

Esempio: Sistema Abitativo Napoli Caracciolo, Torre 15, piano 23, interno 5.

Altro esempio: Sistema Abitativo Roma ex Colosseo, Torre 12, piano 10, interno 8.

Mi riferisco, ovviamente, alla organizzazione abitativa successiva alla Grande Ristrutturazione, che ha portato all’abbattimento degli edifici inutili, al recupero degli spazi, alla ricostruzione secondo criteri moderni.

Negli ultimi anni della scuola elementare si comincia ad approfondire lo studio, sempre con riferimento alla propria abitazione: quando e da chi è stata costruita (storia), di quanti ambienti si compone (matematica), in quale zona del centro abitato si trova (geografia), con quali materiali è stata costruita (scienze, tecnologia), in che modo è intervenuto Dio (religione) o il caso (scelta laica) nel determinare la costruzione della casa.

Alle scuole medie si fa un passo avanti, sempre girando intorno all’alunno, tenendo presente solo ciò che può toccare con mano, di cui può fare esperienza diretta.

L’alunno dev’essere il centro della scuola.

Matematica: si comincia a contare superando la limitazione delle dita (mani e piedi), senza inutili astrazioni; per operare con numeri più grandi si utilizzano i sassolini, tornando al significato etimologico di calcolo (anche se l’etimologia è ritenuta, dagli esperti del ministero, una perdita di tempo).

Il concetto di infinito è stato abolito dalla terzultima riforma, nessuno ne ha avvertito la mancanza.

In scienze si studia l’anatomia dei familiari e dei vicini di casa disponibili; in geografia la piantina della propria abitazione.

Dal momento che gli alunni di una scuola abitano tutti nella stessa torre, in appartamenti identici, arredati allo stesso modo, si utilizza una sola piantina.

Su quella piantina si impara ad orientarsi: percorso stanza da letto – bagno; nel bagno: percorso water – bidet – doccia; uscita verso il terrazzino, uscita verso l’ascensore.

Nelle scuole superiori comincia la specializzazione; per chi sceglie il classico la materia principale è: “Lingua antica del posto dove abiti”.

Dal momento che è stato fatto ogni sforzo per non lasciare tracce degli agglomerati urbani precedenti la Grande Ristrutturazione e degli edifici inutili abbattuti, l’alunno non sa che cosa c’era nel posto dove abita.

Poco male: si studia la lingua dei nonni e, in generale, dei vecchi in circolazione.

Il ragazzo chiede al nonno: «nonno come si chiama quello?»; quello può essere una sedia, un tavolo, un qualsiasi oggetto presente nella casa.

Se si scopre che il nonno lo chiama a modo suo, si mette quel nome in un elenco delle parole obsolete.

In un altro elenco si mettono le parole che il nonno non conosce.

Parole antiche, parole nuove: storia della lingua.

Grammatica: si studiano solo i tempi, i modi, le coniugazioni, i prefissi, i suffissi più comuni, esercitandosi nella resa delle abbreviazioni utilizzate nella comunicazione scritta anche per la comunicazione orale.

«Se provate una particolare simpatia per qualcuno – può capitare, siamo stati tutti giovani», diceva la mia professoressa di italiano, con un sorrisino malizioso, «provate a dirgli o a dirle: “tvb” (ti voglio bene)».

«Pronunciate con trasporto, ma anche con precisione, separando le lettere: “ti vu bi”», la professoressa ripeteva, con voce languida.

«Se qualcuno vi dice “tvb”, potete rispondere “anch’io tvb”, o, se quella persona proprio vi piace, rispondete “tat” (ti amo tanto)».

«Pronunciate ciascuna lettera per conto suo: ti a ti; la voce dev’essere dolce, la pronuncia precisa; ripetete», diceva la professoressa, sempre con quel sorriso malizioso; e noi in coro: «ti a ti, ti a ti», un po’ imbarazzati.

«È inutile ripetere continuamente “comunque”, una parola che serve solo come riempitivo. Esercitatevi a dire “kmq”, da non confondere con “chilometri quadrati”, che, ovviamente, dev’essere seguito da un numero».

«Se riempite il vostro eloquio di “kmq”, di “ci/è” (al posto del banale “cioè”), il discorso diventa più fluido e anche più logico, più articolato.»

Sono lezioni che ricordo benissimo, perché ero iscritto per l’appunto al classico.

Avevo frequentato il tecnico, ma, non riuscendo ad avvitare e svitare una vite a occhi chiusi, fui considerato inadatto a quegli studi e trasferito al classico.

Poi dal classico fui trasferito a ragioneria, perché in un tema avevo utilizzato una metafora.

Naturalmente non si chiamava così, infatti la professoressa l’aveva presa alla lettera, mi aveva guardato come si guarda uno uscito fuori di testa e, per non farmi ricoverare (le sarò sempre grato per questo), nel giudizio aveva scritto: “Utilizza fake news”.

A ragioneria riuscii a concludere gli studi, senza perdere un anno; la bocciatura era vietata, tutt’al più si era trasferiti da una scuola all’altra; così si riusciva a dare un diploma, poi una laurea a tutti.

La nostra scuola si chiamava “Scuola albero” (poi divenne “Scuola prato”), per sottolineare che manteneva costantemente un collegamento con la realtà degli alunni.

I ministri dell’istruzione insistevano molto su questo concetto: il collegamento con la realtà.

«L’esperienza concreta», ripeteva il ministro di turno, «Ciò che l’alunno può vedere con i propri occhi e toccare con mano».

«Deve studiare Filosofia? Facciamolo partire con una domanda: tuo nonno è filosofo? Tuo padre è filosofo? Tu ti puoi definire filosofo? Se la risposta è affermativa siamo a buon punto, se è negativa dobbiamo lavorarci su.

Cominciamo con l’invitarlo ad osservare la propria stanzetta. Vedi? Qui tutto si domanda l’essenza delle cose. Questa è la filosofia: domandarsi l’essenza delle cose. Siccome tu non sei inferiore a quella piccola scrivania o a quel calzino sporco rimasto sul letto, spaiato perché l’altro è stato messo in lavatrice, la prossima volta alla mia domanda rispondi: sì. E non stare a fare troppo il difficoltoso.»

Erano vere e proprie lezioni di pedagogia, di didattica, i discorsi che i ministri dell’istruzione rivolgevano all’inizio dell’anno scolastico agli studenti, ai professori, ai capi d’istituto, agli addetti alle pulizie riuniti stando ciascuno nella propria abitazione, collegati con gli impianti satellitari e con i sistemi di amplificazione utilizzati nelle attività sportive.

Ministro dell’istruzione: «Al centro del percorso di apprendimento ci devono essere le ragazze e i ragazzi, non i libri. Gli insegnanti non sono rappresentanti delle case editrici; solo alcuni lo sono, e hanno il diritto di cambiare il libro di testo ogni anno, anche ogni mese, se è necessario per agevolare il commercio.

Però dobbiamo ricordare di mettere sempre al centro gli alunni, perché il libro è solo uno strumento, uno strumento qualsiasi, pesante e, diciamolo, vecchio, polveroso, poco dotato di appeal, poco empatico.

Gli alunni non devono imparare a studiare, ma a rielaborare, operazione che richiede solo un sapiente uso del copia e incolla.

Bisogna sviluppare le skills più soft degli alunni, quelle che non richiedono impegno, applicazione; puntare sul pensiero critico, sul pensiero laterale, sul non pensiero, attraverso il debate (dibattito, chiacchiericcio) via internet, nelle chat, nei social; acquisire il linguaggio dei ragazzi, travestirsi da ragazzi, mettersi un paio di pantaloni sdruciti e andare a cantare nei locali per il karaoke.

Non devono essere gli alunni a parlare come l’insegnante, dev’essere l’insegnante a parlare come gli alunni».

Qui il ministro alzava la voce.

«Volete una didattica trasmissiva o una didattica attiva?»

Coro degli insegnanti: «Attiva, attiva».

Ministro: «Non ho sentito bene».

Coro, più forte: «Attiva, attiva».

Ministro: «Siete pronti a mettervi in gioco?»

Coro degli insegnanti: «L’abbiamo già fatto».

Ministro: «Siete pronti a rimettervi in gioco?»

Coro degli insegnanti: «Sìììììì».

Ministro: «Siete disponibili a formarvi in itinere?»

Coro degli insegnanti: «Dagli con l’itinere!».

Ministro: «Non ho capito bene».

Coro degli insegnanti: «Sìììììì».

Ministro: «Allora vi saluto e vi auguro un buon inizio dell’anno scolastico».

Applauso.

I Dirigenti Scolastici, selezionati tra i professori più capaci di parlare senza dire nulla – la prova principale per la selezione consisteva nel mettere insieme frasi prive di significato, per tre ore di seguito – ripetevano i discorsi dei ministri, aggiungendo un contributo personale, ai professori riuniti nei Collegi docenti, sempre stando ciascuno a casa sua, sempre tramite il collegamento satellitare e gli impianti utilizzati per trasmettere gli eventi sportivi.

Si può pensare che qualcuno dei docenti evitasse qualche volta di riascoltare gli stessi discorsi, ripetuti una volta al mese, per anni e anni di seguito.

Questo sospetto getterebbe un’ombra di discredito sulla classe docente, che ha sempre dimostrato la propensione a pendere dalle labbra di qualunque autorità (ministri, dirigenti scolastici, genitori degli alunni).

Per evitare che qualcuno potesse avanzare sospetti oltraggiosi, i Dirigenti Scolastici avevano l’abitudine di fermare improvvisamente il profluvio di parole e chiedere: «Professor Rossi, mi ripeta l’ultima parola che ho detto».

Dopo un po’ si sentiva la voce balbettante del professor Rossi: «mi sembra abbia detto “pochi”».

«Bravo professor Rossi» diceva il Dirigente scolastico e proseguiva il discorso interrotto: «pochi, sebbene molti in altro contesto; Piaget, la psicologia del profondo, le didattiche attive, le avanguardie educative, le competenze trasversali, insieme, naturalmente, a una nutrita serie di neuro skill psico pedagogiche, …».

Tre errori erano consentiti ai professori, al quarto si aveva un richiamo ufficiale e l’obbligo, nella riunione successiva, di trascrivere interamente il discorso del Dirigente Scolastico.

Naturalmente, data la loro competenza, i capi d’istituto spaziavano nell’intero scibile, i discorsi duravano ore, qualche professore, nel frattempo, si dava alla fuga, metteva una barba finta e spariva dalla circolazione. Di solito si rifugiava tra le piccole comunità, nascoste in regioni remote, che non erano state raggiunte dalla civiltà o l’avevano rifiutata.

Gli alunni andavano a scuola, nelle aule, per una parte dell’anno scolastico (tutto il resto: a casa e collegamento satellitare).

Era allo studio un progetto di individualizzazione estrema dell’attività scolastica, con l’eliminazione delle classi, delle aule, degli istituti (il progetto si chiamava “Scuola Aperta”); in questo modo si sarebbe cominciato ad affrontare il problema del contatto tra gli alunni normodotati e i nati con metodo antico.

Non fu difficile far sparire i riferimenti agli alberi di alto fusto dai testi scolastici: dopo l’ultima riforma ne erano rimasti pochissimi.

Una delle prime poesie eliminate nelle scuole medie iniziava con i versi «I cipressi che a Bólgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filare / …», una poesia che, tutt’al più, avrebbe potuto riguardare quei pochi alunni che si fossero recati da San Guido a Bolgheri in treno, una cosa che non esisteva più da tempo (il treno, ma anche San Guido e Bolgheri, oltre ai cipressi).

Dal momento che tutti i centri abitati della zona erano stati completamente ristrutturati e trasformati nel Sistema Abitativo Maremma Livornese, detto anche Maremma Maiala (una serie di alte torri), nessun alunno poteva essere interessato a studiare quella poesia.

Non parliamo della Divina Commedia, della sua lingua incomprensibile, di quelle situazioni assurde (non si è mai visto un nocchiero con gli occhi di brace: chiaramente una fake news) e il riferimento iniziale a una selva oscura.

Si faceva osservare che già in epoche passate (anni ’70, anni ‘80 del 1900), molti professori, sulla scia di grandi intellettuali, anticipatori delle nuove tendenze in Letteratura, avevano fortemente ridimensionato poeti come Carducci, Pascoli, D’Annunzio e lo stesso Dante, a cui si era data eccessiva importanza nei tempi antichi.

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