(Giovanni Guarino © Proprietà letteraria riservata 21/02/2020)

Cap.1;Cap.2;Cap.3;Cap.4;Cap.5;Cap.6;Cap.7;Cap.8;Cap.9

Importanti e numerose riforme della scuola e dell’università si erano seguite con cadenza annuale e avevano progressivamente diminuito la durata del corso di studi.

Dopo il diploma, che tutti conseguivano a diciotto anni (la bocciatura era vietata), c’erano due strade: il mondo del lavoro, l’iscrizione all’Università.

I corsi universitari completi avevano durata annuale ed erano seguiti da specializzazioni.

Maximilian Spock si iscrisse al corso di “Matematica da zero a centomila”.

All’esame di laurea riuscì a ripetere a memoria (senza leggere) tutti i numeri compresi tra zero e centomila (tranne alcuni errori verso la fine) e conseguì il titolo di studio con un buon voto.

Divenuto Dottore di Primo Grado in Scienze Matematiche, sarebbe  potuto accedere al Dottorato di Secondo Grado (“da centomilauno a duecentomila”) o a una Specializzazione: numeri naturali, artificiali, immaginari, reali, ottimisti, simpatici, sfigati, ecc.

Preferì entrare nel mondo del lavoro.

Partecipò al concorso per un posto di Copiatore di fogli di calcolo (Excel) presso il Ministero della salute.

Era un ragazzo preciso e, superato l’esame, fu assunto, con un buon stipendio.

Il suo lavoro consisteva nel copiare senza errori i fogli di calcolo che altri riempivano di dati utilizzando il famoso programma.

Una delle conseguenze dell’abbattimento degli alberi di alto fusto era stata la scarsità della carta, divenuta un bene prezioso, che non si poteva sprecare.

Le stampanti erano sparite dagli uffici e i dati ottenuti sugli schermi con i programmi informatici erano copiati a mano su un foglio di carta, da laureati nelle diverse discipline.

C’era chi copiava i testi, chi copiava i disegni, chi, come Maximilian, copiava i fogli di calcolo.

Dal momento che nei fogli di calcolo del Ministero della salute non si superava il numero centomila (finanziamenti, spese, attività ludiche), il suo titolo di studio era sufficiente per svolgere quel lavoro.

Se capitava, raramente, un numero superiore a centomila, Maximilian passava il foglio a un altro ufficio, dove lavorava un Dottore di Secondo Grado.

Il suo lavoro, all’inizio, poteva anche sembrare interessante, poi si rivelò per quello che era: una grande rottura di scatole.

Maximilian era circondato da gente che s’impegnava per ore in discussioni accese sul modo migliore di copiare una parola o, quelli del suo ufficio, il numero contenuto in una casella.

Si faceva a gara nel mettersi in evidenza davanti al capufficio per la chiarezza e la precisione della propria copia; si nascondevano gli errori e, casualmente, ma con perfetta scelta dei tempi, si faceva cadere il discorso su una macchiolina, presente sul foglio di un altro impiegato, che denunciava un errore frettolosamente corretto.

La concorrenza era spietata, gratuita: c’era poco da guadagnare con la ruffianeria, che alcuni esercitavano per abitudine, altri per vocazione.

Gli impiegati si guardavano l’un l’altro con finta amicizia, si scambiavano saluti e salamelecchi, pacche sulle spalle; in realtà avrebbero fatto volentieri grandi sacrifici pur di mettere in cattiva luce i colleghi.

Negli uffici, come dappertutto, si manifestava l’atteggiamento acquisito fin da piccoli, fin dai primi anni di scuola, indotto dai genitori, dai professori, dalle maestre d’asilo, da tutti gli adulti, che cercavano di insegnare ai bambini ad essere vincitori, senza badare ai mezzi.

Maximilian non aveva subito un’influenza positiva da parte del padre, che lo inducesse ad imitare un modello di comportamento; anche da piccolissimo avvertiva solo odio da quella parte. Avrebbe potuto reagire coltivando odio nei confronti dell’autorità (in questo caso sarebbe divenuto un ribelle) o terrore (in questo caso sarebbe divenuto un ruffiano privo di dignità) o entrambe le cose più o meno mescolate e alternate. L’influenza della madre, le buone letture, lo avevano portato a un atteggiamento distaccato, a un disincanto, che sfociava nel fatalismo.

Non era competitivo e, nel clima meschino dell’ufficio, fu considerato uno snob, uno che non voleva mescolarsi con gli altri; era taciturno e timido, diventò solitario.

Il Dirigente Superiore del Ministero, a cui era affidata la responsabilità di tutti gli uffici, dottor Ulderico Buffardi, era rimasto favorevolmente impressionato quando aveva visto il giovane la prima volta e saputo che si trattava del figlio del dottor Spock.

Il padre di Maximilian era abbastanza noto e stimato da chi non si era mai sottoposto alle sue cure e, inoltre, aveva fama di uomo d’ordine, intransigente, obbediente e rispettoso delle direttive provenienti dall’autorità.

Il Dirigente Superiore non aveva confrontato la giovane età di Maximilian con l’età del padre defunto, che non aveva avuto l’occasione di conoscere personalmente.

Se avesse fatto questo confronto, si sarebbe insospettito riguardo alla modalità di procreazione che aveva determinato la nascita del giovane e sicuramente avrebbe avviato una doverosa indagine presso l’Anagrafe profonda, che a lui, per la sua alta responsabilità, era accessibile.

Il dottor Buffardi aveva una figlia.

Questa ragazza non aveva mai risposto «anch’io tvb» a un ragazzo che le sussurrasse «tvb» o «tat» (ricordo: «ti voglio bene» e «ti amo tanto»).

Inoltre era completamente stonata, quindi non poteva frequentare i luoghi d’incontro più utilizzati dai giovani, in realtà gli unici luoghi d’incontro, per conoscersi, fare amicizia, cantare insieme: i locali del karaoke.

Peppenella, così si chiamava la ragazza, non aveva neanche un’amica del cuore, di solito una ragazza grassa utilizzata per uscire insieme, farsi confrontare con lei e trovare più bella e interessante da eventuali corteggiatori.

La ragazza grassa amica del cuore è ingenua, si fa da parte quando è necessario, poi, dopo avere svolto la sua funzione, sparisce, si perde nel nulla.

A volte l’amica del cuore si materializza di nuovo dopo la nascita del primo figlio, avendo il compito di prendere in braccio il bambino e dire, con aria rapita: «come ti assomiglia!».

Devo correggere due errori in cui sono stato indotto dai miei ricordi antichissimi di un’altra vita (a furia di pensarci mi sono convinto di avere vissuto altre vite, in epoche remote, i cui ricordi mi appaiono in sogno e mi fanno confondere).

Ho usato la parola “corteggiatori”, una di quelle parole obsolete che si trovano negli elenchi dei ragazzi iscritti al classico.

«Nonno chi è quello?», chiede lo studente, indicando il giovane, piuttosto fastidioso, che sta sempre attaccato alla sorella e la segue come un’ombra.

«È un corteggiatore di Clara», risponde il nonno (se è proprio vecchio e rincoglionito).

Accanto alla parola “corteggiatore” lo studente annota: «Usata dal nonno vecchio e rincoglionito per designare il fiancé di mia sorella».

Per indicare il prossimo sposo di una ragazza, uno che si è scambiato i «tvb»  e qualche «tat» con lei, attualmente usiamo la parola fiancé, di origine francese: l’origine antica si perde nella notte dei tempi; qualche studioso parla di latino, senza sapere di cosa stia parlando. La parola “latino” non è conosciuta neanche dai nonni, ma solo usata dai Capi d’istituto nei discorsi sul nulla che svolgono durante i Collegi Docenti.

Il secondo errore – influenzato da ricordi ancora più antichi (spero di non essere preso per pazzo) – è l’espressione pronunciata dall’amica del cuore tenendo in braccio il neonato.

È impossibile che questa ragazza, per quanto un po’ tonta, dica, con sguardo rapito: «Come ti assomiglia!».

Questa espressione anticamente era un complimento, attualmente non sarebbe un complimento, sarebbe un modo per avanzare il sospetto di una procreazione con metodo antico e, di conseguenza, di una anomalia del neonato.

L’amica grassa, di cuore buono, certamente non pronuncerebbe una frase ritenuta gravemente offensiva.

«Come ti assomiglia!» potrebbe essere detto non dall’amica grassa, ma dall’amica invidiosa: la ragazza magra, molto truccata, che si materializza quando la situazione, troppo tranquilla, rischia di annoiare i telespettatori.

L’amica invidiosa sposterebbe lo sguardo indagatore dal bambino alla puerpera, dalla puerpera al bambino, ancora alla puerpera, quindi, cogliendo un attimo di silenzio degli astanti, scandendo bene le parole, direbbe: «Come ti assomiglia!»; poi, soddisfatta del gelo creato intorno, depositerebbe il bambino nella culla e si affretterebbe a togliere il disturbo, senza, però, sparire, pronta a tornare ogni volta che si rendesse necessaria una cattiveria.

Corretti i due errori, andiamo avanti.

Stavo raccontando che Peppenella Buffardi rischiava di rimanere single, di superare l’età ottimale per la procreazione assistita – si suggeriva dai venticinque ai trent’anni – senza avere dato al dott. Ulderico Buffardi la soddisfazione di un nipote genio.

Peppenella era più vicina ai trenta che ai venticinque, Maximilian aveva da poco compiuto vent’anni, ma questo non sembrò importante al Dirigente Superiore, dato il ruolo marginale dei maschi nella procreazione e, in generale, nel matrimonio.

Qui la storia prende la piega solita: incontro casuale (in realtà Buffardi aveva calcolato tutto, nei minimi dettagli) tra i due giovani; scambio di occhiate valutative; Maximilian, stanco della solitudine, si fa coraggio, pronuncia nell’orecchio della ragazza la fatidica «tvb»; la sventurata risponde (scusate, è sempre la mia vita precedente a dettarmi certe espressioni).

Come risponde? Risponde subito “tat”, perché non solo il padre, ma anche lei aveva maturato il fondato timore di non riuscire a realizzare il suo sogno: diventare madre di due gemelli omozigoti, che avessero nel DNA i geni di due geni (scusate il bisticcio): il famoso Ciù En Lai, premio Nobel nel secolo scorso per l’invenzione dell’uovo artificiale, al quale siamo tutti grati, in particolare i dormiglioni, che, grazie a lui, hanno finito di essere svegliati all’alba dai galli, e la altrettanto famosa Yoko Ono, compagna di John Lennon, il musicista classico di cui tutti ricordiamo «Imagine all the people», inno della Federazione Planetaria.

Il sogno di questa dolce fanciulla si realizzò: i due giovani si sposarono (trecento invitati, tutti della sposa) e, dopo i regolari nove mesi, grazie alle conoscenze del dottor Buffardi nella banca degli ovociti e degli spermatociti, ebbero la soddisfazione della nascita di due bambini con i connotati orientali: Yoko e Ono.

Tutto procedeva per il meglio, non fosse per il clima corrosivo presente nell’ufficio dove Maximilian si rompeva le scatole dalle otto di mattina alle due del pomeriggio ogni giorno, tranne il sabato e la domenica.

Il matrimonio del giovane con la figlia del Direttore Superiore aveva aumentato di molto l’invidia dei colleghi di ufficio.

Il lavoro di Maximilian fu sottoposto ad attento esame; si provvide a segnalare al capufficio ogni sua cancellatura sui fogli di calcolo copiati, fingendo di parlarne per caso, di sfuggita.

Questa tecnica collaudata avrebbe certamente portato risultati concreti se si fosse esercitata nei confronti di raccomandati medi o bassi; in questo caso non poteva sortire alcun effetto, anche se applicata con il massimo scrupolo e con professionalità, perché il capufficio si trovava su un gradino molto più basso del Direttore Superiore e doveva stare attento a non inimicarsi il genero di un uomo dotato di tanta autorità.

Fino a che fu trasferito, nell’ufficio dove Maximilian lavorava, il famoso Spirulicchio.

Non conosco il nome vero di questa persona, sto facendo man bassa dei nomi di parenti e conoscenti; so che tutti lo chiamavano Spirulicchio, forse per l’abitudine di piluccare continuamente tortine e altri dolcetti che conservava gelosamente nel cassetto dove erano riposti i documenti d’ufficio.

Questo signore, abbastanza avanti con gli anni quando entra in scena, era affetto da un tic nervoso: tendeva continuamente le narici, come volesse allungarsi il naso.

Era stato a lungo cliente del dottor Spock.

In realtà si era presentato nello studio per un malessere passeggero, che neanche più ricordava, ma era stato sottoposto a tali e tanti trattamenti, aveva dovuto ingurgitare tali e tante pillole, a digiuno, a colazione, dopo pranzo e prima di andare a dormire, da ricavarne un esaurimento nervoso, da cui era guarito, in parte, dopo la morte del dottor Spock, conservando, come promemoria, il curioso tic da cui era affetto.

Spirulicchio ricordava le maldicenze risalenti a una ventina d’anni prima, circolate tra i clienti in attesa nello studio del dottor Spock.

In particolare, gli era stato riferito un episodio che aveva fatto molto scalpore, avvenuto in ospedale nei giorni successivi alla nascita di Maximilian.

Quella nascita era sembrata a tutti molto strana, in relazione alle tecniche di generazione di una nuova vita che si potevano ipotizzare, in particolare aveva incuriosito i clienti del dottor Spock radunati nello studio in pianta stabile – alcuni dormivano in piccole tende fissate sul terrazzo superiore della torre, alle intemperie, per essere i primi quando, alle sette di mattina, si faceva l’appello – in quanto una delle direttive in vigore a quell’epoca stabiliva che l’inseminazione artificiale, consigliata a donne di età compresa tra venticinque e trent’anni, non doveva essere autorizzata per nessun motivo se gli aspiranti genitori avevano superato i quarant’anni.

Il dottor Spock aveva passato la soglia dei cinquant’anni quando la gravidanza di Rosalina si rese evidente; di conseguenza, una valanga di sospetti e maldicenze precipitò sui due coniugi.

Rosalina fu dipinta come una donna dedita alla ricerca di amanti, per vendicarsi del disinteresse del marito (i tentativi maldestri del dottor Spock di conquistare la segretaria e una cliente erano stati descritti, amplificati, arricchiti di sempre nuovi dettagli).

Detto fatto: l’amica invidiosa si presentò nella stanza d’ospedale dove Rosalina aveva da poco partorito, recando in mano un mazzolino di rose e di viole, naturalmente artificiali, onde, come avviene di solito, farne omaggio alla puerpera.

Dopo gli abbracci, i convenevoli, gli scambi di opinioni sul tempo e un po’ di cazzeggio, quando le sembrò il momento giusto per attrarre il massimo dell’attenzione, sollevò il neonato dalla culla, lo guardò fissamente, spostò lo sguardo sulla puerpera e disse, con fare ingenuo, calcando la voce su ogni parola: «Rosalina, sai che questo bambino ti assomiglia molto?».

Guardò in direzione del dottor Spock, che era appena entrato nella stanza e aveva sul volto un’espressione stranamente smarrita; aggiunse, con un risolino di scherno: «certo che l’inseminazione artificiale fa miracoli».

Gelo nella stanza d’ospedale e sul volto del dottor Spock.

Rosalina, che giaceva nel letto appoggiata a due guanciali, non mutò espressione, come non avesse inteso o non desse importanza alla cosa.

L’amica invidiosa, un po’ delusa, ma soddisfatta per avere svolto il proprio compito, depose il bambino nella culla e uscì dalla stanza dopo avere salutato in fretta.

Spirulicchio odiava il dottor Spock; tra l’altro era stato indotto a sperimentare, inconsapevolmente, un nuovo componente del latte artificiale destinato all’alimentazione dei neonati.

Questa sostanza, secondo gli scienziati, avrebbe dovuto svolgere la funzione di stimolo delle attività cerebrali, ma si era in attesa di sperimentazione per determinarne gli effetti collaterali.

Il dottor Spock, che collaborava con la principale industria farmaceutica, non avendo, in quel periodo, neonati in cura, aveva utilizzato Spirulicchio come cavia.

Un effetto della somministrazione in dosi elevate di quella sostanza fu la comparsa di una fitta peluria sulla fronte, sul collo, sulle braccia, sulle gambe, sul petto di Spirulicchio: sembrava si fosse trasformato in Mr Hide.

Il dottor Spock riferì diligentemente gli effetti rilevati ai ricercatori dell’industria che produceva quel componente sperimentale del latte artificiale; i ricercatori si diedero una pacca sulla fronte e dissero: «ora abbiamo capito come mai i neonati ai quali abbiamo dato il latte contenente quel componente, senza aspettare l’esito della sperimentazione, hanno sviluppato una curiosa peluria!»

Spirulicchio era stato abbandonato dalla moglie, che non ce la faceva a stare accanto a Mr Hide (era una intellettuale e così si espresse quando fu convocata dal giudice conciliatore per il divorzio).

Ci fu un’inchiesta giornalistica che apparve sul principale quotidiano online con il titolo “Scandalo degli ormoni nel latte dei neonati”.

Il giornalista autore dell’inchiesta fu prontamente licenziato, nessuna indagine fu avviata dalla magistratura per non danneggiare il Prodotto Interno Lordo.

La notizia passò dalla prima alla quarta schermata, poi alla sedicesima insieme ai necrologi, fino a perdersi fra gli spot pubblicitari; nessuno più la seguì (i commenti furono bloccati), tranne Spirulicchio, che aveva abbastanza elementi per comprendere il ruolo svolto dal dottor Spock e, involontariamente, da se stesso.

Scoprire di avere fatto da cavia per una importante industria farmaceutica avrebbe potuto riempirlo di orgoglio, invece lo riempì di amarezza e di odio nei confronti del dottor Spock e di tutta la sua discendenza, nei secoli dei secoli (almeno fino al figlio e ai nipoti).

Cominciò, dunque, a sfruttare ogni occasione per lanciare delle osservazioni riguardo a Maximilian; la più ficcante di tutte fu questa: «Avete notato come il caro, stimato, egregio collega, questo bravo giovane intelligente e puntuale, assomiglia sempre più alla madre?»

Il capufficio, presente, per caso, quando questa frase fu lanciata en passant, colse subito il passaggio per fare il tiro in rete.

Siccome, a sua volta, odiava il Direttore Superiore, perché la sua presenza in quel posto bloccava a tutti i capuffici qualunque avanzamento di carriera, ripeté pari pari questa frase –  anche se lui, in realtà, non conosceva Rosalina – davanti ai suoi colleghi di pari pari grado.

In breve tempo la frase arrivò alle orecchie del dottor Buffardi, che s’insospettì e, per eliminare ogni dubbio, utilizzò i suoi poteri per accedere all’Anagrafe profonda.

Quando scoprì che il marito della figlia apparteneva alla genìa dei nati con metodo antico, ritenne che la sua vicinanza ai due gemelli avrebbe impedito lo sviluppo di un elevato quoziente intellettivo da parte dei suoi nipoti. Rischiava di perdere due premi Nobel.

Parlò con la figlia.

Da quel momento l’atteggiamento di Peppenella Buffardi diventò sempre più scostante nei confronti di Maximilian.

Ogni volta che lui, il sabato pomeriggio e la domenica mattina, diceva «porto i bambini a passeggio», lei si precipitava come una furia, gli toglieva la carrozzina doppia quasi con la forza e affermava decisa: «NON È IL CASO!», «potrebbe piovere», anche se fuori splendeva il sole.

Maximilian non capiva il motivo di questo atteggiamento e come mai, quando rientrava dall’ufficio, i gemelli non erano in casa ma si erano trasferiti dai nonni.

Finì che anche il sabato e la domenica i gemelli restavano dai nonni insieme alla madre e, se provava a raggiungerli, trovava l’ingresso della torre residence, dove alloggiavano i dirigenti superiori e le loro famiglie, sbarrato da un guardiano che gli puntava addosso la pistola se provava a insistere.

Maximilian fu molto scosso da questi cambiamenti, non riusciva a spiegarseli, ma, cresciuto da un padre autoritario e da una madre anziana e molto protettiva, non aveva in sé la forza necessaria per ribellarsi.

Accettò la situazione, senza riuscire a spiegarsela, e accettò anche il peggioramento delle condizioni di lavoro.

Il dottor. Buffardi non poteva farlo licenziare, perché avrebbe ammesso l’anomalia presente nella famiglia di sua figlia e danneggiato i nipoti, mettendo un marchio indelebile sul loro avvenire.

Optò per un’altra soluzione: fece allontanare dall’ufficio tutti gli impiegati, compreso Spirulicchio, che si era dannato per avvicinarsi a casa e si ritrovò trasferito a 200 chilometri di distanza.

Fece trasferire anche il capufficio e lasciò Maximilian da solo, a copiare un numero enorme di fogli di calcolo.

Giustificò il drastico cambiamento con la spending review, un’espressione che si utilizzava allora per spiegare ogni cosa, alla quale non si poteva controbattere nulla.

Se il lavoro, fino ad allora, era sembrato a Maximilian una rottura di scatole, da quel momento divenne un vero e proprio tormento.

Sul suo computer arrivavano continuamente fogli pieni di dati che lui doveva copiare e consegnare a un fattorino che veniva a ritirarli ogni ora.

Tornava a casa distrutto, con il polso dolente, e, spesso, era costretto a portarsi dietro il lavoro che non riusciva a completare.

La moglie non si vedeva più, i figli: niente, spariti.

Non capiva il motivo di tanto ostracismo, si domandava continuamente: «che cosa ho fatto di male?», come quando, da bambino, vedendo l’odio negli occhi del padre, avrebbe voluto chiedergli: «perché ce l’hai con me?», «che cosa ho fatto di male?», ma non gli riusciva.

A furia di riflettere, collegando gli indizi, arrivò a pensare che c’era qualcosa di sbagliato dentro di sé, indipendente dal suo comportamento.

Si disse che gli altri avevano ragione, vide se stesso come un essere repellente.

Divenne un essere repellente: smise di lavarsi, non si tolse più di dosso il vestito sgualcito che portava in ufficio.

Mangiava, con le mani, le schifezze che gli capitavano, le cose che prima avrebbe guardato con disgusto.

Non si ribellava.

Quest’uomo, segnato fin dalla nascita dal sospetto di contenere nel DNA i germi della ribellione all’ordine costituito, non era capace di ribellarsi a una palese ingiustizia.

Con la testa e la schiena piegate, si sforzava di svolgere il suo lavoro con precisione.

Sporco, puzzolente, sempre più magro, sempre più stanco, cercava di mettere i numeri che vedeva sullo schermo al posto giusto, dentro alle caselle.

Si disperava quando scopriva la non corrispondenza dei dati nella riga o nella colonna, era costretto ad arrampicarsi indietro come su una montagna, per scoprire il primo numero sbagliato. E ricominciare.

La barba gli era cresciuta incolta, appena arrivava in ufficio si sedeva dietro alla scrivania e copiava, senza un attimo di sosta, con il braccio e il polso indolenziti.

A casa cercava di risollevarsi con un caffè – ma quella roba dolciastra ottenuta partendo dai residui della lavorazione dei combustibili fossili, quella ciofeca, non serviva a risvegliarlo.

Crollava con la testa appoggiata sulla scrivania, sul foglio di calcolo ricopiato in parte (il fattorino gli aveva detto: «mi raccomando!»).

Dormiva, finalmente, la mente trovava un po’ di sollievo, vedeva gli uomini primitivi, sul libro di Rosalina, il buco dove avevano seppellito il compagno morto.

Quel buco gli sembrava un luogo di riposo, un’oasi di pace.

Poi, nel sonno agitato, gli appariva il dottor Spock, che lo guardava severamente; la povera Rosalina gli diceva: «figlio mio, non posso aiutarti».

Si risvegliava e trascorreva il resto della notte vagando come un fantasma in quelle stanze, cercando qualche segno dei due gemelli, ai quali aveva voluto bene.

Lo trovarono una mattina all’ingresso del Giardino pubblico, sottostante la nostra torre, spiaccicato al suolo. Nella notte aveva fatto un volo dalle finestre al ventesimo piano. Nessuno se n’era accorto, nonostante alcuni, io stesso, avessero sentito il rumore dell’impatto del corpo con il suolo, attutito dai vetri isolanti.

Nel volo il corpo si era leggermente scostato dalla perpendicolare, confermando le più recenti, rivoluzionarie teorie sulla rotazione della Terra.

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