Cinema Odeon – piazza degli Strozzi – Firenze (13 gennaio 2018 h 18.15)

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La vicenda raccontata in questo film mi ha fatto venire in mente la madre di Arturo, la professoressa Maria Luisa Iavarone, madre del giovane aggredito da una banda di delinquenti – a pugni, calci e coltellate, in pieno giorno, tra le 17 e le 17.25 del 18 dicembre scorso (2017), in via Foria, a Napoli, non lontano, credo, da Piazza Museo, dove è ubicato il Museo Archeologico Nazionale.

I delinquenti assalitori erano minorenni, è accertato, minorenni ma delinquenti, non emarginati o disadattati o come altro vengono definiti, annacquando la responsabilità individuale – che esiste anche quando si è minorenni – in un concetto vago di disagio sociale che porterà, ove fossero tutti individuati, a farli uscire dalle patrie galere in tempi brevissimi e a farli andare di nuovo in giro in branco a commettere delitti sempre più gravi, di cui vantarsi sui social, negli stessi luoghi dove hanno accoltellato Arturo, a poca distanza, credo, dal Museo Archeologico Nazionale.

Se fossero individuati, in quanto minorenni sarebbero probabilmente segnalati ai servizi sociali e rilasciati.

La professoressa Iavarone non si rassegna a questa realtà, non accetta che i delinquenti e i loro complici se ne vadano in giro liberi.

Tutti dovremmo ribellarci a questa eventualità.

La professoressa dice: «Vogliono farmi tacere», denuncia pressioni («Pensa alla salute di tuo figlio, non ti esporre») da parte di alcune persone del quartiere. Parenti o amici dei delinquenti? Complici? Genitori incapaci, pronti a proteggere i “figlioletti”? Altre vittime impaurite, rassegnate a subire l’aggressività altrui?

La professoressa Iavarone, a cui va tutta la solidarietà delle persone civili (gli incivili sono i complici diretti o indiretti dei delinquenti), è decisa a non mollare, fino a quando la baby gang non sarà stata identificata e, dice, «nei grandi limiti previsti dalla legge sui minori, assicurata alla giustizia». 

Già: nei grandi limiti previsti dalla legge sui minori, assicurata alla giustizia. Per quanto tempo? Con quale risultato?

Ci sarà qualcuno, tra giudici dei minori, assistenti sociali, la famiglia (?), la scuola (??), in grado di dare una lezione severa a questi ragazzi che, evidentemente, credono di avere il diritto di sfogare la propria aggressività senza controllo, anzi facendosi vanto della propria “forza” e della propria vigliaccheria?

Per esempio allontanandoli dall’ambiente, dalle famiglie che si sono dimostrate incapaci di svolgere il proprio ruolo, affidandoli a comunità, case famiglia, organizzazioni serie, controllate, in grado di svolgere con fermezza il proprio compito di recupero.

A che serve rimandarli per strada a commettere delitti sempre più gravi, sostanzialmente disinteressandosi del loro destino e delle future vittime?

Anche la madre di cui si parla nel film che ho visto ieri sera al cinema Odeon di Firenze – una bellissima, antica sala che si trova nel Palazzo dello Strozzino, dove è possibile vedere film in lingua originale con sottotitoli in italiano – non accetta che gli assassini della propria figlia restino impuniti e ha fatto affiggere fuori della città di Ebbing, Missouri, tre manifesti per accusare la polizia, in particolare lo sceriffo, di non darsi da fare abbastanza per trovare gli autori del delitto.

Questo suo gesto clamoroso suscita reazioni di vario tipo, anche violente, che s’intrecciano ad altre storie.

Prima fra tutte, la malattia dello sceriffo e il suo suicidio.

Sembra una brava persona, che ha fatto il possibile, ma forse evitando di scavare in profondità, e anche accettando la presenza di uno psicopatico razzista tra i poliziotti.

Lo vediamo agitarsi, rimproverare Mrs Hayes per le accuse che ritiene ingiuste, poi ammazzarsi per non affrontare una grave malattia.

Vediamo il suo rapporto tenero con la moglie e con le figlie piccole. Tenero? Povere bambine! Dev’essere difficile crescere a Ebbing, Missouri, con quel padre che ha il profilo di Marlon Brando e il tono di voce sempre perentorio: «pescate le bambole, non vi muovete, chiudete gli occhi, dormite», e vuole dirigere tutti, anche dopo morto.

Un’altra vicenda che confligge con l’iniziativa di Mrs Hayes, la protagonista del film, è il rapporto difficile della signora con la propria famiglia: con il figlio e con l’ex marito, che si è messo con una ragazzina un po’ scema.

Poi ci sono i suoi sensi di colpa nei confronti della figlia assassinata, sensi di colpa che l’ex marito, naturalmente, cerca ogni occasione per rinfocolare.

C’è il poliziotto psicotico, che nessuno controlla fino a che arriva il sostituto dello sceriffo, un negro (pardon! Il più razzista di tutti, quello che picchia i neri, ci insegna, nel film, che non si dice negro).

Il nuovo sceriffo, uno di colore, di colore nero, istruito e pacato, arriva come i nostri nei western americani (non c’è la tromba che suona la carica, ma a noi, che ci stavamo macerando, pare sentirla), finalmente toglie la pistola a quel cumulo di complessi e di aggressività repressa (non sempre repressa) e lo licenzia.

Le storie s’intrecciano, senza una divisione netta tra i buoni e i cattivi, in un posto dove la violenza sembra essere all’ordine del giorno e alla portata di tutti e persino il poliziotto che ha agito indisturbato la sua follia per buona parte del film ha il suo momento di riscatto, quando, per trovare il DNA di un presunto stupratore, lo graffia per catturarne la pelle sotto le unghie, facendosi massacrare di botte.

La prova del DNA scagiona il sospetto, che si era vantato di uno stupro commesso in circostanze simili a quelle in cui è stata assassinata la figlia di Mrs Hayes (un’atmosfera di follia aleggia a Ebbing, Missouri).

Potrebbe avere stuprato e ucciso una donna in un altro posto, forse in Afghanistan, ci fa intendere lo sceriffo nero, o in uno dei teatri di guerra dove sono stati impegnati i militari americani negli ultimi anni. Potrebbe avere immaginato tutto. Non si sa. Per l’ex poliziotto e per Mrs Hayes è colpevole e dev’essere punito.

Uniti, alla fine, in una missione comune, caricano i fucili in macchina e partono insieme per la città dove il presunto colpevole abita.

Non sappiamo come andrà a finire.

La storia è avvincente, si fa seguire anche nei momenti di pausa, come quando la protagonista parla dolcemente con una cerbiatta o aiuta un insetto, che si è capovolto, a rimettersi sulle zampe.

Raddrizzare le cose, questo, in fondo, vorrebbe Mrs Hayes.

Non ci riesce, perché è impossibile; fa solo un guaio dopo l’altro e, alla fine, si avvia a farne uno ancora più terribile.

Si diceva della capacità del regista, Martin McDonagh, di interrompere l’azione, che, a volte, è travolgente, per fermarsi ad osservare i dettagli, i piccoli gesti dei grandi attori protagonisti di questo film (quanto riesce a entrare nella parte, quanto è bravo a farsi odiare Sam Rockwell, che interpreta l’agente psicopatico Dixon!).

Questo è il cinema: induzione, capacità di farci conoscere un personaggio fino in fondo, di farci entrare in una storia partendo da un particolare, da un gesto, da un episodio marginale, da un dettaglio.

Molto efficace, da applauso a scena aperta, il discorso con cui Mrs Hayes (mi verrebbe da dire: la cara Mrs Hayes, perché, dopo un po’, non si riesce a non volerle bene, anche quando fa dei gesti assolutamente folli), per contrastare il perbenismo del prete, che cerca di convincerla, con “sagge” parole, a desistere dalla sua azione per non disturbare la buona coscienza dei parrocchiani, gli rinfaccia l’atteggiamento omertoso di quei preti che non denunciavano i loro colleghi pedofili perché appartenenti alla stessa “banda”.

Fatte le dovute differenze di luogo e di “clima”, e rigettando quest’idea di “giustizia fai da te” che trasforma le vittime in assassini, vorrei che molte mamme italiane, ma non solo le mamme, prendessero iniziative come quelle di Mrs Hayes e le sostenessero con la stessa cocciutaggine, per costringere chi ha il compito di mettere in condizioni di non nuocere teppistelli e delinquenti vari a svolgere il proprio lavoro con la necessaria determinazione.

In fondo è solo questo che la signora Hayes chiedeva.