Cinema Teatro della Compagnia – via Cavour, 50r – Firenze (18 gennaio 2018 h 17.00)

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In questo momento, su Van Gogh girano due film.

Uno di animazione – “Loving Vincent” – al quale hanno lavorato attori veri, in carne e ossa, oltre a un numero elevato di animatori e di pittori che hanno realizzato moltissime riproduzioni di quadri.

L’altro – “Alla ricerca di Van Gogh” – il cui titolo inglese è divertente (“China’s Van Goghs”), è un docufilm che indaga nella realtà con gli strumenti del cinema. Strumenti che il regista sa usare con grande perizia.

In realtà il primo, “Loving Vincent” – che ho visto quando è uscito, a Ottobre – secondo me è una sòla, come si dice a Roma, anche se una sòla di successo e pluripremiata, ciò che rende ancora più difficile sfuggirle.

È costato parecchio lavoro, parecchio tempo, parecchi soldi, per cui a parlarne male sembra di sparare sulla croce rossa; ha riempito le sale cinematografiche in tutto il mondo – questa è una buona notizia per chi ama il cinema – ed è piaciuto a molti, critici e non.

A me non è che proprio non sia piaciuto, è che mi è sembrato una sòla.

Vediamo i personaggi dei quadri muoversi, interagire tra di loro e con Vincent, che è anche lui un personaggio dei suoi quadri (fece diversi autoritratti), per costruire una storia che avanza faticosamente lungo il film e che nessuno seguirebbe con un minimo di curiosità se non contribuisse a tenerci svegli quel movimento continuo di figure animate sullo schermo.

A questo va aggiunto che i pittori, non so quanti, ma tanti, che hanno collaborato al film, hanno non solo riprodotto i quadri, ma anche modificato le loro proporzioni, in modo da farli entrare esattamente nello schermo del cinema.

Si capisce che un quadro quasi quadrato non può essere sovrapposto a un rettangolo senza lasciare scoperte due superfici ai lati. A maggior ragione se il quadro è più alto che largo. Se vogliamo occupare tutto il rettangolo dello schermo cinematografico, dobbiamo aggiungere sfondo, dipinto “alla maniera di Van Gogh”, ai due lati del quadro, o aggiungere immagini prese da altri quadri, o, non so se questo si sia verificato, ma in linea teorica è possibile, possiamo aggiungere immagini di oggetti che Vincent avrebbe potuto dipingere col suo stile inconfondibile, ma che, purtroppo, non ha dipinto, per cui noi, i pittori che hanno lavorato a questo film, correggiamo il quadro, lo rendiamo più adatto ai nostri schermi e lo mettiamo in movimento.

Diamo nuova vita a Van Gogh, si potrebbe dire, ma è proprio lui? O forse è un giovane pittore, uno di quei cento e più, uscito dall’Accademia, che si diverte a “fare il Van Gogh”?

È ovvio che un cambiamento di proporzioni determina un cambiamento radicale di prospettiva, per cui non si tratta più degli stessi quadri, indipendentemente dalla bravura dei pittori e dalla loro capacità di rifare uno stile. Se, dunque, qualcuno vuole farmi credere che sullo schermo vedrò i quadri di Van Gogh animarsi, approfitta della mia superficialità.

Per questo parlo di sòla, di fregatura, di truffa.

A maggior ragione dal momento che alcuni quadri sono stati fatti passare dall’inverno all’estate, modificando i colori, aggiungendo rami e foglie – non dimentichiamo che si tratta di un film, deve raccontare una storia: non si può cambiare stagione passando da una scena all’altra.

Se Van Gogh ha dipinto d’inverno l’ambiente che serve d’estate nella sceneggiatura del film, poco male, ci siamo noi, i cento e passa pittori, con i nostri pennelli e il nostro rotoscopio (lo strumento che si usa per colorare i fotogrammi).

Ciò che vediamo animarsi, dunque, sono brutte o belle copie – dipende dai gusti – non sovrapponibili agli originali. Così vediamo lo schermo riempirsi di pennellate che si muovono passando da una scena alla successiva, come se ciascuna fosse dipinta in quel momento davanti a noi.

Se avessero messo una bella scritta all’inizio: «Le immagini di questo film sono liberamente ispirate ai quadri di Van Gogh», e un’altra: «La storia raccontata è vagamente ispirata alla vita e alle circostanze della morte di Van Gogh», non sarebbe un tentativo di truffa, perché lo spettatore sarebbe avvertito. Il film potrebbe piacere oppure no, ma non sarebbe una sòla.

Invece, così come questo film viene presentato e pubblicizzato, sembra che lo spettatore possa vedere i quadri di Van Gogh animarsi e trovare informazioni serie sui motivi che lo indussero a darsi la morte.

A Dorota Kobiela e Hugh Welchman, la pittrice polacca e il regista inglese del film, direi:

Inventatevi un altro personaggio, anche non presente nei quadri, e inventate, soprattutto, una storia che catturi la nostra attenzione dall’inizio alla fine del film. Lasciate stare il povero, grande, Vincent.

“Alla ricerca di Van Gogh”, invece, non è una sòla, anche se il racconto si basa su copie dei quadri di Van Gogh realizzate da artigiani cinesi, quindi, sostanzialmente, su una truffa; poi, come in ogni giallo che si rispetti, bisogna capire chi è il truffatore; nel corso del film lo capiamo: il vero truffatore è uno che vive dalle parti di Amsterdam e vende riproduzioni di quadri (indovinate di chi).

La vicenda si svolge a Shenzhen, nella Cina sud-orientale, una metropoli che in alcune inquadrature sembra la megalopoli invivibile post guerra nucleare di Blade Runner.

In un quartiere di Shenzhen, che si chiama Dafen (poca cosa, “solo” 10.000 abitanti), molti hanno imparato a copiare lo stile di Van Gogh. Sono così bravi che le loro copie sono acquistate da commercianti olandesi privi di scrupoli, economici e artistici, per venderle ai turisti di bocca buona.

Nel passaggio da Shenzhen ad Amsterdam il prezzo delle copie si moltiplica anche più di otto volte, partendo da un valore molto basso.

Cosicché i poveri artigiani cinesi riescono a malapena a tirare avanti, lavorando fino all’esaurimento per produrre copie in continuazione.

Ho visto questo film nella confortevole sala del Cinema Teatro “La Compagnia”, che si apre alla vista all’improvviso percorrendo via Cavour, subito prima di arrivare in piazza San Marco (chiesa e convento omonimi, affreschi del Beato Angelico; priore più famoso: il piagnone per antonomasia, Girolamo Savonarola).

Eravamo in tre in sala a vedere un film bello e coinvolgente, poetico.

Gli abitanti del quartiere Dafen di Shenzhen fanno continuamente copie dei quadri di Van Gogh, in una vera e propria catena di montaggio (si sa che nella Cina sedicente comunista lo sfruttamento dei lavoratori non ha limiti) per rispondere alle ordinazioni provenienti da Amsterdam.

I pittori lavorano con i pennelli, mangiano, dormono, vivono nello stesso laboratorio ventiquattro ore su ventiquattro.

Le scene più belle, e tristi, sono quelle girate nella lunga sala, dove giovani a torso nudo continuamente rifiniscono le copie, controllati da compagni esperti che li costringono a rifare più volte un orecchio o il contorno di un vaso, senza nessuna possibilità di ribellione. Di notte dormono nella stessa sala, uno accanto all’altro, come fossero legati a una catena, da cui si liberano, ogni tanto, quando hanno completato, impacchettato e spedito una consegna, e, liberi per poche ore, vanno in un parco di divertimenti a farsi le fotografie davanti alla copia della Tour Eiffel, del Tower Bridge di Londra, dei mulini a vento olandesi o a cantare con la ragazza in un locale di karaoke.

Ogni aspetto della loro vita consiste nel copiare qualcosa: il lavoro, il turismo, il divertimento (nel karaoke si imita un cantante famoso).

Il protagonista principale del film, che sta un po’ meglio degli altri perché è il titolare dell’impresa, quello che dà lavoro ai giovani – ma anche lui e la moglie sono costretti a lavorare continuamente – ha realizzato, in più di venti anni, migliaia di copie di quadri di Van Gogh.

Dopo tutto questo tempo e questo lavoro, ha coltivato un sogno: vedere da vicino quei quadri di cui conosce solo le riproduzioni.

Il viaggio è costoso, però il truffatore olandese (qualcuno direbbe il commerciante, però il mercato senza regole e senza limiti allo sfruttamento è truffa), il truffatore dei cinesi e dei turisti, che acquista le sue copie da vent’anni e ci tiene a mantenere un rapporto così conveniente con un’azienda che non ha alcuna possibilità di imporre un prezzo equo, è disposto a pagargli il vitto e l’alloggio ad Amsterdam, deve solo pagarsi il biglietto aereo; così il suo sogno, insieme ad alcuni compagni, si può realizzare.

Da questo punto il film raggiunge vette di poesia, paragonabili all’Infinito di Leopardi e ai girasoli di Van Gogh, espressa, naturalmente, con mezzi diversi, con la tecnica cinematografica, che il regista, come ho detto prima, sa usare con grande perizia.

È difficile spiegare: ci sono tante scene memorabili ed emozionanti, bisogna vedere il film.

Basti dire che alla fine, tornato in Cina, il giovane protagonista decide di non più limitarsi a copiare (deve pur continuare a vivere), ma di diventare Van Gogh, nel senso di esprimere con la pittura il proprio animo.

Si ritaglia uno spazio per dipingere le cose della sua vita: la nonna grinzosa che vive in campagna, le case “sgarrupate” del villaggio dov’è nato – uno che passa in macchina e lo vede armeggiare con i pennelli gli urla dal finestrino: «Fagli una fotografia!», come per prenderlo in giro – il laboratorio dove ha trascorso tanta parte della sua vita insieme ai familiari, agli amici, ai compagni di lavoro, ricopiando i quadri di Van Gogh.

Meno male che quando, prima di partire, si era procurato un vecchio film (“Lust for Life”, “Brama di vivere”, di Vincente Minnelli, del 1956, con Kirk Douglas), e aveva seguito, insieme ai suoi amici, con grande partecipazione, in una sala piena di fumo, proiettata con un proiettore che da noi sarebbe roba d’altri tempi, la storia romanzata, ma ben interpretata e raccontata, del grande pittore, incompreso e disperato – meno male che non abbia trovato, invece, “Loving Vincent”: la presunzione di questo film gli avrebbe fatto credere che sia possibile essere Van Gogh senza sofferenza, senza pazzia, senza morte, che, per diventare Vincent, tutto ciò che serve è un rotoscopio, col quale colorare, insieme ad altri cento e più pittori, i fotogrammi di un film di animazione.