Cinema Adriano – via Angelo Tavanti, 4 – Firenze (31 gennaio 2018 h 17.30)

Luciano Ligabue invecchia bene.

Da giovane, con la chioma fluente e i lineamenti marcati, sembrava un guerriero indiano americano, di quelli che riempirono gli schermi quando gli apache, i sioux, gli cheyenne e persino i piedi neri – si tratta di tribù cinematografiche, è ovvio; non so, e non m’interessa sapere, se sia mai esistita nella realtà una tribù con questo nome – smisero di essere i cattivi che scotennavano i bravi pionieri portatori di civiltà e divennero buoni, pacifici, rispettosi dell’ambiente, cacciati dai propri territori, perseguitati, ma sempre fieri, leali, coraggiosi, vittime dell’uomo bianco dalla lingua biforcuta.

Ora che ha il taglio corto e la chioma canuta, col suo modo pacato e profondo di esprimersi sembra un vecchio capo indiano, ascoltato con reverenza dai giovani nella tenda, un vecchio saggio, come Cotenna di bisonte (Il piccolo grande uomo) che, sentendo approssimarsi la fine, diceva «Oggi è un buon giorno per morire» e, all’occorrenza, poteva rendersi invisibile.

Ligabue ha composto e cantato bellissime canzoni: sa che cosa vuol dire impegnarsi per riuscire a trasmettere un’emozione, con i mezzi che gli sono più congeniali.

È alla sua terza prova cinematografica in venti anni, dunque non vuole fare per forza il regista, lo fa solo quando gli sembra di avere accumulato cose importanti da dire e non gli bastano parole e musica per esprimerle.

Kasia Smutniak è una gran bella donna, così bella da abbagliare, da lasciare senza fiato e senza parole.

Non è solo bella, è anche una brava attrice.

Me ne sono accorto, in particolare, quando, in una serie televisiva molto teatrale, che, purtroppo, non ho visto fino in fondo perché non riesco a mantenere un appuntamento con la televisione per più di due puntate, interpretava la paziente di uno psicanalista, Sergio Castellitto, una ragazza dalla vita sessuale e affettiva piuttosto turbolenta, infelicemente innamorata dell’analista.

Ricordo la trasformazione del suo viso, dei  suoi lineamenti, della sua postura, del suo modo di camminare, anche se faceva solo quattro passi per entrare e uscire dallo studio dello psicanalista o per precipitarsi nella stanza da bagno in preda a un conato di vomito.

Una prova magistrale, si sarebbe detto una volta.

Nel film di Ligabue troviamo anche Stefano Accorsi, un attore che non apprezzo particolarmente perché mi sembra che abbia sempre la stessa faccia, la sua naturalmente, cioè non possegga il dono di cambiare completamente i connotati (non è questione di trucco) da un personaggio all’altro, tanto che persino i suoi familiari abbiano difficoltà a riconoscerlo – per spiegare che cosa intendo è necessario ricordare Gassman pugile suonato e Tognazzi ne I mostri di Dino Risi?

Non è questione di trucco, ma di talento.

Con Stefano Accorsi ho un conto aperto da quando fece la sua versione di un grande poeta, Dino Campana, nel film di Michele Placido Un viaggio chiamato amore.

Da allora ho evitato accuratamente i film con Accorsi: mi veniva in mente la versione accorsiana del “matto” di Marradi in un film con Laura Morante nei panni (solo i panni) di Sibilla Aleramo.

Anche Laura Morante non lascia mai a casa la sua faccia, la sua voce, il suo modo di muoversi; che il regista sia Nanni Moretti o Laurent Tirard in un film in cui recita perfettamente in francese, cavolo! sempre lei. Ti confonde le idee, ti fa venire il dubbio che Sibilla Aleramo fosse la collega insegnante di Nanni Moretti in Bianca, poi, trasferita in Francia, avesse intrecciato una relazione amorosa con il giovane Molière.

Ma bisogna sempre dare una chance, non solo ai registi, anche agli attori, almeno quando sono diretti da un vecchio capo indiano come Luciano Ligabue.

Dunque: Made in Italy al cinema Adriano, dalle parti di Piazza Dalmazia (Firenze Rifredi), zona dove fervono (gennaio 2018) lavori in corso che rendono la vita difficile ai residenti, costringono a fare slalom faticosi tra le transenne, ma aprono, sembra, buone prospettive per la rete di trasporto cittadino (seconda linea del tram).

Dopo un inizio scoppiettante, con Accorsi impegnato in un ballo al ritmo di una bella canzone di Ligabue e le scene di vita quotidiana nella fabbrica di insaccati, la storia prende una brutta piega, nel senso che quasi non c’è una storia, e, quindi, neanche una piega ragionevole, un filo conduttore.

Si susseguono momenti di vita di una coppia con problemi di tradimenti reciproci, il tempo libero del marito in una discoteca alla ricerca pericolosa di ragazze sposate (poi Accorsi si lamenta del tradimento della moglie), la partita a carte con tre amici.

Chissà perché le partite a carte al cinema sono così deprimenti!

Forse perché si sa che sono finte, mentre il divertimento, quando si assiste a una partita a carte, consiste nel vedere i giocatori che recitano a soggetto, improvvisano le battute e le reazioni ad eventi imprevedibili da un copione.

Uno degli amici, Carnevale (all’inizio sembra il più equilibrato del gruppo, poi si rivela il più squilibrato di tutti), ha un rapporto, uno solo, assicura Smutniak – e noi le dobbiamo credere perché le cose sono già accadute quando inizia il film, ma il marito sembra dubitare – con la moglie di Accorsi.

Lui va in crisi; quando Accorsi è in crisi fa la solita faccia, quella di sempre, fuma in continuazione, ma non dimentica di impostare la voce anche quando chiede un bicchiere d’acqua.

Imposta la voce ma perde il controllo: distrugge tutte le suppellettili del giardino, tenta di estirpare con la sola forza delle braccia un alberello abbastanza cresciuto, che però resiste; alla fine, non contento, prende a martellate la macchina dell’amico.

Nonostante tutto il casino che combina in pieno centro storico, non c’è un vicino che protesti, un vigile, una macchina dei carabinieri.

Quando l’amico muore, Accorsi perde di nuovo il controllo e questa volta rompe il naso e la mascella a un compagno di lavoro, per cui, naturalmente, lo licenziano, e qui il pistolotto sui padroni buoni di una volta – che conoscevano gli operai, sostituiti dai manager cattivi, che licenziano i lavoratori senza conoscerli – se lo potrebbe risparmiare, dal momento che nello statuto dei lavoratori non è contemplato il diritto di spaccare il naso ai compagni che esprimono la propria opinione su un morto a cui, peraltro, si è distrutta la macchina a martellate quando era in vita.

In tutto questo c’è la partecipazione a uno scontro con la polizia a Roma, con manganellata sulla fronte di Accorsi, stando attenti a non guastargli la capigliatura, a non causargli antiestetici gonfiori e a tamponare la ferita in ospedale con un cerotto di piccole dimensioni (dicono che ha perso sangue, sembra sia svenuto, ma i segni sono davvero minimi).

Siccome è evidente che Ligabue ha preso questi personaggi e questi episodi dalle sue esperienze di vita, mi viene da pensare: che brutta gente frequenta Ligabue! Gente impegnata in attività freneticamente autodistruttive (in questo film si fuma come non si vedeva da tempo sugli schermi), che parla continuamente di sesso e poi tradisce la moglie su una strada di campagna, in macchina, facendosi fare un pompino in una posizione scomodissima (sui sedili anteriori; almeno stendete i sedili e attaccate i giornali ai vetri, come si faceva una volta! Ah già, non si leggono più i giornali!).

Credevo che solo le prostitute di strada praticassero questo modo di “scopare” con i più disperati dei clienti di passaggio.

Accorsi però rifiuta l’abituale pompino perché ha capito a cosa porta l’ipocrisia, dopo esserne rimasto vittima, e decide di dare un taglio alla propria, deludendo fortemente l’aspirante succhiatrice.

C’è un pranzo durante il quale i commensali non fanno che scambiarsi frasette aggressive, cercando di mettersi in imbarazzo l’uno con l’altro, con la macchina da presa alla ricerca, sui volti, della reazione a ogni frasetta (colpito, colpito, affondato).

Non si rilassano mai. 

Solo in un altro pranzo, con una famiglia indiana, indiana d’India, c’è un’atmosfera distesa; lei ne approfitta per rivelare il dramma della sua vita, la perdita del bambino al sesto mese di gravidanza, a una perfetta sconosciuta, e mettersi a piangere anche qui.

C’è un matrimonio, finto, recitato, che vorrebbe essere divertente, ma si divertono o fingono di divertirsi solo loro.

Dopo avere perso il lavoro, Accorsi (ormai non ci ricordiamo neanche più come si chiama il personaggio, fagocitato dall’attore) è alle soglie dell’autodistruzione.

La scena in cui Smutniak cerca inutilmente di imboccarlo è fastidiosa perché lui non ha la faccia del malato, sembra un bambino bizzoso che fa i capricci; finché, improvvisamente, torna in salute, ha la notizia che la moglie è incinta, trova un lavoro, forse meno stressante della fabbrica di insaccati, a Francoforte – che, secondo Ligabue, per bocca del suo personaggio, «è una città dura, a cominciare dal nome» (che significa?) – riesce a non vendere la casa paterna e tutti vivono felici e contenti, come se nulla fosse accaduto.

Non credo di avere riportato tutto alla perfezione e nell’ordine giusto perché spesso mi sono distratto, a tratti un po’ forse anche assopito.

A un certo punto c’è un’intervista con la tesi telefonata, come se Ligabue ci spiegasse per filo e per segno: ora vi farò vedere come i giornalisti faziosi riportano le notizie, come intervistano i testimoni cercando di influenzarli.

Ma, conclude Ligabue – sempre al telefono – Accorsi (neanche lui si ricorda come si chiama il personaggio) non si fa strumentalizzare.

La televisione gli taglia l’intervista, ma lui viene applaudito dagli amici. Perché lo applaudono?

Può anche darsi che non abbia capito il senso di questa parte del film: la noia aveva preso il sopravvento.

Kasia Smutniak, bella come sempre, ogni tanto piange come solo lei sa fare.

Poiché l’apprezzo molto come attrice, sommessamente vorrei rivolgermi direttamente a lei, chiedendo scusa perché mi permetto di darle del tu: non perché sei la compagna del produttore devi entrare in un film che non ti valorizza.

Un buon film ha bisogno di un buon regista e di una storia che non ci faccia addormentare.

Per fortuna il vecchio capo indiano ogni tanto ci svegliava con una canzone; speriamo che nei prossimi vent’anni torni al lavoro che gli riesce meglio.