(5 febbraio 2018 h 18.10)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

L’idea di partenza, l’unica, di questo film è presa da un film tedesco tratto da un romanzo: è tornato Hitler e va girando per le vie di Berlino. Ogni film è una citazione, più o meno palese, e un rifacimento, più o meno evidente, ma andare a rimestare nella pentola altrui, evitando di spremersi le meningi per farsi venire un’idea originale, non mi sembra un buon segno.

Luca Miniero non è nuovo a questa operazione: Benvenuti al Sud era un adattamento di un film francese.

Per un riferimento alto, si può ricordare che l’idea di mostrare in un film la reazione della gente all’apparire di Hitler in un posto dove nessuno si aspettava di vederlo (Varsavia, agosto 1939, in procinto di essere occupata dai nazisti) si trova già nel capolavoro di Ernst Lubitsch Vogliamo vivere (titolo originale: To be or not to be). Ma nell’agosto del 1939 Hitler era, purtroppo, vivo e non aveva ancora invaso la Polonia. Quindi era possibile, anche se inverosimile, immaginare che passeggiasse tranquillamente per le vie di Varsavia, guardando le vetrine. Si tratta solo della gag iniziale di un film molto elegante e divertente, una gag annunciata da una voce fuori campo, risolta con poche battute.

Insomma, siamo in tutto un altro mondo cinematografico, ricco di idee, di citazioni, anche di rifacimenti, che non si risolvevano in volgari scopiazzature. Il film di Lubitsch è del 1942; Mel Brooks ne fece il remake nel 1983, regista Alan Johnson, ma io preferisco l’originale.

da Ballate, Stefano Benni, Feltrinelli 1991 – Lire 16.000 (preso dalla mia libreria)

«… un’idea tua / pensata da te, artigianale / come non si fa più. / Dai che ce l’hai / sei uno che pensa anche al cesso / tirala fuori adesso / è il momento, ci son tante occasioni / ho un amico che scrive canzoni / facciamo un quarantacinque un trentatré qualcosa. / Dai un’idea, anche schifosa / ci facciamo un film / lo so che ce l’hai un’idea …»

Ho visto il film di Luca Miniero al cinema Odeon di Pisa: una ventina di metri dalla Gipsoteca di Arte Antica, piccolo Museo allestito nella Chiesa di San Paolo All’Orto, bellissima facciata, chiusa al culto, copie antiche di capolavori dell’arte greca, etrusca e romana, ingresso gratuito.

Il film inizia con i bambini multietnici con accento romanesco di piazza Vittorio ripresi da un aspirante regista (Frank Matano) mentre giocano a calcio, quando, improvvisamente, appare Mussolini.
Gambali alti, divisa, gambe legate con una corda annodata che per un po’ lo costringe a procedere saltellando, regolamentare mascella volitiva, sguardo truce, voce cavernosa, per niente somigliante alla voce del vero Mussolini come ci è stata trasmessa dalle registrazioni d’epoca: aveva la voce almeno due toni più alta. Cammina tra le bancarelle degli ambulanti di ogni provenienza, legge su un giornale appeso all’edicola che siamo nell’anno 2017, sviene, si risveglia, è in evidente stato confusionale, non viene chiamata un’ambulanza, non è portato al pronto soccorso.

È portato dai due edicolanti nel loro bugigattolo e, nonostante la sua reazione alla loro palese omosessualità, lasciato nel retro dell’edicola il tempo necessario per leggere tutti i giornali e aggiornarsi sulla situazione politica attuale.
Su questa trovata il regista innesca una serie di scenette scontate, tra le quali, principalmente e a ripetizione, quella del “resuscitato” che si comporta come se si trovasse ancora nel mondo da cui proviene.

Ci sarebbe da allestire un dramma, considerando l’angoscia che una situazione del genere potrebbe creare; i francesi su questo dramma hanno costruito una serie, Les revenants, ma siamo in un film che vorrebbe essere comico, anche se di un genere piuttosto squallido, a giudicare dalla scenetta in cui il duce insiste perché gli siano lavate le mutande, le due donne arabe della lavanderia oppongono un deciso rifiuto, finché Matano conclude: vabbè, gliele laverò io.

Dovremmo ridere?

Con queste scenette e queste battute si va avanti, mentre mi domando perché non sono entrato nella Gipsoteca, per leggere, scrivere e guardare le statue, anziché sottopormi a questa noia, e come mai si sia affermata l’idea assurda che Frank Matano è un attore comico.

Mussolini è resuscitato; gli altri credono che sia un bravo imitatore o una specie di sosia, ma lui sa di essere il vero Mussolini; si confronta con i congegni tecnologici e multimediali, che non lo turbano punto, come si dice in Toscana, anzi riesce addirittura a padroneggiarli, dimostrando una notevole capacità di apprendimento rapido, se si considera che i vecchi di oggi hanno da poco superato la barriera del cellulare, mentre lui lancia messaggi con lo smartphone e scrive con disinvoltura sulla tastiera del computer, nonostante non abbia mai visto, nella vita precedente, niente di simile e chiami topo il mouse. Capisce subito come si usa Wikipedia e fa apparire sullo schermo l’immagine di Claretta, smette per un momento l’aria truce, accenna un’emozione, ingoia una lacrima.

Ma con una, una sola idea, peraltro copiata, non si va molto avanti, così gli autori sono costretti a cambiare il genere del film, dal comico all’horror, con Matano sotto la pioggia a esplorare il passaggio dal mondo dei vivi al mondo dei morti e viceversa.
È un accenno, anche questa trovata dura poco, allora si pesca nel cinismo dei produttori televisivi che, come appare da questo film, chissà se è vero, per vendere un personaggio si venderebbero insieme la madre, il padre, sicuramente anche i figli e la dignità (se un po’ gliene è rimasta, perché quella va via per prima).

Per dare anche un tocco drammatico al film (niente da fare: una sola idea non basta per andare avanti) non manca il monologo della signora anziana ammalata di Alzheimer. Prima la prendono in giro (la vecchietta che interrompe il rapporto sessuale della nipote con le sue domande ripetute fa ridere?), poi rivela (pare che nessuno lo sapesse prima) il suo passato di bambina ebrea sopravvissuta all’olocausto. Sembra una cosa un po’ cinica, da produttore televisivo, inserire in un film come questo, con personaggi tutti esagerati, con situazioni sempre sopra le righe, un riferimento esplicito a un dramma vero, che rischia di essere trattato anch’esso come una farsa.

Ma anche questo episodio viene presto dimenticato e si va avanti con lo show.

Che cosa volevano dimostrare con questo film il regista Luca Miniero e lo sceneggiatore Daniele Guaglianone?

Se il loro film ci facesse scompisciare dalle risa (espressione utilizzata, forse inventata, da Totò), non avrebbero nulla da dimostrare e tutti noi li ringrazieremmo con lo scrosciare delle nostre risate. Ma questo scrosciare non si è sentito e alla fine più di uno spettatore aveva il viso amareggiato, come se pensasse: avrei fatto meglio ad entrare nella Gipsoteca.
Non si ride, nonostante gli sforzi commoventi di Massimo Popolizio, interprete di Mussolini.
Senza una sceneggiatura adeguata, l’attore non può fare miracoli (solo un grande riusciva a far ridere anche quando lavorava in film inconsistenti; inutile dire chi fosse).
Non è un film comico.
Si deve supporre che l’obiettivo del regista e dello sceneggiatore fosse un altro: lanciare un messaggio, trasmettere una tesi, offrirci, per il modico prezzo del biglietto, una lezione di sociologia, peraltro non richiesta.

In una puntata di Stracult (Marco Giusti) i due sembravano quasi infastiditi di dover rispondere a domande sul significato del film.

Se non volete che la gente vi chieda il perché e il percome, come se foste due tuttologi o opinionisti televisivi qualunque, fate un film comico – battute non scontate, situazioni divertenti – e nessuno vi farà domande noiose.

Dalle risposte che, con qualche esitazione, hanno dato, sembra che la loro tesi sia più o meno questa: gli italiani hanno ancora un Mussolini dentro di sé. Tesi non originale, non ardita e neanche interessante; insomma: una tesi come un’altra. Può essere vero. Vogliamo discuterne? Anche no. Ma questa tesi, se mi è consentito, non è dimostrata dalle reazioni della gente, registrate con una telecamera nascosta, al finto Mussolini in giro per Roma: alcuni lo salutavano tranquillamente, altri facevano il saluto romano, qualcuno voleva farsi i selfie con lui, qualche altro mostrava di credere che fosse il vero duce.

È possibile che molti di quelli che salutavano non sapessero che Mussolini è morto tragicamente tanto tempo fa, dopo aver fatto morire tragicamente tanta gente.

Date le condizioni della scuola attuale, in cui uno studente può tagliare la guancia ad una professoressa con un coltello a serramanico (è successo a Caserta) e giustificarsi dicendo: non volevo farle molto male, ma solo farle un segno (un segno di che? Di affetto, probabilmente), non è escluso che una parte dei nostri connazionali, pur avendo frequentato la scuola dell’obbligo, non abbiano idea del periodo storico nel quale collocare Mussolini, perché in alcune scuole i professori, per evitare di accorciare pericolosamente le distanze con gli alunni, sono costretti ad accorciare i programmi.

Però io non sarei così pessimista: questa ignoranza, forse, è un fenomeno marginale. Secondo me quelli che mostravano di credere di avere incontrato il vero Mussolini e lo accoglievano con pacche sulle spalle e sorrisini, lo facevano per finta: stavano al gioco. Ormai siamo tutti abituati ai finti scherzi televisivi (la maggior parte sono organizzati per fare fessi i telespettatori che, evidentemente, non chiedono di meglio) e tutti ci aspettiamo che qualcosa di strano possa capitare nella nostra vita, soprattutto se passeggiamo per Roma o per Milano (spostare le troupe televisive fuori delle sedi costa). Siamo diventati così bravi da individuare immediatamente la telecamera nascosta.

Dunque, che cosa è accaduto?

Anziché il regista e lo sceneggiatore prendere in giro i passanti, sono stati i passanti a prendere in giro Miniero e Guaglianone e hanno sfruttato la candid camera per prendersi il quarto d’ora di celebrità promesso da Andy Warhol, la soddisfazione di apparire in un film.

Tanto, se può starci Frank Matano, può starci chiunque.