(8 febbraio 2018 h 18.30)
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

Di Tom Hanks si ricordano alcune grandi interpretazioni.
Da un po’ di tempo esibisce uno sguardo fisso, lievemente aggrottato, vagamente ironico che, insieme alle evoluzioni della sua capigliatura, fa pensare a uno o più interventi correttivi dei segni dell’età.
Per tutta la durata del film, inquadrato quasi sempre in primo piano, ci guarda con l’espressione fissa che ha esibito nel corso dell’intervista televisiva a Fabio Fazio di domenica 14 gennaio.

In quell’intervista le domande non erano particolarmente incisive o interessanti ed erano inframezzate da una nutrita serie di «come sei bravo!», «come sei buono!», «come sono onorato di averti qui!», per concludere con «voglio farti un regalo che mi farà felice di farti felice come un bambino» (una macchina per scrivere). Fazio non ha detto proprio così, però il senso era quello.

Fabio Fazio ha la battuta pronta (ha cominciato come imitatore, molto divertente), però quando intervista sembra che la sua unica preoccupazione sia di non mettere in difficoltà l’intervistato. Se si tratta di un personaggio che è stato famoso, automaticamente diventa un “mito”. Se il personaggio è ancora famoso e ha fatto cose veramente importanti, non frena la sua ammirazione incondizionata e fa domande che servono solo a confermarla e a ribadirla. Il “mito”, per lui, è un po’ come lo “stracult” per Marco Giusti: non ammette selezione. La conseguenza è che dalle interviste di Fazio non si ricava mai qualcosa in più, qualcosa che non si conosceva prima sul personaggio intervistato, come accadeva, per esempio, quando l’intervistatore si chiamava Maurizio Costanzo, o Sergio Zavoli, o Enzo Biagi.

A proposito di miti del cinema, Meryl Streep sicuramente lo è; pur non conoscendola personalmente, penso che sia anche una persona dolcissima e intelligentissima.
Però, nonostante la simpatia e l’ammirazione che suscita, bisogna ammettere che ha impiegato troppo tempo per accorgersi che il produttore Weinstein non è un dio ma uno stupratore seriale. Domenica 14 gennaio, Fazio avrebbe potuto porle qualche domanda precisa sull’argomento; avremmo avuto risposte sicuramente convincenti da parte della signora Streep e avremmo capito come mai sia stato possibile vivere in quel mondo, ai vertici, senza rendersi conto di avere a che fare con un uomo tanto pericoloso, rischiando di diventarne involontariamente complici.
«Excuse me, Mrs Streep. È mai venuta a conoscenza, prima che scoppiasse lo scandalo, di uno stupro tentato o portato a compimento dal vecchio porco? The old pig, yes, the old disgusting pig».
Probabilmente la signora Meryl (così la sentiamo più vicina a noi, è come se uno dicesse: la signora Concetta al quarto piano) non avrebbe pienamente gradito questa domanda, ma sarebbe stato utile spiegare al grande pubblico che segue la trasmissione di Fazio i motivi del ritardo con cui nel mondo – diciamo ovattato? Ma sì, diciamolo pure! – del cinema americano l’immondizia è venuta fuori da sotto il tappeto dove era stata sbadatamente riposta.

Il film è scontato, prevedibile fin dalle prime scene, non perché si è parlato molto della trama. Non è questo il punto; è scontato il modo in cui si svolge il racconto.

Ogni volta che rivedo La finestra sul cortile (alcuni film devono essere rivisti ogni tanto, come alcuni libri devono essere riletti) mi sorprendo. Quando, alla fine, Jeff è appeso alla finestra e Lars Thorwald (Raymond Burr), inferocito, spinge per buttarlo giù, per qualche minuto resto sospeso anch’io, come James Stewart, pur sapendo da tanto come andrà a finire.
Credo di avere fatto quel volo insieme a Jeff tutte le volte che ho rivisto il film, anche la prima volta sullo schermo del televisore Marelli, con le valvole che ogni tanto si bruciavano e si dovevano sostituire; lo schermo quasi quadrato tagliava le immagini (vedevamo solo la parte centrale della scena), la risoluzione oggi sarebbe considerata ridicola.

Eppure c’era la stessa immedesimazione, la stessa sospensione, lo stesso volo dalla finestra dell’appartamento di Jeff nel cortile sottostante.

Le parti delle immagini tagliate perché troppo vicine ai bordi laterali, i dettagli mancanti per la scarsa risoluzione, li ricostruivamo noi, nella nostra immaginazione. Si può dire che, in sostanza, vedevamo lo stesso film che abbiamo visto in seguito al cinema o sullo schermo piatto, cinematografico, dei televisori attuali.

È troppo facile il paragone con un capolavoro, e non è giusto; se si dovessero fare solo capolavori andremmo al cinema una volta all’anno, non tutti gli anni. Alfred Hitchcock aveva un talento speciale che si esprimeva compiutamente nell’arte cinematografica; i registi non devono essere per forza Hitchcock. Possiamo accontentarci se non sono mediocri (nell’arte la mediocrità è il peggio del peggio) e se non dirigono in modo prevedibile e, conseguentemente, noioso.

Steven Spielberg non è un regista mediocre e ha buone prede nel suo carniere (immaginando l’arte cinematografica come una caccia selvaggia alla nostra fantasia e ai nostri sentimenti). Mi ha catturato molte volte, pur non appartenendo, i suoi film, alla esigua schiera dei film che desidero rivedere e cerco di rivedere ogni volta che mi è possibile.

In The Post il racconto si svolge senza sorprese: dopo le scene di guerra e il trafugamento dei documenti segreti, si scopre che i documenti hanno fatto un bel giro e l’amministrazione americana, rappresentata da Nixon al telefono, inquadrato di spalle attraverso una finestra della Casa Bianca, fa di tutto per impedirne la pubblicazione.

Il tema è attuale, basti pensare alle inchieste giornalistiche sulle attività di Trump prima e durante la campagna per l’elezione del presidente degli Stati Uniti.
Tuttavia, il film d’inchiesta sui rapporti tra la stampa e la politica, che, in passato, ha raggiunto risultati notevoli (Tutti gli uomini del presidente) calibrando accuratamente il rapporto tra realtà e finzione, rischia di fallire il suo obiettivo principale (correggo: l’obiettivo principale è fare soldi, e quello viene, comunque, raggiunto).

Ora che persino quando sono còlti con le mani nel sacco, o nella marmellata, se si preferisce, i politici si dichiarano perseguitati e c’è gente disposta a negare qualsiasi evidenza storica, tanto che un parlamento democratico di un paese europeo, la Polonia, nega per legge la complicità di masse di polacchi nella persecuzione degli ebrei negli anni bui del nazifascismo (sarebbe come negare la complicità di masse di italiani negli anni delle leggi razziali), è necessario separare la fiction dall’inchiesta giornalistica, per la quale il mezzo più appropriato è il documentario: l’utilizzo di immagini d’epoca, documenti, interviste a testimoni, fonti certe.

Detto ciò, bisogna anche aggiungere che il film conferma la capacità di Steven Spielberg di ricostruire accuratamente gli ambienti e di farci entrare nel mondo dei giornali americani, molto interessante in ogni epoca, molto cinematografico, con i giornalisti votati alla ricerca delle notizie, disposti ad affrontare minacce e a mettersi in situazioni pericolose per portare a termine le inchieste e pubblicarle.

La proprietaria del Washington Post vive in un mondo lontanissimo dal nostro (quelle stanze! quei letti! quelle feste!) e in un’epoca diversa, eppure la signora Meryl è capace di farci partecipare alle scelte drammatiche del suo personaggio come se fosse la signora Concettina del quarto piano, alle prese con i problemi della vita quotidiana.

Solo la sua pettinatura dà un po’ fastidio, così alta sulla fronte e diritta da sembrare una parrucca. È una pettinatura d’epoca? Non saprei.

Se avessero fatto un documentario anziché un film, ci saremmo risparmiati lo sguardo leggermente inquietante di Tom Hanks, la pettinatura stravagante di Meryl Streep, e, forse, avremmo le idee più chiare su ciò che, al dl là della retorica, realmente avvenne di quei documenti segreti sulla guerra in Vietnam e potremmo distinguere e separare le responsabilità dei presidenti coinvolti, del segretario di stato Robert McNamara e dell’unico attore della politica americana che, in una vicenda successiva a cui il film accenna in conclusione, il Watergate, fu colto con le mani nel sacco o, se si preferisce, nella marmellata.