UCI Cinemas – via del Cavallaccio, 1 – Firenze (10 febbraio 2018 h 19.30)

Un film divertente, finalmente.

La gente in sala ogni tanto scoppiava a ridere, fragorosamente. È bello quando si verifica questo fragore, questo scrosciare della risata quasi all’unisono, e poi, quando si ripete, riconoscere la risata squillante, di testa, della signora grassa, la risata profonda, un po’ trattenuta, del signore seduto a lato, la risata forte, coinvolgente, dei giovani rumorosi, ma non fastidiosi, proveniente da una zona che non si può raggiungere con lo sguardo, ma non ci si volta per non perdere una battuta del film.

Le risate sono contagiose, sguardi di simpatia si scambiano con chi si trova nel proprio raggio di visione, come se si fosse amici.

Ridere insieme è una delle cose che avvicinano di più le persone. Sì, certo, solo per la durata del film, ma è un’oasi nella diffusa scontrosità dei rapporti tra estranei (basti pensare come ci si guarda con odio dal finestrino, tra automobilisti agli incroci, o al supermercato, quando si cerca di accaparrarsi l’ultimo “coso”, qualunque sia, in offerta a metà prezzo).

La risata fragorosa e la simpatia reciproca, ahimè, non si verificano in sala durante uno di quei film non comici (se comico è sinonimo di divertente) come, per fare un esempio recente, “Sono tornato” di Luca Miniero, in cui c’erano solo battute sceme o volgari (che poi è la stessa cosa) e zero idee, tranne quella iniziale, copiata.

“C’est la vie – Prendila come viene”, titolo originale: “Le Sens de la fête” (è la prima volta che il titolo della versione italiana è più efficace del titolo originale) è un film divertente, leggero, elegante, e conferma che ci può essere eleganza anche se alcuni personaggi, a volte, dicono parolacce. Ma le parolacce sono inserite nel contesto del film, non sono gratuite, immotivate.

Se un personaggio come Adèle, interpretato dalla bravissima Eye Haïdara, si caratterizza per i suoi scatti improvvisi, è ovvio che ogni tanto parta un “vaffa” o peggio, ma questo non dà fastidio perché è in carattere con il personaggio e quando, un momento dopo avere promesso di contenersi, perde il controllo e dice una parolaccia, fa ridere.

Non è come con Boldi, con Christian De Sica e altri (non voglio sparare nel mucchio, alla prima occasione devo specificare chi sono gli altri) che dicono la parolaccia o la battuta scema (è la stessa cosa) perché non sanno fare altro per tentare di far ridere.

Per Boldi certamente è così, è assodato, altrimenti non si sarebbe limitato a ripetere lo stesso personaggio e le stesse battute da sempre.

Christian De Sica sa cantare, forse saprebbe anche fare l’attore (“Bambole non c’è una lira”, vecchio, glorioso varietà della nostra televisione, con la regia di Antonello Falqui, dimostra che aveva delle capacità), ma dev’essere molto pigro e preferisce imitare, male, il padre o Alberto Sordi, alternativamente.

Fa rabbia pensare che noi, noi italiani, eravamo i maestri della leggerezza e ora non sappiamo fare un film divertente, leggero, a giudicare da quello che passa il convento.

Mi viene in mente “Amici miei” di Monicelli. Quello era far ridere con eleganza! Anche quando si parlava di sesso o di funzioni corporali: il conte Mascetti che descrive il suo rapporto con la giovane lesbica, che racconta agli amici la scena che ha visto entrando nella stanza d’albergo dove la ragazza era insieme ad un’altra, il ricovero in ospedale del gruppo con la canzoncina rivolta alla suora (“la pisciatella longa longa … vuol la padella … dalla sorella”).

Tutto perfettamente in carattere con i personaggi, trattato con leggerezza e, quindi, eleganza.

Mi vengono in mente i film di Totò, che non disdegnava la battuta a doppio senso, ma sempre puntando sull’intelligenza dello spettatore e sempre inserita nel contesto del film, non aggiunta per uscire da una situazione e compensare la mancanza di idee.

Ma possiamo anche riferirci al grande De Sica (Vittorio, ça va sans dire), regista di “Ieri, oggi, domani” e attore raffinato e elegante in “Pane, amore e fantasia” (per citare solo due esempi della sua produzione comica).

Pare che il caso di De Sica figlio sia utilizzato nelle facoltà di biologia per spiegare che l’arte, come ogni funzione superiore, non si acquisisce con il DNA, ma solo con l’apprendimento, l’impegno, la fatica.

Oltre a divertirci, possiamo scovare dell’altro in “C’est la vie”, per esempio la satira sottesa del matrimonio borghese (la sposa remissiva, ignara di sposare un perfetto imbecille).

Altro che la cerimonia nuziale nel film di Ligabue! In quel film la satira viene telefonata: pronto, sono Ligabue, ora vi faccio vedere come la liturgia del matrimonio – i testimoni, gli invitati, la festa – si possa tranquillamente ridicolizzare; non dovete riflettere, facciamo tutto noi.

In questo film, invece, prima si ride, insieme, poi eventualmente si riflette, ognuno per conto suo, chi ne ha voglia.

Un film comico non si racconta, si va a vedere e, quindi, è inutile raccontarne la trama. Basti dire che sono tutti personaggi azzeccati, tutti interpretati da attori eccellenti, alcuni noti, come Jean-Pierre Bacri, Gilles Lellouche, altri meno noti o sconosciuti, ma altrettanto bravi.

Forse anche qui sta la capacità dei nostri cugini di fare film competitivi: non farci vedere sempre e solo i soliti volti, ma variare, scegliere anche attori emergenti.

Vale la pena elencare tutti, o quasi, i personaggi, perché anche solo ripetendo il loro carattere viene da ridere al ricordo.

Max, l’organizzatore sfortunato, burbero ma buono, di feste matrimoniali.

Guy, il fotografo che odia quelli che scattano foto con lo smarthphone, cerca di abbuffarsi di dolci e tartine e trova un’inaspettata occasione di incontro affettuoso grazie alla competenza del giovane stagista riguardo alle tecniche della geolocalizzazione.

Anche il giovane stagista merita sicuramente un accenno, per la sua aria di bravo studente finto ingenuo, desideroso di imparare ma capace di rendersi conto immediatamente delle contraddizioni degli adulti con cui ha a che fare, contraddizioni che sottolinea anche solo con il suo sguardo ironico.

James, il cantante animatore (ama particolarmente “Se bastasse una canzone” di Ramazzotti), un grande Gilles Lellouche, che litiga in continuazione con Adèle fino a quando scoprono un’affinità sentimentale che li porta, quando è al culmine, a far letteralmente volare via lo sposo.

Di Adèle, la vice di Max, si è detto (Eye Haïdara, teniamo a mente questo nome).

Il cognato di Max, ex insegnante di lettere, gira con i pantaloni-pigiama, fa il cameriere, non dimentica il suo antico lavoro e corregge gli errori grammaticali di tutti (la sua riflessione finale sul doppiaggio che ha impoverito la lingua coglie nel segno).

Sami, amico di Adèle, ignorante assoluto, ingaggiato come cameriere provvisorio, non sa nulla di cucina e combina solo guai: tra l’altro stacca la spina del frigorifero per attaccare il rasoio elettrico, mettendo a tappeto i suonatori e rischiando di avvelenare gli invitati.

Il futuro sposo, un egocentrico che viene preso in giro in tutti i modi da tutti.

I camerieri: quello dei “pretesti”, quello che si fa avanti per protestare ma non riesce mai a dire niente, quello che ripete le cose che tutti sanno, i tamul che osservano con condiscendenza questo strano mondo cercando di trarne vantaggio, quello che alla fine salva la situazione suonando il flauto.

E tanti altri.

Viene voglia di vederlo in versione originale. Speriamo ci sia l’occasione al cinema (altrimenti, purtroppo: computer, televisione).

Fa piacere pensare che i due registi abbiano immaginato nel 2015 di realizzare questo film, come reazione agli attentati che insanguinarono la Francia.

Un po’ come dire: non ci toglierete la nostra allegria; voi, con il vostro fanatismo, vivete in un cimitero in attesa della morte (o del numero imprecisato di vergini che la vostra impotenza vi fa immaginare di incontrare dopo morti), noi, nel frattempo, con tutti i nostri casini, ci divertiamo.