Rai 1 – RaiPlay (13 febbraio 2018)

Non si può vedere! Non è possibile! Non si può vedere quest’operazione realizzata per iniziativa principalmente della vedova Dori Ghezzi: la vita di Fabrizio De André in un film che gira nelle sale e, in due puntate, in televisione.

Avevo deciso di non vederlo, poi, invece, mi sono fermato sulla prima puntata, che hanno trasmesso su Rai 1.

La seconda puntata su RaiPlay, che mi ha consentito di vederla quando non avevo niente di meglio da fare.

Alla fine, dunque, ho visto questo film, per curiosità, perché a Fabrizio De André sono legati ricordi importanti della mia vita e per confrontare con la realtà un pregiudizio negativo riguardo al progetto.

Quando è apparso l’attore che cercava di rifare il giovane Paolo Villaggio (pensando molto, credo, a Fantozzi), e ha cominciato ad agitarsi, ho avuto la piena conferma del pregiudizio negativo; si potrebbe obiettare che i pregiudizi cercano, come tutti, di sopravvivere, si sforzano di trovare conferme, spingono a notare solo alcuni elementi e influenzano i giudizi successivi.

Per venirne fuori bisogna spiegare, soprattutto a se stessi.

La prima questione, che mi sono posto fin da quando è stato annunciato il progetto, è la seguente.

Perché rifare in una fiction – come dice la parola: finzione – la vita di un personaggio contemporaneo che era estremamente schivo, non amava parlare di sé?

Un personaggio che, quando Fernanda Pivano diede di fuori (anche ai grandi traduttori di Hemingway e dei poeti americani capita, prima o poi, di dare di fuori) definendolo poeta e dicendo che Bob Dylan sarebbe il Fabrizio De André americano (che c’entra Dylan con De André? Non c’entra niente), dimostrò un evidente imbarazzo e la paura di passare, di essere fatto passare, per cretino, come lui stesso diceva.

Fabrizio De André scriveva belle canzoni. Definirlo poeta è una necessità solo per chi desidera omaggiarlo e non sa come farlo (dire che era un artista non basta?).

Nonostante la comune origine, attualmente poesia e canzone sono due forme d’arte diverse; alcuni poeti si sono cimentati con la scrittura di canzoni e alcuni autori di canzoni hanno scritto poesie; altri hanno dipinto quadri o, come Ligabue, diretto film.

Sono artisti e si esprimono, spesso, in modi diversi.

Un autore e interprete di canzoni può essere anche poeta, ma non per un testo che ha adattato a un pezzo di musica per ottenere quella combinazione inscindibile che chiamiamo canzone.

Non confondiamo le cose; eventualmente utilizziamo la parola artista, che va bene per tutti e mantiene le distinzioni (uno che scolpisce un marmo fa una cosa diversa da un fotografo o da un violinista, direbbe il compianto Catalano).

Torniamo al film.

L’attore che impersona Fabrizio è bravo, cerca di fare il possibile; avrebbe potuto cantare a modo suo, dando una sua interpretazione delle canzoni; noi conosciamo bene gli originali, che senso ha il tentativo di imitazione?

Io credo che non abbia senso entrare nella vita intima di un artista, cercare di entrare nel segreto della sua anima, come se fosse possibile conoscerlo.

Non stiamo parlando di una persona vissuta secoli fa, di cui ci sono rimaste alcune opere e il mito (sapremo mai chi era veramente Leonardo Da Vinci?), ma di un cantautore morto vent’anni fa, che molti di noi avrebbero potuto conoscere e frequentare, di cui molti hanno ricordi vivi di contatto, di amicizia, di familiarità, senza la pretesa, con questi ricordi, di svelare il mistero racchiuso in lui; «Ma il mio mistero è chiuso in me …» cantava Pavarotti nella Turandot, sulla musica di Puccini.

Non ha avvertito imbarazzo, Dori Ghezzi, quando si è vista interpretata da un’attrice? Quando ha visto gli atteggiamenti dei due innamorati nel momento del primo sguardo d’intesa, del primo innamoramento, del primo bacio? Possibile abbia spiegato lei stessa all’attrice, che, mi perdoni, non ha il volto interessante di Dori Ghezzi, come doveva abbracciarlo o come doveva farsi abbracciare?

Non credo, anzi sono sicuro che questo non sia accaduto (anche se l’attore che ha interpretato Villaggio ha detto in televisione, “domenica in”, 18 febbraio, Rai 1, che Luvi e Dori erano sempre presenti sul set), ma la confusione tra realtà e rappresentazione era facile, suggerita, in un film in cui si riproducevano situazioni reali, con personaggi per la maggior parte viventi o morti da poco.

Come nella scena che abbiamo visto tante volte (è disponibile su YouTube) intorno al grande tavolo di legno, all’aperto, in Sardegna (credo sia stata girata da una troupe della Rai inviata da Renzo Arbore). Fabrizio suona la chitarra e canta «… / Ma voi che siete uomini / sotto il vento e le vele / Non regalate terre promesse / A chi … non le mantiene»; Dori e Cristiano fanno il coro «Rimini … Rimini».

Gli attori hanno guardato e riguardato quella scena per imparare come ciascuno doveva atteggiarsi? Il regista non poteva mandare direttamente la scena originale?

Quello sguardo d’intesa tra Fabrizio e Dori, molto più bella dell’attrice che la interpreta, è stato riprodotto? poteva essere riprodotto nel film?

Io credo che su un personaggio complesso come Fabrizio De André sia utile, opportuno, raccogliere e divulgare documenti, testimonianze, come è stato fatto in un documentario realizzato anni fa; si deve evitare di andare oltre, di tagliare con l’accetta alcuni episodi della sua vita e presentarli in una fiction che ha, forse involontariamente, una pretesa di veridicità.

Si dirà: Sorrentino sta facendo un film su Berlusconi e ha fatto un film su Andreotti.

D’accordo, ma questo film non rischierà di confondere realtà e rappresentazione; in esso vedremo il Berlusconi di Sorrentino, come abbiamo visto il Berlusconi di Nanni Moretti nel “Caimano” o l’Andreotti di Sorrentino nel “Divo”.

È la pretesa di veridicità, la mancanza di interpretazione a dare fastidio.

Nel Caimano era lo stesso Moretti a interpretare, nella parte finale, Berlusconi, e mai interpretazione di quel personaggio fu più vera, anche se non verosimile (nella realtà, le cose, fortunatamente, non sono andate a finire come nel film).

La moda di fare fiction sulla vita dei contemporanei si può a malapena accettare, anzi tollerare, quando è fatta con intento divulgativo, per far conoscere alle nuove generazioni gli eroi della repubblica (ma anche lì bisogna stare bene attenti a non farne dei santini, soprattutto i giovani si accorgono subito della magagna).

Fabrizio De André non è stato un eroe della repubblica, è stato un artista, un cantautore; Luigi Tenco non aveva sempre lo sguardo cupo, era un ragazzo allegro, come ha testimoniato più volte Gino Paoli che lo ha conosciuto e frequentato.

«… frustando il cavallo come un mulo, quel gran faccia di culo …» cantavano i due amici (De André e Villaggio); poi subirono un processo (lo ha raccontato Villaggio) e De  André fu costretto a cantare «… frustando il cavallo come un ciuco, tra i glicini e il sambuco …».

Ma non credo che i due formassero una specie di coppia da avanspettacolo, come qualche volta appare nel film: De André non mi sembra fosse un tipo da avanspettacolo, se dobbiamo stare alla testimonianza di Villaggio da vivo.

Basta l’episodio del topo (fa schifo raccontarlo) per spiegare quanto fossero fuori di testa in quel periodo, o il racconto, sempre ad opera di Paolo Villaggio, del modo in cui Fabrizio trattava la madre della prima moglie (nel film hanno cercato di edulcorare la cosa facendola rimproverare dalla figlia).

Con questo non voglio dire che da questi racconti venga fuori il vero De André. Non è così, è solo una testimonianza, il punto di vista di Paolo Villaggio (che sicuramente era un personaggio molto più complesso di quella specie di clown che vediamo in questo film), una testimonianza che si sarebbe aggiunta ad altre testimonianze, in un nuovo e più completo documentario, per saperne un po’ di più, non tutto, solo un po’ di più.

Credo che Paolo Villaggio per primo si sarebbe ribellato a questa rappresentazione di come era agli esordi, e di come era l’amico, con cui non mancavano episodi conflittuali, non solo tra di loro ma anche con il fratello (Fabrizio con il fratello studioso e Paolo con il fratello gemello, studioso anche lui).

Ma, siccome … il mio mistero è chiuso in me …, ciò che conta, alla fine, è che De André sapeva scrivere canzoni e sapeva cantarle.

La canzone può essere una cosa molto seria.

C’è gente che dà grande importanza alle canzoni e ai suoi autori.

Io, per esempio, la primavera scorsa ho fatto una specie di pellegrinaggio laico a Sète, in Francia, per visitare la tomba di Georges Brassens, nei confronti del quale ho, da tanto, una profonda ammirazione, che rasenta il fanatismo (conosco a memoria molte sue canzoni).

Anche Fabrizio De André ammirava Brassens e, nei primi tempi della sua attività, si ispirava al suo stile. Molte vecchie canzoni sono traduzioni, ottime traduzioni, di canzoni di Brassens. Qualche volta, come in quella che fa «La morte verrà all’improvviso, avrà le tue labbra e i tuoi occhi, …», prendeva la musica di una canzone di Brassens (“Le verger du Roi Louis”, poesia di Théodore de Banville) e cambiava il testo. Poi, quando decise di dedicarsi seriamente a questo lavoro, Fabrizio trovò una strada originale, sganciata da qualsiasi modello.

Uno dei miei ricordi più emozionanti è legato a un gruppo che, una sera settembrina di tanti anni fa, in una piazza di Napoli, cantava le canzoni di De André, in particolare “Il suonatore Jones” e le altre di “Non al denaro, non all’amore né al cielo”; il disco trentatré giri era uscito nel 1971, io lo comprai il giorno dopo quella sera e lo conservo ancora, anche se non ho più il giradischi.

Ero in un momento particolarmente felice, che concludeva un periodo complicato.

Avevo finito gli esami all’Università, stavo preparando la tesi di laurea, stavo per dare una svolta radicale alla mia vita, avevo incontrato l’amore eterno (infatti durò qualche anno, resistette a due trasferimenti; fu stroncato dal terzo).

La ragazza era dovuta tornare a casa (era straniera), così quella sera mi trovai da solo in quella piazza di Napoli, da solo ma insieme a tanti giovani, ad ascoltare questo gruppo che cantava le canzoni di De André.

Per capire la mia emozione, bisogna tornare indietro, alla sensazione di non riuscire a combinare niente, di oscillare fra scelte diverse, durata alcuni anni; quell’estate tutto si stava risolvendo, e tutto a modo mio: ero riuscito ad evitare di “sistemarmi” definitivamente vicino casa, ero riuscito ad evitare di avviare, per mancanza di alternative, una famiglia tradizionale, che mi dava una sensazione di oppressione.

Avevo deciso, dopo la laurea, prossima, di andare a Londra, di vivere un’avventura, godermi la libertà conquistata; avevo trovato la ragazza disposta a viaggiare insieme a me.

Raggiunsi il massimo dell’emozione quando il giovane chitarrista barbuto cantò “Un malato di cuore” e scandì, cercando di imitare, se non la voce, il modo che aveva allora Fabrizio di pronunciare le parole con esattezza: «Quelle sue cosce color madreperla / rimasero, forse, un fiore non colto».

Siccome avevo colto il fiore, ma avevo rischiato anch’io di non coglierlo, come il malato di cuore della poesia di “Spoon River Anthology” (per timidezza avevo rischiato di non cogliere i segni giusti) mi sembrò che Fabrizio questa canzone l’avesse scritta per me.

Questo succede sempre con l’arte (ogni volta che ammiro la Primavera ho l’impressione che Botticelli l’abbia dipinta per me).

Chissenefrega se la canzone non è poesia! È una cosa diversa dalla poesia che, nella forma attuale, non ha bisogno della musica, invece necessaria alla canzone (per favore, non mettete “La guerra di Piero” nelle antologie scolastiche: è una canzone, va cantata, non letta).

Le scene finali, prima di “Bocca di rosa”, con Fabrizio che gira per le vie della vecchia Genova, per «i quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi», le abbiamo viste più volte, sono facilmente reperibili sul web; nelle registrazioni Fabrizio è un po’ invecchiato, un po’ ingrassato e gonfio (forse era già stato colpito dalla malattia che lo portò alla tomba), con la cicatrice sulla guancia destra, un segno che si vede in ogni ripresa video ravvicinata («… aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso»).

Nel film una cosa c’era, corrispondente al video del vero Fabrizio: l’immancabile sigaretta fra le dita o sulle labbra.

Scrivo questo commento dopo aver saputo che questo film è stato visto da un gran numero di spettatori e, quindi, per come vengono valutati i programmi televisivi, è stato un successo.

Ciò che conta è il numero di spettatori, non c’è un indice di gradimento.

Anch’io ho visto il film: la prima parte quando l’hanno trasmessa su Rai 1 e, nonostante non sia stata di mio gradimento, grazie a RaiPlay, anche la seconda parte.

L’alto indice di ascolto, o come si chiama, denota solo, secondo me, che in tanti siamo interessati alle canzoni e alla vita di questo grande cantautore. Che poi siamo rimasti soddisfatti di come è stato rappresentato nel film, è un altro discorso.