Cinema Il Portico – via Capo di Mondo, 66 – Firenze (21 febbraio 2018 h 18.30)

Persone mostruose (i mostri), persone umane (gli umani), acqua e orologi sono gli ingredienti di questo film.

I mostri sono i generali americani e sovietici, che credono solo alla loro volontà di esercitare un potere e sono disposti a torturare e torturarsi, a uccidere e anche a morire per riuscire a comandare i propri simili, per riuscire a decidere il destino di tutti.

Hanno il potere, vogliono solo il potere, sempre di più, senza limiti; da fronti opposti, agiscono nello stesso, identico modo.

Sono loro i mostri.

Poi ci sono quelli che si mettono al servizio dei mostri, come lo scienziato votato alla causa dei generali sovietici: reprime i dubbi in nome della fede e della fedeltà, si fa usare e solo alla fine capisce che, per non tradire la propria umanità, deve tradire i propri mostruosi compagni.

Un altro modo di servire i mostri, questa volta americani, è stato scelto dal vecchio pittore, che si è allontanato dal mondo e vive tra film romantici d’altri tempi; ogni tanto torna nel mondo reale dove cerca di piazzare un quadro e cede alla tentazione di abbuffarsi di torte che alla sua unica amica sembrano disgustose, e sicuramente sono disgustose.

Nasconde la calvizie con una parrucca che gli sembra di impreziosire chiamandola toupet, alla francese.

Ha abbandonato la realtà, per vigliaccheria o per pigrizia, si è costruito un piccolo mondo, meschino e impotente.

Anche il vecchio pittore, come lo scienziato sovietico, sarà costretto a non voltare, per una volta, lo sguardo da un’altra parte e a correre dei rischi per non essere ridotto a un niente, come dice la ragazza.

Dunque: mostri e servi dei mostri.

Poi ci sono le persone dotate di umanità (persona, dal latino “maschera”, poi “corpo”, “individuo”): la ragazza muta, l’essere anfibio, la donna delle pulizie.

Sono individui capaci di esprimere solidarietà, comprensione, indulgenza verso gli altri, capaci di un sentimento che i mostri aborriscono: l’amore.

Hanno vissuto vicende drammatiche e, in modi diversi, la vita li ha, in qualche modo, stesi, ma non definitivamente; sono pronti a ribellarsi, basta che ce ne sia l’occasione; i mostri lo sanno e li guardano con sospetto: indovinano nei loro sguardi che non si sono arresi e non si arrenderanno mai.

Grazie alla sua umanità, la ragazza muta riesce a stabilire un rapporto con il diverso, nonostante sia molto diverso, e trova anche la possibilità di esprimere la propria sessualità compressa e di liberarsi per liberare l’altro, il prigioniero, il perseguitato.

L’essere anfibio, bellissimo, adorato come un dio dagli abitanti del paese dove è stato catturato, dotato di capacità straordinarie, come far ricrescere i capelli o guarire le ferite. Alla fine anche resuscitare, e far resuscitare la ragazza che ama, la ragazza muta che, per un momento, grazie al suo amore, aveva riacquistato la parola.

La donna delle pulizie – la povera donna grassa, a cui fanno male i piedi, che valuta le persone per quello che sono, per come si comportano nelle latrine («sono grandi scienziati ma non riescono a centrare il water» è un suo commento) – parla continuamente del marito, un poveraccio, ma comprende cose molto difficili e inaspettate e fa sempre la scelta giusta, nonostante la sua paura di povera donna che può difendersi solo con la prudenza o con la menzogna.

Queste tre persone – la ragazza muta, l’essere anfibio, la donna della pulizie – sono i nostri eroi, gli umani, quelli per cui parteggiamo fin dall’inizio.

Il mostro più mostruoso di tutti è il generale americano: considera un segno di debolezza lavarsi le mani prima e dopo avere urinato, vorrebbe rendere il mondo uguale a se stesso, alla sua orribile casa, alla sua orribile famiglia, alla sua orribile, mostruosa, moglie bionda con cui ha rapporti sessuali che assomigliano a stupri, che non possono essere interrotti neanche dal sanguinamento delle dita amputate e riattaccate dalla scienza medica.

Continua l’elenco dei personaggi principali: i mostri, gli umani, l’acqua.

In questo elemento si svolgono le scene più belle, più emozionanti del film, a cominciare dalla scena onirica iniziale, con il letto e le suppellettili galleggianti nella stanza piena d’acqua, il letto con la ragazza sopra, tranquillamente sprofondata nel sonno, immersa in un utero accogliente.

La scena più artistica, la più emozionante, si svolge quando la ragazza decide di unirsi all’amato nell’elemento in cui lui è più a suo agio: riempie di acqua la stanza da bagno, fino a provocare perdite dal solaio e proteste dal cinema sottostante (ci si aspetta l’inizio di uno di quei diluvi di cui l’artista multimediale statunitense Bill Viola è maestro).

Bella l’idea della casa sul cinema, dove proiettano film dell’epoca d’oro che solo pochi spettatori, alcuni mezzo o completamente addormentati, vanno a vedere.

L’acqua entra, trionfalmente, anche alla fine, con la pioggia incessante e con il tuffo nel canale che porta all’oceano, alla libertà, finalmente immersi nell’elemento primordiale, illimitato, dove non ci sono generali mostruosi né orari da rispettare.

Siamo all’ultimo personaggio del film; abbiamo detto: i mostri, gli umani, l’acqua; gli orologi.

Scandiscono la vita quotidiana della ragazza, i gesti ripetuti: la sveglia all’alba, la cottura delle uova sode, l’autobus che l’accompagna al lavoro mentre lei cerca di ritrovare il tepore della notte appoggiando il cappellino al vetro e la testa al cappellino per un altro poco di sonno (che finezza in quei gesti, in tutti i gesti della ragazza, anche lo svago mattutino nella vasca da bagno è trattato con gentilezza), la corsa per timbrare il cartellino, sempre in ritardo, come chi non vuole farsi schiavizzare dal tempo e dagli orologi.

Non vogliamo farci schiavizzare dal tempo e dagli orologi. Vogliamo arrivare in ritardo, anche se le altre lavoratrici, giustamente, protestano. Vogliamo essere nel torto (chi mai è nel suo diritto, qualunque cosa faccia?), ma non rinunciare a fare tardi, a ignorare l’imposizione che ha superato l’ambito lavorativo per diventare principio morale. Chi fa tardi non è più considerato solo uno che danneggia l’efficienza della macchina lavorativa, ma un peccatore. Se non si cosparge il capo di cenere è un peccatore incallito, un ladro, un immorale. Non conta se fa bene il proprio lavoro, quei cinque minuti di ritardo annullano tutto; farebbe meglio ad arrivare in orario e a perdere tempo dopo avere timbrato il cartellino.

Qui ci metto del mio, certamente, e della mia esperienza, ma a me sembra di vedere questo elemento: gli orologi sono i guardiani, i carcerieri che ci costringono a scandire il tempo come in una prigione, che costringono la ragazza in una serie di gesti ripetitivi, da cui solo la rivoluzione dell’amore riesce a liberarla.

È una favola; come tutte le favole ha un finale ottimistico; come tutte le favole passa attraverso scene orribili, necessarie perché la favola serva a qualcosa.

La scena più orribile, paragonabile per la crudeltà al lupo che mangia la nonna di Cappuccetto rosso e si mette nel letto al posto suo, è quella dell’anfibio che approfitta del sonno del pittore per mangiarsi un gatto.

Questa scena ha probabilmente distrutto le simpatie degli animalisti per il nostro amico; da questo momento avranno cominciato a parteggiare per i generali russi e americani che lo vogliono morto.

Anche l’animalismo che vuole per forza ignorare la natura è una mostruosità (ho letto di vegetariani che cercano di far diventare vegetariano anche il proprio cane).

La scena è coerente con il personaggio: l’organismo anfibio, dotato di forza e poteri straordinari, come ci spiega lo scienziato in un passaggio, ha bisogno di proteine pronte.

Infatti il primo contatto con la ragazza è avvenuto attraverso le uova sode, che la ragazza ha utilizzato per avvicinarlo.

Poi hanno cominciato a comunicare, e questa reciproca disponibilità a comunicare li ha fatti innamorare.

Una favola avvincente ed emozionante; ci tiene attaccati allo schermo dall’inizio alla fine, fino alla liberazione finale (una favola non può non finire bene).

La conclusione potrebbe essere vera o solo un sogno del vecchio pittore pazzo che ci racconta come è andata a finire. Per essere esatti, siccome sappiamo che buona parte del film è davvero accaduta (la guerra fredda e calda, il dominio e la violenza dei mostri assetati di potere nella nostra società, nella nostra vita) e accade continuamente, l’unico dubbio è se davvero potrà esserci una liberazione o questa speranza è solo il sogno di un vecchio pazzo, innamorato dei film romantici dell’infanzia gloriosa, commerciale ma gloriosa, del cinema.

Come ogni opera d’arte, questo film fa pensare, lascia un segno che rimane anche quando si esce dal cinema.

È un film complesso, probabilmente si potrebbero trovare in esso tanti simboli e significati più o meno nascosti (spero di avere riportato solo alcuni di quelli palesi), ma si può anche vedere col cuore, seguire col cuore, credere, per tutta la durata del film, alla favola che si svolge sullo schermo, farsi trascinare dal racconto, in questo agevolati dalla straordinaria abilità del regista, dalla bravura degli attori, dalla bellezza delle scene.