Cinema Cinecittà – via Pisana, 576 – Firenze (28 febbraio 2018 h 18.30)

Ho visto questo film in un piccolo cinema: Cinecittà, in via Pisana. Piccolo, ma glorioso, se si pensa che questa sala ha aperto nel 1947, è una delle più antiche di Firenze.

La sala ha sede presso la Casa del Popolo F.lli Taddei; fa parte del circolo Arci.

Casa del Popolo, Circolo ARCI: solo a leggere la targa parte un film, prima di entrare in sala.

È la storia del popolo di sinistra, che si riuniva nelle case del popolo e partecipava alle attività culturali e artistiche organizzate dall’Arci.

Il popolo non era quella massa indistinta che è divenuta, sinonimo di gente, o, addirittura, di folla, in nome della quale tutti pretendono di parlare, rivolgendosi preferibilmente alla sua pancia.

Il riferimento era alla Costituzione – la sovranità appartiene al popolo che la esercita … – non ai like di internet o ai sondaggi. Neanche ai voti, perché nelle urne il popolo di sinistra è sempre stato inferiore in numero al popolo democristiano (forse solo in una elezione regionale lo ha superato di poco).

Nella Casa del Popolo entrava tutto il popolo, al cineforum organizzato dall’Arci partecipavano tutti; tranne i fasci, naturalmente, ma più per loro scelta che per esclusione decisa da noi, o per entrambe; diciamo che a loro non sarebbe mai venuto in mente di venire a trovarci (se non per fare casino), e noi passavamo davanti alle loro misteriose stanzette – a piazza Dante (Napoli) c’era la sede; sulla porta, in alto, la fiamma che usciva dalla bara – con la stessa inquietudine dell’ammazzavampiri davanti alla bara di Dracula.

Le Case del Popolo erano diffuse soprattutto in Toscana, dove ogni comune ne aveva una; vi si entrava per fare due chiacchiere, per prendere un caffè, discutere di politica, di calcio, del Giro d’Italia o del Tour de France, per passare la serata quando non ci s’aveva di meglio da fare.

Si organizzava la Festa dell’Unità.

Allora, soprattutto a sinistra, si pensava, come Giorgio Gaber, che «la libertà è partecipazione».

“La cosa” (1990), di Nanni Moretti, è uno degli ultimi ricordi cinematografici, credo l’ultimo, di uno scambio di opinioni molto forte, emotivamente molto sentito, fra i militanti del partito comunista.

Interventi dei compagni sulla proposta del segretario Achille Occhetto (Carneade, chi era costui?) di cambiare nome al partito.

Inquadratura fissa, pochi tagli; si assiste, quasi in tempo reale, alla discussione svolta nelle sedi del partito comunista o nelle Case del Popolo.

Chissà se Nanni Moretti si è posto il problema: quanto avrà influito la presenza della cinepresa, la presenza dell’operatore e la sua presenza sulla qualità del dibattito registrato e finito nel film?

Confrontiamo questa discussione pacata, registrata senza l’apparente intervento del regista, con quella avvenuta in una sede siciliana del PCI, o in una Casa del Popolo, registrata in “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi.

Quale delle due dà l’impressione di maggiore spontaneità e naturalezza?

La risposta a me sembra ovvia: quella di Germi.

Facendo un passo avanti, si potrebbe addirittura cambiare la parte verbale della domanda: quale delle due è più spontanea e naturale?

Per me, la risposta non cambia.

Il conduttore del dibattito chiede un giudizio sulla signora Cefalù che ha abbandonato il marito Fefè, il grande Marcello Mastroianni (vi sono nomi a cui si dovrebbe sempre far precedere l’aggettivo grande); un contadino, che ascolta, tra gli altri, imbronciato, con la coppola calcata sulla testa, sbotta inferocito: «Bottana!», suscitando l’adesione rumorosa degli altri compagni e lasciando di stucco il conduttore settentrionale del dibattito che, nel porre la questione, aveva fatto riferimento all’emancipazione della donna come era stata raggiunta, a suo dire, dai compagni cinesi.

Evidentemente la separazione tra filosovietici e filocinesi non era ancora avvenuta e, se pensiamo ai campi di lavoro e rieducazione dell’epoca, alla successiva “rivoluzione culturale”, alla tassa sul secondo figlio con conseguente soppressione se femmina, allo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori nella Cina sedicente comunista, ci rendiamo conto delle assurdità che i dirigenti ci propinavano a quei tempi.

Dopo un po’ avrebbero cominciato a circolare i maoisti. Sembravano quasi monaci appartenenti a una setta esoterica: avevano un paradiso lontano come riferimento, un dio sconosciuto e, naturalmente, infallibile.

Che fine avranno fatto? Immagino con quanta nostalgia, ma anche un po’ di vergogna, tengano nascosto il libretto rosso, per non essere presi in giro dai nipoti («Nonno, veramente credevi in quegli slogan? Eravate ingenui a quell’epoca!»)

Una sala piccola, all’antica, questo cinema Cinecittà in via Pisana, una lunga strada che, partendo da Scandicci e attraversando la periferia, arriva a Borgo San Frediano, con le sue tante trattorie, osterie e negozi di artigiani e restauratori: il centro antico di Firenze “diladdarno” (oltrarno, sponda sinistra), poco visitato dai turisti (tranne sulla direttiva via Guicciardini, palazzo Pitti, Giardino di Boboli).

“Come un gatto in tangenziale”. Il regista è Riccardo Milani, che proprio non conoscevo, tranne per avere evitato, qualche anno fa, un suo film che parlava di uno che per caso viene eletto Presidente della Repubblica. Un film con una trama così non lo vedrei neanche se mi pagassero.

È vero che bisogna prima vedere e poi giudicare, ma ci sono dei limiti e il tempo, soprattutto dello svago, è troppo prezioso per buttarlo in un’impresa disperata.

Però vale sempre il discorso di dare una chance ai registi e agli attori, così sono andato a vedere questo film di Riccardo Milani e non me ne sono pentito.

Un bel film, divertente, che dimostra come i bravi attori siano capaci di trasformarsi e di non portarsi dietro i personaggi che hanno dato loro maggiore successo.

Mi riferisco ad Antonio Albanese; in questo film interpreta un personaggio che potrebbe richiamare il “pilu per tutti”: fa dei discorsi in una commissione del Parlamento Europeo, lavora in un gruppo di think tank (una tanica di pensatori), è seguito da portaborse che sono sempre a sua disposizione.

Basterebbe poco per confondersi, eppure riesce a creare un personaggio completamente diverso: raffinato, educato, tollerante, eccessivamente remissivo, nei confronti della figlia, nei confronti della moglie, nei confronti della madre del ragazzino di cui la figlia è innamorata, nei confronti di tutti (il meccanico lo guarda, giustamente, con aria di compatimento: “poràccio”, pensa e ce lo fa capire con lo sguardo).

Paola Cortellesi interpreta perfettamente la coatta coperta di tatuaggi, che non si priva dei suoi tacchi altissimi neanche sulla spiaggia ed è pronta a impugnare la mazza da baseball per difendersi attaccando in anticipo, indifferente ai danni che può provocare.

Il personaggio negativo del film sono due: la mamma e la figlia.

La mamma è una fuori dal mondo. Prima dell’impatto con la realtà, quando scopre l’aspetto non folcloristico del quartiere Bastogi, ricorda Enrico Montesano truccato da turista inglese scimunita che ammirava tutto dell’Italia e, di fronte a qualsiasi bruttura, ripeteva: «Molto pittoresco».

È fuori dal mondo per una questione caratteriale, non perché si occupa di essenze estratte dai fiori di erbe aromatiche, come sembra volerci suggerire il film.

Sappiamo che Giovanna Zucconi, giornalista e conduttrice di programmi culturali, ha deciso di occuparsi dei profumi estratti dalle erbe e ha avviato, insieme al marito Michele Serra, un’attività molto promettente con il marchio Serra&Fonseca.

Chi si occupa di profumi non è necessariamente sfalsato rispetto alla realtà.

Però! Non ci avevo pensato. Potrebbe esserci un riferimento malizioso a una sinistra che scrive articoli politicamente corretti, teoricamente impegnati, e negli ultimi tempi è approdata ai profumi.

Chissà se è così!

L’impatto con la realtà di questa libellula vaporosa, che sembra abituata a vivere su un altro pianeta, crea, nel film, i momenti di maggiore comicità.

La figlia è più realistica: tipico esempio di ragazzina viziata, capace di manipolare il padre remissivo per chiedere e ottenere continuamente denaro senza mai tenere conto della sua opinione, di manipolare la madre che non capisce niente, di mettersi a frignare, o accennare il suo dispiacere e la lacrimuccia se appena il padre si permette di fare un’obiezione a una sua richiesta assurda.

È prontissima a rinfacciare ai genitori i buoni sentimenti che le hanno insegnato, dei quali ha colto e acquisito solo l’ipocrisia, tanto è vero che, dopo essersi passata lo sfizio dell’amoretto con un coetaneo agghindato da guerriero indiano, ritorna al suo ambiente, alla spiaggia di Capalbio e ai rampolli della classe sociale a cui appartiene. Il rapporto con il ragazzino e con l’ambiente del quartiere Bastogi dura come un gatto in tangenziale.

Naturalmente il film è assurdo, ma va bene così, è un film comico e il regista non deve preoccuparsi di rendere realistiche le situazioni. Basta che non voglia ricavarne una morale o lanciare un messaggio, naturalmente populista, che l’altro film, quello del presidente per caso, faceva temere molto probabile, anzi inevitabile.

Nella realtà uno che, come il personaggio interpretato da Albanese, si avvicina con atteggiamento così ingenuo a un mondo difficile e pericoloso ne esce sicuramente con le ossa rotte.

Trattandosi di un film comico mancano, giustamente, le ossa rotte (Stanlio e Ollio si picchiano continuamente, ma non si fanno male), anche se c’è un personaggio, interpretato da Claudio Amendola, specializzato nell’estrazione della milza con le forbici da barbiere.

Il film fa ridere, questo conta. Posso testimoniare che gli spettatori della piccola sala ridevano, perché le battute non sono scontate, perché gli attori sono bravi e i personaggi divertenti (esilaranti le due gemelle).

C’è un delizioso cameo di Franca Leosini, che si conferma persona garbata, ma anche spiritosa.

Se vogliamo approfittare del film, di passaggio, per dire qualcosa sui rapporti fra ragazzi di ceto sociale diverso, possiamo osservare che sono più le cose che li accomunano di quelle che li separano (sono i genitori a vivere in compartimenti non comunicanti tra loro).

Per esempio hanno in comune il controllo assoluto sugli adulti, che si rigirano come gli pare. Non c’è nessun adulto, né nelle famiglie cosiddette bene, né in quelle che si arrangiano per tirare avanti, che sia in grado di dire una sola volta: «Questo non si fa». Perché? «Perché è pericoloso. Punto».

A tredici anni sono in procinto di trasformarsi negli “sdraiati” di Michele Serra, fingono di ascoltare, ma poi fanno quello che vogliono; dopo abbandonano anche questa finzione: mettono le cuffie nelle orecchie e interrompono la comunicazione.

Cominciano molto presto a vivere come in un mondo a parte, separato da quello degli adulti, un mondo da cui guardano con curiosità quegli strani fantocci pieni di sensi di colpa che si agitano intorno a loro, da cui sanno di non poter imparare nulla della vita, perché li vedono disorientati, persi.

Nel film i due ragazzi subiscono un furto quando vanno alla festa della figlia del commercialista (è più pericoloso il residence del quartiere malfamato); divertente e non lontano dalla realtà.

Probabilmente non si troverebbe una grande differenza se si confrontasse la quantità di droga presente negli ambienti dei due tipi; cambierebbe solo il tipo di droga.

Che il personaggio interpretato dalla Cortellesi preferisca la spiaggia del morto, o come si chiama, a Capalbio, è, evidentemente, una trovata comica.

Non credo ci voglia molto per capire la differenza tra una discarica a cielo aperto sulla spiaggia e un’oasi di pace; puoi essere coatto quanto vuoi, ma capisci a volo che fare la fila per comprare un gelato in mezzo a una folla urlante e sudata è peggio che partecipare a un party con i camerieri che ti servono (come direbbe il compianto Catalano).