(11 marzo 2018 h 18.30)
Cinema Teatro Nuovo Pisa – piazza della Stazione

Non conosco bene gli zingari. Suppongo che alcuni siano delinquenti, altri persone degnissime, come accade in tutti i gruppi accomunati da una provenienza, da una religione, da tradizioni o da altro. La responsabilità è sempre individuale e ognuno ha il diritto di essere giudicato per quello che fa, non per quello che fanno altri appartenenti al proprio gruppo.
Questo non vuol dire che si possa essere giustificati per le proprie azioni dalle regole del gruppo a cui si appartiene.

Il primo gruppo in cui ciascuno di noi è inserito è la famiglia. Se non si vuole diventare complici di una banda, bisogna avere la forza di ribellarsi alle regole della famiglia, quando necessario. Non farsi ricattare dagli affetti.
Il figlio di camorristi, se è a conoscenza dell’attività dei genitori, deve denunciare il padre, la madre, altrimenti si assume la responsabilità morale dei delitti che, con la sua omissione, non ha impedito.
L’affetto, il legame famigliare non giustificano l’omertà.

Da piccolo, ero alle medie, una volta sono scappato di casa per un’intera giornata: avevo problemi con la scuola.
Non volevo mostrare una nota a mio padre per la firma; la professoressa di lettere me l’aveva appioppata perché mi distraevo durante le spiegazioni.
Siccome lei insisteva per vedere la nota firmata e minacciava tuoni e fulmini, una mattina, anziché girare per via Giardini, andai diritto.
Direzione: Colonne di Giugliano, e oltre.

Dove volevo andare? Non lo sapevo.
Non volevo affrontare i rimproveri di mio padre e le minacce della professoressa.
Mi trovai presto in campagna.

A quei tempi (è passato più di mezzo secolo) la speculazione edilizia, controllata dalla camorra, unita alla mancanza di qualsiasi piano di sviluppo programmato e razionale, non aveva ancora chiuso i paesi a nord di Napoli in una gabbia di cemento che impedisce di distinguere dove finisce l’uno, dove comincia l’altro.
Superate le Colonne, andai avanti.
Mentre camminavo, pensavo vagamente di unirmi a un gruppo di zingari, che per me rappresentavano la libertà senza regole.

Non so come si fosse formata quest’idea nella mia immaginazione, forse l’avevo ricavata da un libro di racconti sulla vita dei nomadi o da altre letture – leggevo molto, anche troppo, diceva la prof di lettere. Leggevo ma studiavo poco, soprattutto non studiavo la matematica.
Con quella di lettere il problema non riguardava il profitto ma la “condotta”: così si chiamava il comportamento, con un termine usato per dare sconti di pena ai carcerati.
Non ero a mio agio, in generale, nella vita, e, di conseguenza, mi rifugiavo nella fantasia che, a volte, confondevo con la realtà. A scuola mi distraevo.

Vagai per una giornata intera, mangiai dei biscottini, mi persi. Quando cominciò a fare buio ebbi paura. Ero stanco e affamato, capii che l’impresa non era riuscita, desiderai tornare a casa. Non sapevo come. Per fortuna un passante mi diede l’informazione giusta. Presi il pullman. Allora non c’era “Chi l’ha visto” e al ritorno non mi aspettava la fama televisiva ma rimproveri paterni, il pianto materno e un senso di colpa lancinante.
Ricordo ancora la prof di lettere che, con una smorfia severa, al mio rientro in classe disse ad alta voce, perché tutti sentissero: «Hai fatto piangere tua madre» e mi guardò, come per verificare se era riuscita a colpire a fondo.

C’era riuscita.

Non avevo trovato la carovana di zingari con cui fuggire via e cominciare una vita avventurosa senza regole.
Se l’avessi incontrata, se è vero che gli zingari rapiscono i bambini, ma io non ci credo (a quei tempi a dodici anni si era bambini), sarei veramente divenuto uno zingaro, forse avrei dimenticato la vita precedente e ora sarei un vecchio capofamiglia con sette mogli, l’ultima delle quali di sedici anni (ma credo sia un luogo comune) e una carovana di figli e nipoti di cui a stento ricorderei il nome.

Queste sono falsità che si dicono sugli zingari; non so se c’è in esse, o ci sia mai stato, qualcosa di vero.
Dicono anche che gli zingari non vogliono lavorare, e questo probabilmente è vero per alcuni di essi, ma non per tutti.
Non ho un’idea precisa sull’argomento zingari e non voglio illudermi di acquisirla spulciando Wikipedia (spulciare andava bene quando si cercava nei libri) che sta diventando un veicolo mondiale per la diffusione di luoghi comuni e di cultura approssimativa e presuntuosa.
Non so neanche in quanti gruppi siano divisi, che cosa accomuni i diversi gruppi, oltre a questa passione per il nomadismo, e come si distinguano, per origine, per lingua e tradizioni. Ho sentito parlare, come tutti, di Rom, di Sinti, di zingari che a Ostia controllano vari traffici. Ne deduco che molti hanno abbandonato la passione romantica per il nomadismo per abbracciare quella, molto più concreta, per i soldi a ogni costo.
Insomma, non so nulla degli zingari, perché, dopo l’infatuazione vissuta da preadolescente, che mi aveva fatto desiderare di diventare uno di loro, forse proprio a causa di quella infatuazione, non ho più avuto modo o voglia di occuparmene.
So solo che mi dà molto fastidio quando, alla stazione o in mezzo alla folla del centro, mi si avvicina una di quelle donne di aspetto vagamente indiano, con i suoi petulanti marmocchi, e allunga la mano per chiedere l’elemosina.
Mi dà fastidio l’insistenza e mi danno fastidio i marmocchi, evidentemente utilizzati per esercitare una specie di ricatto morale.

Se fossi una qualunque autorità, li sottrarrei senza esitazioni alla patria potestà dei genitori per affidarli … a chi? Meno male che non sono una qualunque autorità e non posso applicare i provvedimenti che le mie reazioni impulsive mi indurrebbero a prendere.
Immagino che, immediatamente dopo, passata la foga decisionista, mi verrebbero dei dubbi: meglio affidati a una signora borghese che potrebbe fare di tutto per allontanarli dai loro affetti, per cancellare la loro memoria emotiva, addirittura per collegare i ricordi e gli affetti a un senso di colpa, o rischiare lo sfruttamento da parte di un grasso capofamiglia con una carovana di figli e nipoti di cui non ricorda neanche il nome?

Il problema è complicato ed è fortunato chi può starne lontano. Quando si avvicina, ho visto le persone cambiare radicalmente il proprio punto di vista.
Un mio amico, progressista, tollerante, impegnato nel sociale, cambiò radicalmente la propria opinione quando il Comune destinò ad accampamento per i Rom un’area vicina a quella dove abita.
Si lamentava di essere costretto ad accompagnare a scuola la figlia piccola, perché non se la sentiva di farla passare da sola per quella zona, divenuta improvvisamente pericolosa.
La presenza degli zingari accampati aveva costretto la sua famiglia a cambiare abitudini; l’aveva resa meno libera e decisamente meno tollerante.

Non bisogna pensare che il mio amico fosse influenzato dai pregiudizi, a giudicare da alcune esperienze concrete che, con aria disfatta, mi raccontava.
La realtà è dura, non basta la buona volontà per risolvere i problemi, ci vogliono persone competenti e politici capaci di valersene. Meglio sarebbe avere politici competenti, ma nella situazione attuale sembra chiedere troppo.

Il film francese Benvenuti a casa mia. À bras ouverts, di Philippe de Chauveron, affronta in modo farsesco, paradossale e divertente, questo argomento.
Il personaggio principale è un po’ come il mio amico, con una importante differenza: il mio amico non appartiene all’alta borghesia intellettuale, è un piccolo impiegato statale e non se l’è andato a cercare lui l’abbraccio con i Rom, è stata la giunta comunale a portarglieli gentilmente fuori casa.
Ecco perché una persona come il mio amico suscita un moto di solidarietà, mentre il professore del film fa ridere, con le sue contraddizioni che determinano la sua debolezza. Quando gli scassano la casa, gli deturpano il bel giardino, gli fregano la moglie, fa ridere ancora di più.

Si potrebbe pensare si tratti di un film di destra lepenista, ma non è così: i due sovranisti, populisti di destra, omosessuali ben mascherati, nascosti dietro il loro machismo di facciata, non sono trattati meglio degli intellettuali di sinistra impegnati a promuovere la vendita dei libri.
Non tocca al regista proporre soluzioni e neanche ci prova, però da lui ci saremmo aspettati qualche passaggio e qualche personaggio meno scontati (la moglie del professore, il figlio, il finto zingaro sono troppo scoperti, troppo prevedibili).

Il capo della tribù – che qualche volta ricorda Sacha Baron Cohen nell’indimenticato Borat (purtroppo non ha più raggiunto quel livello e sembra annegato nel gusto della provocazione) – e i componenti della sua famiglia sono molto divertenti e da soli reggono la comicità del film. Quando non sono in scena, inevitabilmente, l’attenzione cala.
Chi se ne frega del rapporto tra questo noioso trombone e i suoi noiosi studenti? Il regista non deve avere osservato un’università da vicino da parecchio tempo, se crede ci sia ancora il clima sessantottino che descrive.

Non c’è un messaggio, fortunatamente, a meno che si debba prendere per tale la conclusione: l’amore, inevitabile, tra la figlia dello zingaro e il figlio del professore.
Si può immaginare il seguito: i due si sposano e la bella ragazza Rom passa il tempo facendo sculture con la spazzatura nel giardino, insieme alla moglie del professore, illudendosi di essere artista; il ragazzo fa la fine del padre. Tutti i personaggi annegano nell’ipocrisia da cui, in fondo, solo lo zingaro capo famiglia si salva.

Certamente influenzato dal film e dai ricordi riportati all’inizio, stanotte ho sognato di trovare, al risveglio, la stanza da bagno occupata dagli zingari, non quelli del film, meno folcloristici e più sporchi. Profonda angoscia e rimproveri a mia madre (nel sogno ero un bambino) per le condizioni in cui gli ospiti avevano lasciato il bagno.
Sono aperto a qualunque interpretazione psicanalitica del sogno, anche se provenisse da esperti che si sono formati nei bar o su Wikipedia.