Cinema Teatro Nuovo – piazza della Stazione – Pisa (11 marzo 2018 h 18.30)

Non conosco bene gli zingari. Immagino che tra di loro ci siano delinquenti, ma anche persone degnissime, come in tutti i gruppi accomunati da una provenienza, da una religione, da tradizioni o da altro. La responsabilità è sempre individuale e ognuno ha il diritto di essere giudicato per quello che fa, non per quello che fanno altri appartenenti al proprio gruppo. Questo non vuol dire che si possa essere giustificati per le proprie azioni dalle regole del gruppo a cui si appartiene.

Il primo gruppo in cui ciascuno di noi è inserito è la famiglia. Se non si vuole diventare complici di una banda bisogna avere la forza di ribellarsi alle regole della famiglia, quando necessario.

Il figlio di camorristi, se è a conoscenza dell’attività dei genitori (come potrebbe non esserlo!), deve denunciare il padre, la madre, altrimenti si assume la responsabilità dei delitti che, con la sua omissione di denuncia, non ha impedito.

L’affetto, il legame famigliare, non possono, moralmente, forse anche giuridicamente, giustificare l’omertà.

La figlia di uno che impone alle figlie femmine di coprirsi la testa con uno stupido cencio medioevale (come disse Oriana Fallaci a quel fanatico di Khomeini), deve ribellarsi a questa imposizione e cercare di raggiungere un’autonomia che le consenta di liberarsi da ogni regola basata su una superstizione imposta dal gruppo.

A meno che aderisca volontariamente a quelle regole. In tal caso se ne vada nei posti dove la sua superstizione è legge, o la consideri una scelta strettamente personale, senza cercare di imporla alle sue sorelle o alle figlie.

Qualunque cosa abbia detto Allah o abbia riferito il suo profeta, il cencio sul capo obbligatorio è un segno di sottomissione inaccettabile.

Con questo non dico che andrebbe vietato, perché sarebbe un divieto inapplicabile, però si dovrebbero aiutare le ragazze che vogliono liberarsi da imposizioni che contrastano con i principi della nostra Costituzione.

Affermare che il cencio in testa è un segno di identità culturale e per questo deve essere conservato è come affermare che le catene erano un segno di identità per i neri nati schiavi e, quindi, gli afroamericani liberati dalla schiavitù avrebbero dovuto continuare a portarle, dopo la liberazione.

Che c’entra con gli zingari? C’entra perché pare che in alcuni gruppi di zingari vigano regole incompatibili con quelle che abbiamo faticosamente costruito.

È chiaro che, ove ciò si verifichi, devono prevalere le nostre regole (Costituzione della Repubblica Italiana, Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo).

Da piccolo, ero alle medie, una volta sono scappato di casa per un’intera giornata: avevo problemi con la scuola.

Non volevo portare a casa una nota che la professoressa di lettere mi aveva dato per cattiva condotta (tendevo a distrarmi durante le spiegazioni).

Siccome lei insisteva per vedere la nota firmata e minacciava tuoni e fulmini, una mattina, anziché girare per via Giardini, andai diritto.

Direzione: Colonne di Giugliano, e oltre.

Dove volevo andare? Non lo sapevo.

Non volevo affrontare i rimproveri di mio padre e le minacce della professoressa.

Mi trovai presto in campagna.

A quei tempi (è passato più di mezzo secolo) la speculazione, controllata dalla camorra, unita alla mancanza di qualsiasi piano di sviluppo edilizio, non aveva ancora chiuso tutti i paesi della cintura napoletana in una gabbia di cemento che impedisce di distinguere dove finisce l’uno, dove comincia l’altro.

Mentre camminavo, pensavo vagamente di unirmi a un gruppo di zingari, che per me rappresentavano la libertà senza regole.

Non so come si fosse formata quest’idea nella mia immaginazione, forse l’avevo estratta da un libro di racconti sulla vita dei nomadi o da altre letture – leggevo molto, anche troppo, diceva la prof di lettere. Non ero a mio agio, in generale, nella vita, e, di conseguenza, mi rifugiavo nella fantasia che, a volte, confondevo con la realtà.

Tornai a casa di sera, dopo una giornata di vagabondaggio, stanco e affamato; allora non c’era “Chi l’ha visto” e al ritorno non mi aspettava la fama televisiva ma rimproveri paterni, il pianto materno e un senso di colpa lancinante.

Ricordo ancora la prof di lettere che, con una smorfia severa, al mio rientro in classe disse ad alta voce, perché tutti sentissero: «Hai fatto piangere tua madre» e mi guardò, come per verificare se era riuscita a colpire a fondo.

C’era riuscita.

Non avevo trovato la carovana di zingari con cui fuggire via e cominciare una vita avventurosa senza regole.

Se l’avessi incontrata, se è vero che gli zingari rapiscono i bambini, ma io non ci credo (a quei tempi a dodici anni si era bambini), sarei veramente divenuto uno zingaro, forse avrei dimenticato la vita precedente e ora sarei un vecchio capofamiglia con sette mogli, l’ultima delle quali di sedici anni (ma credo sia un luogo comune) e una carovana di figli e nipoti di cui a stento ricorderei il nome.

Ma queste sono probabilmente falsità che si dicono sugli zingari, non so se c’è, o ci sia mai stato in esse, un fondo di verità.

Dicono anche che gli zingari non vogliono lavorare, e questo probabilmente è vero per alcuni di essi, ma non per tutti. Non so, non ho un’idea precisa sull’argomento zingari e non voglio illudermi di acquisirla spulciando Wikipedia (spulciare andava bene quando si cercava nei libri) che sta diventando un veicolo mondiale per la diffusione di luoghi comuni e di cultura approssimativa e presuntuosa.

Non so neanche in quanti gruppi siano divisi, che cosa accomuni i diversi gruppi, oltre a questa passione per il nomadismo, e come si distinguano, per origine, per lingua e tradizioni. Ho sentito parlare, come tutti, di Rom, di Sinti, di zingari che a Ostia controllano vari traffici; ne deduco che molti hanno abbandonato la passione romantica per il nomadismo per abbracciare quella, molto più concreta, per i soldi a ogni costo; insomma non so nulla degli zingari, perché, dopo l’infatuazione vissuta da preadolescente, che mi aveva fatto desiderare di diventare uno di loro, forse proprio a causa di quella infatuazione e della successiva delusione, non ho più avuto modo o voglia di occuparmene.

So solo che mi dà molto fastidio quando, alla stazione o in mezzo alla folla del centro, mi si avvicina una di quelle donne di aspetto vagamente indiano, con i suoi petulanti marmocchi, e allunga la mano per chiedere l’elemosina.

Mi dà fastidio l’insistenza e mi danno fastidio i marmocchi, evidentemente utilizzati per esercitare una specie di ricatto morale.

Se fossi una qualunque autorità, li sottrarrei senza esitazioni alla patria potestà dei genitori per affidarli … a chi? Meno male che non sono una qualunque autorità e non posso applicare i provvedimenti che le mie reazioni impulsive mi indurrebbero a prendere.

Immagino che, immediatamente dopo, passata la foga giustizialista, mi verrebbero dei dubbi: meglio affidati a una signora borghese che potrebbe fare di tutto per allontanarli dai loro affetti, per cancellare i loro ricordi, o rischiare lo sfruttamento da parte di un grasso capofamiglia con una carovana di figli e nipoti di cui non ricorda neanche il nome?

Il problema è complicato ed è fortunato chi può starne lontano. Quando si avvicina ho visto le persone cambiare radicalmente il proprio punto di vista.

Un mio amico, progressista, tollerante, impegnato nel sociale, cambiò radicalmente la propria opinione quando il comune destinò ad accampamento per i Rom un’area vicina a quella dove abita.

Si lamentava di essere costretto ad accompagnare a scuola la figlia piccola, perché non se la sentiva di farla passare da sola per quella zona, divenuta improvvisamente pericolosa.

La presenza dei campi Rom aveva costretto la sua famiglia a cambiare abitudini e l’aveva resa meno libera e decisamente meno tollerante.

Non bisogna pensare che il mio amico fosse vittima di pregiudizi, a giudicare da alcune esperienze concrete che, con un’aria disfatta, mi raccontava.

Il film francese “Benvenuti a casa mia – À bras ouverts” di Philippe de Chauveron affronta in modo farsesco, paradossale e divertente questo argomento.

Il personaggio principale è un po’ come il mio amico, con la differenza che il mio amico non appartiene all’alta borghesia intellettuale, è un piccolo impiegato statale e non se l’è andato a cercare lui l’abbraccio con i Rom, è stato il comune a portarglieli gentilmente fuori casa.

Ecco perché una persona come il mio amico suscita un moto di solidarietà, mentre il professore del film fa ridere, con le sue contraddizioni che determinano la sua debolezza. Quando gli scassano la casa, gli deturpano il bel giardino, gli fregano la moglie, fa ridere ancora di più.

Si potrebbe pensare che si tratti di un film di destra lepenista, ma non è così: i due sovranisti, populisti di destra, naturalmente omosessuali ben mascherati, nascosti dietro il loro machismo decisionista, non sono trattati meglio degli intellettuali di sinistra impegnati a promuovere la vendita dei propri libri.

Non tocca al regista proporre soluzioni e neanche ci prova, però da lui ci saremmo aspettati qualche passaggio e qualche personaggio meno scontati (la moglie del professore, il figlio, il finto zingaro sono troppo scoperti, troppo prevedibili).

Il capo della tribù, che qualche volta ricorda Sacha Baron Cohen nell’indimenticato “Borat” (purtroppo non ha più raggiunto quel livello e sembra annegato nel gusto della provocazione) e i componenti della sua famiglia sono molto divertenti e da soli reggono l’elemento comico del film. Quando non sono in scena, inevitabilmente l’attenzione cala.

Chi se ne frega del rapporto tra questo noioso trombone e i suoi noiosi studenti? Il regista non deve avere osservato un’università da vicino da parecchio tempo, se crede ci sia ancora il clima sessantottino che descrive.

Non c’è un messaggio, fortunatamente, a meno che si debba prendere per tale la soluzione finale, di cui si può immaginare il seguito: la bella ragazza Rom a fare sculture con la spazzatura e il ragazzo a fare la fine del padre, annegati nell’ipocrisia da cui, in fondo, solo il capo tribù si salva.

Certamente influenzato dal film, che ho visto ieri sera, stanotte ho sognato di trovare, al risveglio, la stanza da bagno occupata dagli zingari, non quelli del film, meno folcloristici e più sporchi. Profonda angoscia e rimproveri a mia madre (nel sogno ero un bambino) per le condizioni in cui gli ospiti avevano lasciato il bagno.

Sono aperto a qualunque interpretazione psicanalitica da bar o da Wikipedia.

Se la situazione vissuta nel sogno si verificasse nella realtà, non solo ad opera di zingari, ma di chiunque, appartenente a qualunque gruppo, non nella mia stanza da bagno – è impossibile perché non sono molto accogliente, ritengo che i problemi debbano essere risolti da chi si è assunto l’onere di governare, non dai singoli cittadini – ma in uno spazio comune, cercherei di convincere queste persone a rispettare le regole igieniche acquisite dalla civiltà e, se non volessero convincersi, non avrei alcuna esitazione a cacciarli a calci in culo (ovviamente metaforici).

Non vorrei essere frainteso: Il mio non è un invito alla violenza, che, peraltro, non sarei in grado di esercitare, i calci in culo di cui parlo sono metaforici, nel senso di non accettare che qualcuno, singolarmente o in gruppo, ritenga di poter fare a meno delle regole necessarie per la convivenza civile.