(16 marzo 2018 h 18.50)
Istituto Stensen Firenze – viale don Giovanni Minzoni, 25/c

Che cosa spinge persone anziane – a giudicare da alcune trasmissioni televisive sembra siano in gran numero – a imbarcarsi fuori tempo massimo in un rapporto con un’altra persona complicato da un legame matrimoniale?
Se non si è trovato in gioventù, nell’età adulta, o si è interrotto un rapporto affettivo stabile, sancito da un contratto, per quale motivo sperimentare un matrimonio nella terza età, quando si ha bisogno di circondarsi di cose semplici?
La risposta è ovvia: il bisogno di calore umano, il desiderio di compagnia, di un rapporto sessuale che superi le barriere, le limitazioni che affliggono la terza età.
Giusto.
Ma perché incasellare questo bisogno nelle complicazioni, nei riti e nei vincoli che stanno determinando la fine del matrimonio e della famiglia tradizionali?
Non mi sembra strano che due vecchi in buona salute si cerchino per rallegrare, per quanto possibile, un periodo della vita che potrebbe non essere tanto allegro; mi sembra strano se vogliono sposarsi, a meno di motivi legati alla pensione, agli assegni familiari, al desiderio di negare ai legittimi eredi la soddisfazione di accedere a beni che non meritano.
Se non ci sono motivi pratici, non capisco per quale forma di masochismo, avendo trovato un accordo affettivo, sessuale, con un’altra persona, questi vecchi vogliano renderlo ufficiale, con obblighi, fedeltà, gelosie, vicinanza continua, ossessiva e tutti quegli impegni che rovinano il matrimonio di molti giovani e di molti adulti (il numero dei divorzi ha superato in Italia il numero dei matrimoni).
Non hanno la possibilità di far nascere, e il dovere di educare e cercare di far crescere serenamente nuovi esseri umani, non hanno l’obbligo di rispettare le convenzioni sociali, possono godersela come viene viene.
Se stanno bene in salute e sono economicamente autonomi, i vecchi possono benissimo vivere da soli, non sono obbligati a fare i baby sitter dei nipoti a tempo pieno, possono coltivare gli hobby che hanno sempre trascurato o scoprirne di nuovi (fermo restando che alcuni svolgono volentieri il compito di baby sitter dei nipoti).
Per incontrare gli altri, tenendoli a legittima distanza, ci sono molte possibilità; per esempio, possibilità diffusa, sembra, il ballo. A patto di non farla diventare un’attività troppo scoperta, insistente e frustrante di ricerca del partner.
Se si entra in un gruppo di ballo, il motivo principale deve essere il piacere di ballare, non la ricerca di una persona con cui intrecciare una relazione. Se capita va bene, se non capita, ci si diverte lo stesso.
Non sto parlando, ovviamente, dei vecchi malati o di quelli ridotti in povertà, per i quali i problemi sono di tutt’altro tipo e richiedono altre soluzioni.

Ricomincio da noi, regia di Richard Loncrain.
Quando devono tradurre un’espressione idiomatica – come in questo caso: finding your feet – i distributori italiani non sanno fare altro che ricorrere a un titolo che ha avuto successo, modificandolo un poco.
Finding your feet vuol dire accettare, rendere familiare una situazione completamente nuova e inaspettata; trovare uno spazio che si era perduto; in un certo senso è come dire che, finalmente, si sono superate le difficoltà dovute alla novità della situazione, si sa dove appoggiare i piedi.
Come si potrebbe rendere in italiano? Dipende dal contesto.

In alcuni casi si potrebbe tradurre con ritrovarsi, o: ritrovare se stesso.
Questo titolo mi piacerebbe: Ritrovarsi, anche per dare una lezione di sintesi a una lingua che si vanta di essere più sintetica di tutte le altre (lo è).

Il tema della vecchiaia è affrontato con leggerezza e senso dell’umorismo, come si conviene a una commedia britannica, anche se non si nascondono i seri problemi legati all’avanzare dell’età: l’Alzheimer, che fa migrare su un altro pianeta le persone che amiamo, gli acciacchi, le malattie gravi e la morte.
«La vecchiaia non è roba da femminucce»; una battuta di un bel film di qualche anno fa sullo stesso tema: Quartet di Dustin Hoffman alla sua prima regia. È una citazione di Bette Davis, che dell’argomento certamente s’intendeva, avendo vissuto una vita intensa e una lunga vecchiaia, travagliata da molti problemi, soprattutto di salute (morì a 81 anni).

La vecchiaia non è cosa da femminucce: può capitare che un vecchio di colore rimanga con l’occhio fisso, stecchito, con in mano la bustina delle pillole azzurre, mentre una delle due anziane protagoniste si esibisce in uno spogliarello, oppure che la stessa allegra, vitale, simpatica vecchia della scena precedente apprenda che le resta poco da vivere proprio quando si aspetta una vacanza romana con il suo gruppo di ballerini.

Ma a una gita a Roma in compagnia di amici non si rinuncia per una sciocchezza come la malattia e la morte, perché la vecchiaia non è cosa da femminucce, richiede forza interiore, altrimenti, come accade all’altra protagonista del film, il marito recuperato e la figlia sono pronti a opporre il solito ricatto affettivo al bisogno, ritrovato grazie all’esempio della sorella, di vivere in modo autentico.
Lei rischia di soccombere (come si fa a rifiutarsi alla nipotina abituata ad avere gli adulti, quindi anche la nonna, a sua disposizione?), ritorna nella prigione della famiglia, ma alla fine, ahimè in modo assolutamente prevedibile, con un salto nell’acqua fredda di un canale che porta al vecchio Tamigi, riesce a liberarsi.

Il Tamigi. Basta il nome per richiamare un mondo, un atteggiamento nei confronti della vita, che si è amato, riassunto in Three men in a boat (to say nothing of the dog) di Jerome Klapka Jerome. Si è amato e si continua ad amare. Un po’ come Agosto moglie mia non ti conosco di Achille Campanile richiama un altro mondo, un altro atteggiamento che si è amato e si continua ad amare.
Potrei citare altri mondi, altri atteggiamenti, altri modi di porsi di fronte alla vita, richiamati da una sola parola, dal titolo di un libro, dal nome di uno scrittore.

La conclusione è romantica, poco realistica e scontata, ma giusta per un film che non si prende troppo sul serio.
Se il regista avesse inserito delle parti cantate, sarebbe stato un buon musical: il ballo c’è e c’è anche la città eterna come la sognano i sudditi di sua maestà britannica, pulita, con i suoi splendidi panorami e con l’inevitabile monetina da lanciare nella fontana di Trevi, alla quale lavorò anche uno scultore svizzero, proveniente da Berna e piccolo di statura, per questo detto Bernini (Totòtruffa ’62: la vendita della fontana).