Cinema Odeon – piazza degli Strozzi – Firenze (20 marzo 2018 h 18.30)

Una ragazza irrequieta, sta per compiere diciotto anni, sta per concludere la scuola superiore e deve decidere a quale università iscriversi.

Non vuole restare a Sacramento (California), dove è cresciuta e ha frequentato una scuola cattolica: suore, preti, preghiere, lezioni contro l’aborto.

Ma anche: attività teatrali, una direttrice suora burbera ma non vendicativa e dotata di autoironia, un’amica del cuore grassa e complessata con cui fare scorpacciate di grassi saturi e carboidrati, una famiglia, comprendente anche un fratello adottato, che le vuole bene.

Ha deciso di cambiare vita, a cominciare dal nome: i genitori l’hanno chiamata Christine, lei si chiamerà “Lady Bird” (coccinella).

In una delle prime scene, non riuscendo ad averla vinta in una discussione accesa con la madre, si catapulta fuori della macchina.

Magia del cinema: fa impressione, anche se sappiamo che in realtà la macchina non si muove e l’attrice si lancia su un materassino; se si lancia; in realtà la vediamo solo aprire la portiera, poi viene inquadrata la madre terrorizzata che occupa tutto il campo visivo. Il lancio avviene nella nostra testa.

Per fortuna si è procurata solo un’ingessatura al braccio; poi scopriamo che si vergogna della casa dove abita, perché si trova dalla parte sbagliata rispetto alla ferrovia, cioè non nella zona dove abita la gente ricca di Sacramento.

Si vergogna anche del padre (è una stronzetta), che non ha niente di cui vergognarsi: è un lavoratore rimasto disoccupato per le solite crisi aziendali, il solito trattamento a cui sono sottoposti i lavoratori al giorno d’oggi (sembra di essere tornati indietro di duecento anni e duecentomila lotte per i diritti).

Un santo: quando l’accompagna a scuola in macchina – già questo richiede una certa dose di coraggio, dato il precedente – deve farla scendere un po’ prima perché lei si vergogna.

Nei panni del padre, a me sarebbe venuto il dubbio di buttarla io dalla macchina.

Vuole andare in un’università prestigiosa ma non studia, distrugge il registro del professore di matematica, non si confronta mai con la realtà, pensa solo a se stessa e non bada minimamente ai problemi e ai bisogni della famiglia.

Tutti gli adolescenti sono concentrati principalmente su se stessi, è normale, ma i ragazzi di Sacramento sono esagerati su questo punto: a volte sembrano zombi o alieni piovuti da un’altra galassia per annunciare la fine del pianeta Terra.

Il personaggio forte è la madre, che fa i doppi turni per portare avanti la baracca e non rinuncia mai al suo compito di cercare di far ragionare la ragazza, di ricondurla alla realtà.

Fino a quando, dopo che si è diplomata (anche negli Stati Uniti, come in Italia, dev’essersi affermato il principio opposto alla meritocrazia: diploma per tutti, anche per chi non studia), data la disponibilità di quel sant’uomo del padre a contrarre un debito per mantenerla agli studi, la ragazza riesce ad entrare in un’università di New York, approfittando del calo degli iscritti che si è verificato dopo l’undici settembre 2001, dovuto alla paura dei talebani.

Unico indizio di un interesse culturale da parte di “lady bird”, oltre all’attività teatrale, è l’ascolto commosso della conclusione di “Furore” (Steimbeck) in macchina insieme alla madre. Le audiocassette, inquadrate apposta in primo piano, ci segnalano, se ci eravamo distratti, che la vicenda è collocata indietro nel tempo di una ventina d’anni (un po’ dopo l’attacco alle “torri gemelle”).

Eppure, riflettendoci, quante cose sono accadute in questi vent’anni: c’erano le audiocassette e non c’è un accenno di internet.

Dei ragazzi solo uno – un tipo cupo, che non sorride mai – sembra interessato a tenere in mano un libro, ma, siccome fa parte di un complesso musicale e io tendo a distrarmi quando mi annoio, potrebbe essere un quadernino su cui annota le sue canzoni.

La madre non apprezza la scelta, agevolata dal padre, di spostarsi da sola a New York per frequentare l’università, perché evidentemente non si fida di lei, e non ha tutti i torti. Infatti, appena uscita da quel minimo controllo ambientale che Sacramento assicurava, giunta a New York, per prima cosa si ubriaca di brutto, tanto da dover essere ricoverata in ospedale per disintossicarsi.

Uscita dall’ospedale, trovandosi sola nella grande città, sente il bisogno di entrare in una chiesa, che le ricorda l’ambiente in cui è cresciuta, e di telefonare a casa per dire che, tutto sommato, Sacramento non era così male e lasciare un messaggio di affetto per la madre.

Da questa conclusione capiamo che, forse, ha imparato la lezione.

Crisi della famiglia in tempi difficili, quando i ragazzi devono rischiare di rompersi l’osso del collo, e in molti casi se lo rompono, per riuscire ad imparare, anche quelli che potrebbero avere l’aiuto dei genitori, che fieramente rifiutano.

Mi ha fatto venire in mente, per analogia, un film molto diverso, che non ha niente a che fare con “Lady Bird”, visto la settimana scorsa al cinema Odeon di Pisa: “Puoi baciare lo sposo”, regia di Alessandro Genovesi.

L’analogia si riferisce alla crisi della famiglia che, in questo film, non abita a Sacramento ma a Civita di Bagnoregio, tutta un’altra cosa, un paesino delizioso, appeso in equilibrio precario su una roccia, in provincia di Viterbo.

Qui la gente, anche se in crisi, non è deprimente come a Sacramento, non vive perennemente incollata dentro una macchina, e un tramviere, interpretato dal bravo Dino Abbrescia, può essere divertente anche quando descrive le sue ambiguità di genere e minaccia continuamente il suicidio.

Un ragazzo, emigrato a Berlino per fare l’attore e per vivere liberamente la propria omosessualità, torna al paesello natio per condurre a nozze il proprio compagno.

Si tratta di unioni civili, ma la differenza riguarda soltanto la burocrazia; il ragazzo vuole la cerimonia e la benedizione dei genitori.

Ad opporsi è il padre, sindaco della cittadina, impersonato da Diego Abatantuono.

Anche in questo film c’è un personaggio forte, la madre, che risolve la crisi costringendo il marito ad accettare la situazione e a celebrare lo “sposalizio” del figlio, in virtù del fatto che è lei la proprietaria della casa dove vivono, può cacciare il sindaco e costringerlo a dormire in comune.

Due crisi familiari, rappresentate in due film molto diversi, affrontate con piglio deciso da una figura antica: la madre, “la regina della casa”, si diceva una volta, sicura nell’affermare i propri valori (l’educazione della figlia, in un caso, l’accettazione delle scelte del figlio, nell’altro), che non recede di un passo, pur soffrendo terribilmente, soprattutto la prima, dal proprio compito.

In conclusione bisogna anche aggiungere che “Lady Bird” è un film abbastanza pesante e noioso, “Puoi baciare lo sposo” (che ha una conclusione in leggerezza, come se dicesse: non prendeteci troppo sul serio) è, invece, molto divertente.