Cinema Spazio Uno – via del Sole, 10 – Firenze (24 marzo 2018 h 16.40)

Bianco e nero fortemente contrastato, luci forti che illuminano i primi piani e rendono ancora più brutti i volti tesi dei sette partecipanti alla festa, al party; volti scavati da una tensione continua, da bisogni in contrasto con le chiacchiere, in contrasto con l’apparenza di persone realizzate, ragionevoli, fedeli ai propri convincimenti. Contrasti che si sommano, finzioni.

Fingono una passione politica di vecchia data, diventata, quasi senza accorgersene, meschino arrivismo; nascondono insicurezza e odio reciproco.

L’aggressività esplode con  schiaffi improvvisi, frustate sibilanti che ci fanno sobbalzare sulla poltrona, con un pugno in pieno volto, dal basso verso l’alto; ci fa precipitare a terra insieme al vecchio Bill.

Per Bill, ritrovarsi steso, privo di sensi, è un sollievo.

La paura della morte imminente l’ha messo per la prima volta davanti al castello di falsità su cui è costruita la sua vita, la vita della moglie e degli amici.

Tutto falso, come nella canzone di Georges Brassens: falsa vergine, falso pudore, falsa febbre; simulatori quegli angeli artificiali venuti da un falso settimo cielo (*).

Dalla prima scena Bill guarda gli amici e la moglie con aria sperduta, addolorata.

Prova a smontare il castello di falsità, rivelando la cosa vera che gli sta capitando («perché proprio a me?»), ma subito gli altri, soprattutto la moglie, s’impegnano a ricostruire il castello di carte con la solidarietà (falsa), la disponibilità alla “rinuncia” (finta, naturalmente).

Non gli resta che dare un calcio a tutto il castello e prendersi, senza il minimo accenno di autodifesa, gli schiaffi dalla moglie e il pugno in pieno volto dal marito dell’amante.

La violenza, interna ai personaggi, a volte esplode, perché non ce la fa più ad essere contenuta; può portare fino all’omicidio.

La pistola va avanti e indietro dal secchio della spazzatura; diventa il centro del racconto; alla fine, dopo l’ultimo fotogramma, forse spara.

Buona parte del film si svolge in una stanza da bagno tristissima, utilizzata soprattutto per vomitare, anche per sniffare cocaina o per piangersi addosso seduti sul water; manca il bidet, risorsa dell’igiene intima purtroppo poco diffusa in Gran Bretagna.

Sette personaggi partecipano al party. L’ottavo è una donna, in ritardo; non la vedremo per tutto il film, neanche quando arriverà, alla fine, e troverà la pistola puntata contro.

È il personaggio che fa muovere l’intera vicenda, avendo tradito contemporaneamente marito e amanti.

Il giovane marito lavora nel mondo della finanza: praticamente fa il ladro in giacca e cravatta, senza i guanti e la maschera della banda Bassotti, ma con minore onestà e rispetto degli altri, utilizzando i cosiddetti prodotti finanziari (corrispondono all’attrezzatura degli scassinatori).

Bill è il vecchio amante; positivista, ateo finché non gli tocca di morire.

La moglie di Bill, anche lei amante del personaggio assente, è una donna in carriera; ha raggiunto un incarico prestigioso nel Labour Party (notare l’assonanza con il titolo del film), l’incarico di ministro della sanità del governo ombra, prestigioso ma privo di potere, se non come trampolino di lancio in caso di futuri successi elettorali.

Molti luoghi comuni della sinistra europea sono presi di mira in questo film, per esempio l’omosessualità obbligatoria: la giovane incinta di tre bambini, forse, ahimè, maschi, introdotti nel suo utero con la fecondazione artificiale e robuste dosi di ormoni, gelosa e scandalizzata del passato eterosessuale della sua matura, diciamo anche anziana, compagna, pretende di ridefinire il concetto di mostruosità sulla base delle sue personali tendenze sessuali («hai avuto un rapporto eterosessuale in gioventù? Un uomo è entrato dentro di te. Mostruoso!»).

L’unico che conserva un po’ di lucidità quando serve e riesce anche a prendersi in giro con le sue strampalate teorie new age (chissà se veramente ci crede) e le sue camicie a fiori, è il personaggio interpretato da Bruno Ganz, il tedesco (in realtà l’attore è svizzero di madre italiana), disprezzato dalla moglie, sapientona cinica e distruttiva, ferma nei suoi immutabili principi, falsa fin dal suo primo apparire sulla scena.

L’elemento comico del film è l’impegno più volte dichiarato dall’arrivista neo ministra (ministra, sindaca, perché non “guardio del corpo” quando è un maschio?), a lavorare per migliorare il servizio sanitario “a favore delle classi subalterne”.

Ci crede veramente? Forse non lo sa neanche lei.

Un bel film, al cinema Spazio Uno, la storica sala in un’antica via del centro di Firenze, via del Sole, a due passi da Santa Maria Novella, comodissima per chi, come me, arriva in treno; dedicata da sempre al cinema d’essai; film che le altre sale non prendono in considerazione, a volte importanti, a volte deludenti, comunque da vedere, da non lasciarsi sfuggire.

Sembra, speriamo, che i gestori abbiano le idee chiare sul valore culturale di questo cinema, rappresentato simbolicamente dalla bellissima, antica macchina da proiezione che si vede entrando e facendo la fila alla biglietteria.

Uno dei rari casi in cui è un piacere fare la fila, sia perché si possono guardare le locandine, sia perché significa che non siamo soli a capire la differenza che passa tra cultura e commercio.

(*) Georges Brassens – Histoire de faussaire

 « … … … … …

 Fausse vierge, fausse pudeur,

 Fausse fièvre, simulateurs

 Ces anges artificiels

 Venus d’un faux septième ciel.

 … … … … … »

«Falsa vergine, falso pudore,

Febbre falsa, simulatori

Quegli angeli artificiali

Venuti da un falso settimo cielo»

Spiegazione degli ultimi due versi: “les soupirs des anges” sono i sospiri che le dame emettono al momento dell’estasi. Anche quelli, dice Georges Brassens, sono, a volte, artificiali, falsi.