(29 marzo 2018 h 17.30)
Cinema Adriano Firenze – via Angelo Tavanti, 4

«Non possiamo congelarla di nuovo. L’abbiamo scongelata due volte!»
«Sì, ma mica la dobbiamo mangiare!»

Si parla della nonna defunta che la nipote ha messo nel freezer in mezzo ai filetti di platessa, per continuare a prendere la pensione.
Una commedia nera italiana. Una rarità, perché questo è un genere poco frequentato dagli autori italiani. I due registi, infatti, provengono dal web e sono al loro primo lungometraggio.
Il classico riferimento è Arsenico e vecchi merletti (1944, Frank Capra). Un capolavoro, divertente anche a rivederlo per l’ennesima volta, perché le opere d’arte, come il vino buono, migliorano col tempo e non stancano mai.

In Metti la nonna nel freezer c’è l’aria stralunata di Fabio De Luigi, che sarebbe perfetto nella parte che fu di Cary Grant, se si facesse un remake italiano del film di Frank Capra.
La pièce teatrale Arsenic and old lace (1939), di Joseph Kesselring, fu rappresentata in televisione nel 1955, con la regia di Silverio Blasi, Paolo Carlini nella parte di Mortimer. Si trova su YouTube per la cortesia di spadarsoft (chiunque sia, lo ringrazio).
Altre rappresentazioni televisive (i cosiddetti sceneggiati) seguirono.
Naturalmente il successo maggiore l’ebbe il film di Frank Capra, che rispettò la struttura teatrale dell’opera, con la prevalenza dei dialoghi sui movimenti e pochissimi cambi di scena. Praticamente tutto il film si svolge nel soggiorno delle anziane sorelle Brewster: un tavolo centrale, la scala che va al piano superiore, su cui si precipita zio Teddy suonando la carica, la credenza contenente bottiglie del “delizioso” liquore di sambuco, una cassapanca destinata a contenere lenzuola, cuscini o “altro”, la porta d’accesso alla scala che conduce in cantina.

Rispetto alla commedia nera americana – in cui la parte horror è lasciata alla fantasia dello spettatore e il veleno è accostato ai dolci e teneri oggetti, cari alle vecchie signore (Arsenic and old lace; lace = pizzo, merletto, trina) – nella commedia nera italiana l’horror viene rappresentato e servito, a cominciare dal titolo: Metti la nonna nel freezer.
Così vediamo il cadavere della nonna caricato nel freezer dalle ragazze; poi lo tirano fuori a fatica, poi si scongela goccia a goccia (pare di sentire la puzza); ma queste scene non danno fastidio più di tanto in quanto sono necessarie per contestualizzare le situazioni surreali, per renderle concrete.
Non tutti i registi sono capaci, come Frank Capra, di convincere gli spettatori a rendere reale l’orrore nella propria immaginazione, mettendolo da parte per spingere sulla molla del divertimento.

Dispiace solo vedere il mito sessuale degli adolescenti anni ’70, Barbara Bouchet, trasformato in quel modo. Ci ricorda quanto siamo vecchi; questo è un colpo gobbo dei due giovani registi che molti miei coetanei non perdoneranno.

Nella prima parte si susseguono situazioni divertenti: i vari mascheramenti dei finanzieri vessati dal maresciallo Recchia, i colloqui tra il maresciallo e i due colleghi, convinti che il suo iperattivismo sia dovuto alla mancanza di attività sessuale, il primo incontro e i primi incidenti con la restauratrice di arte antica.
Poi c’è un momento di stanca, quando la sceneggiatura deve far quadrare i conti, e allora via con il vecchio innamorato della nonna che prima sembra risoluto e lucido poi diventa rimbambito, e l’equivoco banale sul nome del ricercato (si chiama La Vecchia e le ragazze nascondono la vecchia), e il fiuto investigativo del maresciallo Recchia, che aveva capito tutto fin dall’inizio, anche quando la comicità si basava sul fatto che non aveva capito niente.

La conclusione strizza l’occhio alla morale corrente: quando fuori è tempesta ogni pertuso è puorto; scritto in modo corrispondente alla pronuncia napoletana: ognə pərtus’è puortə (ogni buco può servire per approdare, per sfuggire al maltempo) – e l’inflessibile maresciallo della finanza, per amore, diventa flessibile come un giunco.