(4 aprile 2018 h 18.40)
Cineplex Pontedera (PI) – via Tosco Romagnola, 235B

«Quant’è bellə stu cielə, quant’è bellə stu marə.
Tutt’attuornə mə parə ch’è turnat’a giuventù.
E chest’ari‘e ciardinə comm’è fresch’e gentilə.
A guardà chistu solə tə sientə int’é’vvénə o piacər’e campà …»

Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica del napoletano, come in mammətə = tua madre; notare che nella lingua napoletana la i di ciélə si pronuncia, la e che la segue è chiusa: /e/; in italiano, invece, la i di cielo non si pronuncia in quanto serve solo ad indicare che la e successiva è aperta: /ɛ/

In napoletano /tƒielə/; in italiano /tƒɛlo/

«Com’è bello questo cielo, com’è bello questo mare.
Tutt’intorno mi pare: è tornata la gioventù.
E quest’aria di giardino, com’è fresca e gentile.
Guardando il sole senti scorrere nelle vene il piacere di vivere …»

Sono versi di una canzone di Peppino De Filippo (Paese mio, 1966); rappresentano bene il sentimento di fondo del modo di essere che viene chiamato napoletanità: la grande gioia di vivere.
Lo spirito napoletano è questo: una voglia enorme, senza limiti, di godere della vita – nonostante i problemi, i guai, le avversità, nonostante la cattiveria, degli altri e anche – ma sì! – quella che abbiamo dentro e cerchiamo di tenere sotto controllo, non sempre riuscendovi. Perché è facile essere buoni, se si è angeli o santi. Difficile è far venire fuori sempre la parte migliore di se stessi; chi ha consapevolezza di ciò può sembrare tollerante, può sembrare fatalista o indifferente di fronte ai mali della vita: («chi ha avuto, ha avuto, ha avuto … chi ha dato, ha dato, ha dato …»).
Napoletanità è anche la capacità, che è un’arte, di godere del presente, lasciando stare il ricordo delle cose terribili accadute in passato («scurdamməcə o passatə, simmə e Napulə paisà»), e la paura delle cose terribili che potrebbero accadere in futuro.
Il napoletano sa che non c’è limite al peggio e l’esperienza gli ha insegnato che la storia non è maestra di vita: si rifanno continuamente gli stessi errori.
Dunque: guardiamo al presente e godiamoci questa bella giornata di sole.

«… … …
Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem quam minimum credula postero».
(Orazio; Odi 1.11)
«Mentre parliamo, fuggirà il tempo invidioso: carpe diem, cogli l’attimo (come si coglie un fiore), con la minore fiducia possibile nel domani».

I De Filippo hanno rappresentato, con la loro arte, la napoletanità, in tutti i suoi aspetti; ora che se n’è andato anche Luigi, figlio di Peppino, il 31 marzo 2018 (Luca, figlio di Eduardo, è morto il 27 novembre 2015), ci rendiamo conto ancora una volta di avere smarrito, forse, la spensierata gioia di vivere, così diffusa fra gli abitanti della Campania felix (semplificando), da produrre artisti capaci di farci ridere anche raccontando i bombardamenti. Qui il riferimento specifico, uno dei tanti possibili, è a Napoli milionaria di Eduardo De Filippo.

Riuscivano a far ridere quelli che avevano i bombardamenti stampati nella memoria, riescono a far ridere noi che i bombardamenti, per fortuna, li abbiamo visti solo al cinema e in televisione, ma abbiamo visto altri disastri che farebbero passare la voglia di vivere, se si pensa quanti guai abbia combinato la stupidità umana (uno per tutti: le brigate rosse).

Eduardo De Filippo era stato influenzato in gioventù dall’apprezzamento di Luigi Pirandello; a volte, come autore, usciva dai confini, larghi, ma limitati, della tradizione teatrale napoletana, con risultati discutibili (mi riferisco ad alcune commedie a tesi).
Quando rientrava nella sua zona d’elezione era imbattibile, un vero campione, basti pensare alla riproposizione delle commedie di Eduardo Scarpetta, a Napoli milionaria, a Questi fantasmi e a tante altre opere del Teatro di Eduardo.
Peppino era più semplice, gli bastava essere un grande attore e autore della tradizione napoletana.
Faceva di tutto: la spalla – e che spalla! – di Totò, la televisione, ma anche, in teatro, Molière, Il guardiano di Harold Pinter, le vecchie farse, molto vicine alla commedia dell’arte.
Di Titina si sa di meno, perché, purtroppo, morì presto, ma ogni volta che si vede un vecchio filmato in cui interpreta Filumena Marturano, si capisce la magia che, come molti hanno raccontato, questa attrice era capace di evocare sul palcoscenico.
I due figli, Luca di Eduardo e Luigi di Peppino, avevano avuto il merito di conservare la tradizione paterna, che per loro era come l’aria che respiravano.

Che cosa è rimasto?

A Napoli ci sono più attori che hanno recitato con Eduardo che attori.
Molti dichiarano di avere lavorato con il maestro, anche se in realtà dicevano una o due battute (tipo: «Va buó, o ccafè ce lo andiamo a prendere al bar»).
In ogni lavoro ci sono gli esordi e non tutti i musicisti hanno cominciato come Mozart; si potrebbe dire: ho fatto qualcosa agli inizi con la compagnia di Eduardo, ma il lavoro vero è cominciato in televisione. Invece preferiscono dire: vengo dal teatro di Eduardo.

Vincenzo Salemme la sua gavetta sotto la guida di Eduardo l’ha fatta veramente, ha interpretato ruoli importanti e ha proseguito in teatro con Luca de Filippo e poi con una compagnia propria.
È anche autore di teatro, non sempre felicissimo, ma la sua … e fuori nevica è un bell’esempio di teatro napoletano contemporaneo.
Poi ha fatto cinema, come regista e/o attore, con risultati alterni; si vede ogni tanto in televisione, ma non ha mai lasciato il teatro, nel quale esprime pienamente le sue capacità, la recitazione naturale (la scuola di Eduardo), l’improvvisazione, una qualità tutta sua, perché Eduardo improvvisava poco ed esigeva che gli attori interpretassero la parte con esattezza.

In questo film ripropone la commedia classica (è tratto da un suo lavoro teatrale), non tanto commedia degli equivoci quanto dei contrasti (l’essere e l’apparire, la realtà e i desideri), in cui tutto è basato sulla capacità di far girare i personaggi come un orologio, sulla precisione dei tempi comici, sull’impressione, che gli attori riescono a trasmettere, di stare improvvisando in quel momento le battute, anche se siamo in un film, e quindi è impossibile; ma l’idea è quella.
Questo risultato si ottiene per la bravura degli attori e di chi li dirige. Il film è godibilissimo: un divertimento esagerato, come dicono a Napoli.

Il commento potrebbe finire qui: commedia napoletana, battute in continuazione, bravi attori, personaggi ben disegnati, ma poi si arriva alla conclusione, con l’invenzione assurda dell’ingegnere, “no, prego, geometra”, che, con la complicità della cameriera grassa, addormenta con forti dosi di sonnifero nel caffè la moglie, la figlia e gli altri e se ne va a vivere felice su una barca in mezzo al mare.
Fino a questo punto, con tutta l’esagerazione delle situazioni, normale in questo tipo di commedia, si manteneva una coerenza di fondo nei caratteri dei personaggi.
Nell’ultima parte i caratteri si sconvolgono, diventano irriconoscibili: la pazza del piano di sotto non è più pazza (si stenta a credere che sia la stessa persona); il “secondino”, diventato portiere “uanime” (chi ha visto il film capisce il gioco di parole) è seduto sulla poltrona insieme ai coinquilini e mangia il babà (di solito stanno in portineria); il vecchio avverte l’esigenza di confessare l’imbroglio a quella specie di prete e fa ascoltare la confessione alla cameriera grassa, la quale diventa complice dell’ingegnere, “prego, geometra”, per uno scherzo molto pericoloso.
L’ingegnere rivela un carattere completamente diverso, non più da vittima predestinata ma risoluto e determinato, dopo essere uscito dal coma – o il coma era finto? Non si è capito. Se era finto, i medici non capiscono niente.
È strano che solo dopo essere uscito dal coma (forse finto, ma non sappiamo) capisca che l’unica soluzione è abbandonare moglie e figlia e andarsene a vivere su una barca.

Non conosco il lavoro teatrale da cui il film è tratto, ma nel cinema le conclusioni forzate non funzionano e lasciano l’amaro in bocca alla fine di un film, come dicevo, per buona parte assai divertente.