(11 aprile 2018 h 18.30)
Cinema Spazio Uno Firenze – via del Sole, 10

Non ho visto questo film quando è uscito in prima visione, perché la sua programmazione, nelle sale cinematografiche che frequento più spesso, non andava d’accordo con i miei tempi e il trailer non mi aveva incuriosito.
Se c’è un argomento che proprio non m’interessa, oltre alla scienza economica, è l’alta moda britannica.
In effetti non m’interessa neanche la moda italiana, la moda in generale, pur conoscendo la sua importanza in campo economico, ma ho già detto che, insieme alla moda, l’economia non suscita la mia curiosità, è un argomento che mi annoia. So che è importante, ma … se ne occupi chi si appassiona a quei calcoli, a quei ragionamenti, senza pretendere di imporci qualunque scelta e qualunque gusto: ha valore economico, produce occupazione, ti deve piacere. A me piacciono tante cose inutili, che non producono ricchezza, lavoro, benessere per l’umanità (almeno nel senso dell’economia).

Non mi piace la moda e non mi piacciono i suoi riti, le sue liturgie.

Non capisco che cosa ci sia di interessante nelle sfilate di ragazze magrissime, un po’ mascoline, poco attraenti, piuttosto respingenti, che camminano imbronciate su tacchi altissimi, con indosso abiti strani, a volte assurdi.
A proposito dei tacchi! Mi sono sempre chiesto per quale motivo molte donne costringano i piedi in quella posizione innaturale. Poi fanno le femministe! Poi si pentono da vecchie, quando i piedi, maltrattati per anni, presentano il conto.
Non poter fare le scale senza rischiare di cadere, non poter fare un salto, una corsa quando se ne ha voglia.
Obiezione: che ne sai tu, vecchio orso? Le donne usano quei trampoli per le feste, per le serate, quando si divertono.
Quando si divertono?!
È sicuro che sia un divertimento camminare in quel modo?
O lo fanno per piacere agli uomini?
Ci sono uomini che trovano attraenti piedi costretti in quella posizione?!
Perché non si mettono loro su quei trampoli?
È un fatto che molte sedicenti femministe obbediscono come schiave ai dittatori dell’industria della moda.
Per lo stesso motivo, molte modelle diventano anoressiche. Se non hanno un aspetto malato non le prendono.

Naturalmente è una visione soggettiva, è come ‘o presepio in Natale in casa Cupiello (Tommasino: «è sacro, ma nun mə piacə»).

Spesso sono ridicoli anche gli abiti da clown indossati dagli uomini in passerella (ma i clown veri fanno ridere, questi deprimono) o da quei poveri bimbi (che pena!), vestiti, sembra incredibile, con abiti firmati; scimmiottano le modelle anoressiche o gli uomini finti clown.

Che cosa si deve avere nella testa per pensare di mettere addosso a dei bambini abiti firmati? Qualcosa che, quando si trova per strada, bisogna stare attenti a non calpestarla.

Dietro al carrozzone della moda ci sono aziende, c’è fatturato, c’è Pil, c’è lavoro.

Ma siamo sicuri che valga la pena far vivere a dei bambini una situazione così lontana dalla spontaneità dell’infanzia? Dalla semplicità dell’infanzia? Dalla complessità dell’infanzia? Complessità non attinente agli abiti indossati: queste scemenze sono importanti per gli adulti infessiti dalla pubblicità (oggi), dalla voglia di mostrare la propria appartenenza a una classe sociale privilegiata (ieri).
Scherza con i fanti, scherza pure con i santi (non si offendono), ma lascia stare gli infanti e risolvi i problemi dell’occupazione e della ricchezza con strumenti che non coinvolgano i bambini.

Ho raggiunto il cinema Spazio Uno passando da piazza Santa Maria Novella, ancora più bella sotto la pioggia primaverile, sottile, che quasi non bagnava; ho guardato le locandine di film antichi, il vecchio proiettore di fronte alla cassa, ho pagato il biglietto e sono entrato in sala.
Mi ero fermato più del solito a prendere il caffè, a tirare qualche boccata dal mezzo sigaro toscano (una liturgia), seduto a un tavolo all’aperto di un bar, riparato da una pensilina, guardando i turisti indaffarati a proteggersi dalla pioggia ma intenzionati a non perdere neanche un’immagine di questa città, da portare a casa come ricordo.

Quando sono entrato il film era iniziato da pochi minuti.

A me accade rarissimamente di perdere l’incipit, perché lo considero fondamentale e, in passato, mi è capitato di uscire dalla sala appena dopo l’inizio del film: avevo capito dall’incipit che that was just not my cup of tea (non era proprio la mia tazza di tè, non era il mio genere, non faceva per me).
Forse l’avrei fatto anche questa volta, sarei uscito poco dopo e sarei andato a dare un’occhiata al “mio bel San Giovanni”, al Campanile di Giotto, alla Cupola di Brunelleschi; la presenza dei turisti non mi dà fastidio, anzi mi diverte stare in mezzo alla gente, vedere scorrere tanti volti come in un film. Mi piacerebbe riuscire a confondermi con i giapponesi senza essere notato (e capendo quello che dicono).
Ma avevo perso l’incipit, per cui non possedevo un metro per capire se valesse la pena fare un gesto di disappunto così radicale: nei primi minuti hai la visione dell’intero film, quando guardi una scena vedi solo quella scena, non sai se poi le cose miglioreranno.

Sono rimasto e le cose non sono migliorate.

Ho subìto il volto ieratico (tradotto in italiano: faccia da stronza) della sorella del sarto, l’atteggiamento ieratico (stessa traduzione) del sarto, chiedendomi quando la bella ragazza che, evidentemente, si era fatta scegliere per le ricchezze del sarto, l’avrebbe allegramente mandato a fare in culo (gli inglesi dicono fuck off), con i suoi abiti, i suoi merletti, le sue sapienti cuciture, i suoi clienti reali (nel senso della noiosa monarchia britannica) e, soprattutto, la sua ieratica sorella.
Poi ho visto che la ragazza ha trovato un altro modo per mandarlo a quel paese e c’è quasi riuscita, utilizzando la sua competenza in fatto di funghi (sembra che basti un manuale con dei disegnini, ma non è così).
La cosa le è piaciuta al punto che, nella parte finale, ci prova una seconda volta, per cui si può immaginare la vera conclusione, non quella cerebrale costruita dal regista: il sarto, con l’aiuto del tè e delle frittatine sapientemente preparate dall’amata, con l’aggiunta di un tritato misto di funghi per dare sapore, va a raggiungere la madre all’altro mondo e così si libera della nevrosi (è un mezzo più efficace della psicanalisi); la ragazza sposa il giovane medico; la sorella del sarto, resasi conto della necessità di modificare il proprio volto, ieratico nel senso detto prima e decisamente respingente, si sottopone a una serie di plastiche facciali (negli anni cinquanta, nel cosiddetto bel mondo, si cominciava ad abusarne), diventando una specie di sfinge (ma meno espressiva delle sfingi egiziane di pietra), come una famosa sorella dei nostri tempi (sempre nel campo della moda).

Se davvero il film è ispirato a un sarto vissuto nella Londra degli anni cinquanta, bisogna dire che in quell’ambiente si coltivava una scala dei valori molto particolare, dal momento che quest’uomo, insieme alla sua compagna, poteva permettersi di umiliare una povera alcolizzata (ricca di soldi e di sfruttatori), spogliandola del suo abito e affermando, in sostanza, che uno stupido mucchio di tessuti, di fili e di cuciture ha più dignità e merita più rispetto di un essere umano.

Il film ha avuto numerose candidature e forse vinto qualche premio Oscar; fosse dipeso da me, l’avrei proposto come film più palloso degli ultimi dieci anni (riflettendoci non me ne ricordo un altro ugualmente meritevole).

Certamente, fino a questo momento, è il più palloso tra quelli che ho visto nel 2018.