(14 aprile 2018 h 18.00)
Lanteri Cinema Caffè Pisa – via San Michele degli Scalzi, 46

Questo film merita un applauso.
Sui titoli di coda stavo per dare l’avvio, ma sono stato bloccato dalla paura di rimanere da solo a scuccà e manə tristemente, nella sala che si andava svuotando.
Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica del napoletano, come in mammətə = tua madre (vedi nota in fondo al commento al film Achille Tarallo, regia di Antonio Capuano).

a manə, singolare /a manə/ – la mano
e manə, plurale /emmanə/ – le mani
Nell’espressione napoletana scuccà e manə la e chiusa dell’articolo fa tutt’uno con il sostantivo, che al plurale raddoppia la m iniziale /emmanə/. Interessante questo fenomeno grammaticale.
Dunque la distinzione tra singolare e plurale non è affidata a una desinenza, come in italiano, bensì alla consonante iniziale.
Se un aggettivo numerale precede il sostantivo, non c’è la necessità del raddoppio della consonante iniziale:
na manə, doi manə (una mano, due mani).
Il verbo scoccare (scuccà) credo si usi solo in napoletano con riferimento all’applauso.
In italiano si usa l’espressione sbattere le mani, che descrive l’azione dell’applaudire.
Anche in napoletano si può dire sbatter’e manə, ma, secondo me, la forma più autentica è scuccà e manə, che paragona l’applauso a una freccia scoccata dall’arco, lanciata verso l’esecutore, o verso l’autore, insieme agli altri spettatori (un applauso solitario è malinconico).
Credo evidente la parentela tra scuccà e scoccare.
Una freccia lanciata insieme agli altri è un segno di giubilo (le truppe schierate sparano a salve per accogliere l’ospite eccellente gradito; se spara uno solo, probabilmente non è a salve e si tratta di un attentato).
L’applauso lanciato da solo può avere un significato polemico nei confronti di chi ha dato spettacolo («non ci hai fatto emozionare, non ci siamo divertiti») o nei confronti degli altri spettatori («non vi associate all’applauso perché non avete capito, non siete in grado di apprezzare»).
L’applauso isolato può essere la triste esibizione solitaria dei propri sentimenti, una freccia sprecata.
Ecco perché mi sono fermato mentre, sui titoli di coda, la gente si alzava preparandosi a uscire, una cosa odiosa, perché m’impedisce – solo pochissimi rimangono seduti – di cercare un nome conosciuto, fra gli attori, fra i tecnici, gli attrezzisti, i parrucchieri; m’impedisce di leggere i titoli dei pezzi musicali, per controllare se li ho individuati tutti, se mi ricordo quali scene hanno accompagnato. Se il film mi è piaciuto molto, lo rivedrei solo per fare questa verifica, per fare attenzione unicamente alla colonna sonora. Noi amanti del cinema (non tutti) siamo così, un po’ fuori di testa.
La gente non è fuori di testa (forse), è peggio, è frenetica, non si sa rilassare; finita una cosa vuole cominciarne subito un’altra, non sopporta il vuoto, stare in poltrona a non fare niente, leggiucchiando sbadatamente nei titoli di coda, ascoltando le ultime note della musica. Chi ha finito di vedere il film si precipita a uscire, si mette in coda; chi deve vederlo si precipita dentro per raggiungere il posto prenotato, si mette in coda. La fretta domina tutti, anche quando dovrebbero essere rilassati, tranne me e pochi altri; ce ne stiamo spaparanzati nella poltrona fino alla fine, mentre qualcuno ci guarda corrucciato perché vorrebbe impossessarsi del posto (è tuo, sta tranquillo, non affrettarti, il film inizia tra dieci minuti) e qualche altro ci fa arrabbiare perché c’impedisce di leggere i ringraziamenti al sindaco, all’assessore e ai vigili urbani.

Bravi i tre protagonisti: Vinicio Marchioni, Valeria Solarino, Luigi Fedele (in ordine di apparizione).
Bravi anche gli altri attori, tra cui Alessandro Haber, che ha fatto poco più di un cameo e aveva partecipato a un cortometraggio dal titolo #Gerda, con il fotografo spezzino Pietro Benelli, realmente affetto dalla sindrome di Asperger.
Un applauso particolare per il regista Francesco Falaschi; ha raccontato una storia esile, semplice, in qualche modo scontata nello svolgimento e nella conclusione, eppure coinvolgente emotivamente.
Il che dimostra, conferma, che non è indispensabile una storia forte, complicata, con personaggi eccezionali, con continue sorprese, per fare un buon film.
Se questi ingredienti ci sono, va bene, perché no? Ma si può fare un film coinvolgente parlando di persone affette da una forma di autismo purtroppo non rara, di un cuoco bravo ma sfortunato e incapace di controllare le proprie reazioni, di una psicologa che ha dato senso alla professione con l’aiuto ai ragazzi “diversamente normali”.

La trama è abbastanza scoperta, ma qui c’è la capacità del regista di farci immergere nella storia, per cui, mentre guardiamo il film, è come se non ne conoscessimo in anticipo lo svolgimento e la conclusione, anche se possiamo prevederli facilmente.
È il motivo dello spoiler largamente usato in queste note (se a qualcuno non piace, è avvertito), perché non è importante che la trama si conosca in anticipo, se il film è coinvolgente.
Se così non fosse, non si vedrebbe mai un film già visto, invece un modo per verificare se si tratta di un capolavoro è di domandarsi quanta voglia si ha di rivederlo (quante volte avrò visto le corse di Elwood e Jake nella bluesmobile?).
Un altro merito degli autori e del regista consiste nel non avere semplificato eccessivamente il rapporto con un ragazzo affetto da sindrome di Asperger (ritenuta variante dell’autismo).
Un ragazzo autistico è complicato, rompe le scatole, crea difficoltà in continuazione: viaggia solo in una vecchia macchina del nonno, mette continuamente la stessa musica, non piscia nella toilette dell’autogrill perché ha paura di prendere i microbi, non dorme in una stanza d’albergo se avverte un certo tipo di disinfettante, dispone le sue cose sul comodino prima di dormire, seguendo uno schema fisso, è angosciato da qualunque situazione inaspettata, si butta goffamente addosso a una ragazzina quando gli sembra di avere fatto colpo.

In una mia esperienza di vita precedente, ricordo un ragazzo autistico (grave, non Asperger) che tirava continuamente peletti dal suo maglione e dal maglione di chi gli stava accanto e si tirava anche i capelli uno a uno.
Per questo andava in giro rasato a zero e con la testa protetta da un casco, per le frequenti cadute.
Era un ragazzone alto per la sua età, robusto, difficile da fermare. Impossibile prevederne le reazioni.
Quando decideva improvvisamente di uscire da una stanza, travolgeva chiunque gli capitava di incrociare.
Questo per dire che il problema dell’assistenza alle persone diversamente abili o diversamente normali è complicato e da come viene affrontato si capisce il grado di civiltà raggiunto da una comunità.
Troppo spesso le famiglie sono lasciate sole.

Il film accenna anche al dramma di chi ha tra i familiari una persona giovane impossibilitata a badare a se stessa, al terrore dei genitori, dei nonni, dei tutori per ciò che succederà quando non ci saranno più a proteggerla.
Il ragazzo sente ogni notte la nonna piangere e immagina che smetterà di piangere solo quando lui troverà un lavoro e una fidanzata, per questo vuole fare di tutto per vincere il concorso gastronomico, vorrebbe rassicurare la nonna.

È solo un film, non può proporre soluzioni che spettano alla politica.

Nel film il problema è risolto con una buona dose di ottimismo: il giovane affetto da sindrome di Asperger, alla fine, sembra aver trovato un proprio ruolo grazie al suo talento e al legame che si è stabilito con il cuoco e, forse, riuscirà anche a superare l’angoscia per la probabile perdita del nonno.
È una conclusione coerente con la filosofia di questo film: con l’amore, puntando sull’umanità nei rapporti interpersonali, tutto si risolve, si trova il modo più adatto ad interagire con una persona difficile, ci si libera anche dal pericoloso coinvolgimento in affari loschi (il cuoco istruttore che ha difficoltà a controllarsi).

Speriamo sia vero!

A me è piaciuta molto anche la presa in giro degli chef stellati televisivi, l’idea di recuperare la semplicità di ricette antiche e l’omaggio allo scrittore e gastronomo Pellegrino Artusi.

Riaffermata la bravura di tutti gli attori che hanno lavorato in questo film, una menzione particolare, un premio speciale della giuria, merita Luca Fedele, che interpreta il personaggio di Guido, il ragazzo affetto da sindrome di Asperger. Per ammirarlo basta vedere come si muove, come cammina, come si siede, si accuccia sul letto per dormire, scansa un contatto o improvvisamente abbraccia qualcuno. Recita con tutto il corpo, con lo sguardo, persino con la punta delle dita.
Una interpretazione così bella da commuovere, non per lo specifico del personaggio, ma perché l’arte produce sempre una partecipazione emotiva.

Questa grande capacità di immedesimazione in un personaggio difficile è il risultato di studio e di talento; ricorda i grandi interpreti del cinema italiano, che, quindi, hanno almeno un erede fra i più giovani attori: Luca Fedele.
Evviva!