Lanteri Cinema Caffè – via San Michele degli Scalzi, 46 – Pisa (15 aprile 2018 h 18.00)

Un applauso!

Non mi è mai capitato di assistere a un applauso spontaneo degli spettatori sui titoli di coda.

A volte sto lì lì per dare l’avvio, ma sono bloccato dalla paura del ridicolo, nel caso rimanga da solo, nella sala che si svuota, a “scuccà i mmanə” tristemente.

Il verbo scoccare (“scuccà”), credo si usi solo in napoletano con riferimento alle palme delle mani ripetutamente sbattute una sull’altra per esprimere soddisfazione.

In italiano si dice “sbattere le mani”, quindi si fa riferimento all’azione, non al suo effetto.

L’espressione “scuccà i mmanə” paragona la gioia prodotta da uno spettacolo e il plauso (l’applauso) a una freccia scoccata dall’arco, lanciata verso l’esecutore o l’autore, ma anche verso gli altri spettatori. L’applauso “scoccato” da solo ha un sapore polemico, nei confronti di chi ha dato luogo a uno spettacolo non gradito («non ci hai fatto emozionare, non ci hai fatto divertire») o verso gli altri spettatori («non capite niente»). O, semplicemente, è un’esibizione solitaria dei propri sentimenti, dunque: triste.

Sui titoli di coda invito ad applaudire questo film, in tanti, anche solo i tre o quattro spettatori presenti in sala (le folle oceaniche vanno a vedere altro: peggio per loro!).

Bravi i tre protagonisti: Vinicio Marchioni, Valeria Solarino, Luigi Fedele (in ordine di apparizione).

Bravi anche gli altri attori, tra cui Alessandro Haber, un grande, che ha fatto poco più di un cameo (o cammeo: un piccolo gioiello) e aveva già dimostrato interesse per l’argomento del film partecipando a un cortometraggio dal titolo “#Gerda”, in cui aveva lavorato in coppia con il fotografo spezzino Pietro Benelli, realmente affetto dalla sindrome di Asperger.

Un applauso particolare per il regista Francesco Falaschi; ha raccontato una storia esile, semplice, in qualche modo scontata nello svolgimento e nella conclusione, eppure coinvolgente emotivamente.

Il che dimostra, anzi conferma, che non è indispensabile una storia forte, complicata, con personaggi eccezionali, con continue sorprese, per fare un buon film.

Se questi ingredienti ci sono, va bene, ma si può fare un film che tiene lo spettatore attaccato allo schermo dall’inizio alla fine con una storia di vita quotidiana, di persone affette da una forma di autismo purtroppo non rara, di un cuoco bravo ma sfortunato e incapace di controllare le proprie reazioni nervose, di una psicologa che ha trovato un senso alla professione e alla vita nell’aiuto ai ragazzi “diversamente normali”.

La trama è abbastanza scoperta, ma qui c’è la capacità del regista di farci immergere nella storia, per cui, mentre guardiamo il film, è come se non ne conoscessimo in anticipo lo svolgimento e la conclusione, anche se possiamo prevederli facilmente.

È il motivo dello spoiler largamente usato, forse abusato, in queste note (ma, se a qualcuno non piace, è avvertito), perché non è importante che la trama si conosca in anticipo, se il film è coinvolgente.

Se così non fosse, non si vedrebbe mai un film già visto, invece un modo per verificare se si tratta di un capolavoro è di domandarsi quanta voglia si ha di rivederlo (quante volte avrò visto le corse di Elwood e Jake nella bluesmobile?).

Un altro merito degli autori e del regista consiste nel non avere semplificato eccessivamente il rapporto con un ragazzo affetto da sindrome di Asperger (ritenuta variante dell’autismo).

Un ragazzo così è complicato, rompe le scatole, creando continuamente nuove difficoltà: viaggia solo in una vecchia macchina del nonno, mette continuamente la stessa musica, non piscia nella toilette dell’autogrill perché ha paura di prendere i microbi, non può dormire in una stanza d’albergo se avverte un certo tipo di disinfettante, deve disporre le sue cose sul comodino in un modo fisso prima di dormire, è angosciato da qualunque situazione inaspettata, si butta goffamente addosso a una ragazzina quando gli sembra di avere fatto colpo.

In una mia esperienza di una vita precedente, ricordo un ragazzo autistico (grave, non Asperger) che tirava continuamente peletti dal suo maglione, dal maglione di chi gli passava accanto, si tirava anche i capelli uno a uno, e, quando decideva improvvisamente di uscire da una stanza, travolgeva chiunque incrociasse sul suo cammino.

Un ragazzone alto per la sua età, robusto, che portava sempre il casco, per proteggerlo nelle frequenti cadute, ed era difficile fermare o prevederne le reazioni.

Questo per dire che il problema dell’assistenza alle persone diversamente abili o diversamente normali è complicato e da come viene affrontato si capisce il grado di civiltà raggiunto da una comunità.

Troppo spesso le famiglie sono lasciate sole.

Il film accenna anche al dramma di chi ha tra i suoi familiari una persona giovane impossibilitata a badare a se stessa: il terrore dei genitori, dei nonni, dei tutori per ciò che succederà quando non ci saranno più a proteggerlo. Il ragazzo sente ogni notte la nonna piangere e immagina che smetterà di piangere solo quando lui troverà un lavoro e una fidanzata, per questo vuole fare di tutto per vincere il concorso gastronomico, vorrebbe rassicurare la nonna.

È solo un film, non può proporre soluzioni che spettano alla politica.

Nel film il problema è risolto con una buona dose di ottimismo: il giovane affetto da sindrome di Asperger, alla fine, sembra aver trovato un proprio ruolo grazie al suo talento e al legame che si è stabilito con il cuoco e, forse, riuscirà anche a superare l’angoscia per la probabile perdita del nonno.

È una conclusione coerente con la filosofia di questo film: con l’amore, puntando sull’umanità nei rapporti interpersonali, tutto si risolve, si trova il modo più adatto ad interagire con un malato, ci si libera anche dal pericoloso coinvolgimento in affari loschi (il cuoco istruttore che ha difficoltà a controllarsi).

Speriamo che sia vero.

A me è piaciuta molto anche la presa in giro degli chef stellati televisivi, l’idea di recuperare la semplicità di ricette antiche e l’omaggio allo scrittore e gastronomo Pellegrino Artusi.

Riaffermata la bravura di tutti gli attori che hanno lavorato in questo film, una menzione particolare, un premio speciale della giuria, merita Luca Fedele, che interpreta il personaggio di Guido, il ragazzo affetto da sindrome di Asperger, modificando la postura, il modo di muoversi, di camminare, di stare seduto, di accucciarsi nel letto per dormire, di scansare un contatto, di abbracciare, recitando con tutto il corpo, con lo sguardo, persino con la punta delle dita.

Una interpretazione così bella da commuovere, non per lo specifico del personaggio, ma perché l’arte produce sempre una partecipazione emotiva.

Una interpretazione che è frutto di studio e di talento, la capacità di immedesimarsi che ricorda i grandi interpreti del cinema italiano, ricorda Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, che, quindi, hanno almeno un erede fra i più giovani attori: Luca Fedele.

Evviva!