Lanteri Cinema Caffè – via San Michele degli Scalzi, 46 – Pisa (22 aprile 2018 h 17.30)

Esistono ancora gli psicanalisti?

Credevo che questa professione fosse uno di quei lavori scomparsi, uno di quei lavori romantici che ricordiamo con nostalgia perché non conosciamo la fatica e la precarietà che c’era dietro.

Lo spazzacamino, il ciabattino, il riparatore di ombrelli, l’affilatore di forbici e coltelli («donne, donne, è arrivato l’arrotino!»), lo psicanalista freudiano, junghiano, lacaniano.

Gli ultimi psicanalisti alla moda di cui ho sentito parlare – a parte qualche personaggio televisivo che rientra nella categoria dei tuttologi, degli opinionisti, e non si sa bene che cosa faccia realmente nella vita, utilizzato soprattutto per cazzeggiare e per emettere le sentenze nei processi mediatici – , erano citati nei primi film di Woody Allen (“Io e Annie”: «Vado dall’analista da quindici anni. Gli concedo un altro anno, poi vado a Lourdes»).

Poi gli psicanalisti hanno cominciato a tirare di meno; si preferiva parlare di seduta psichiatrica, intendendo un’attività finalizzata a indagare a fondo le cause della sofferenza psicofisica, condotta da un medico specializzato in Psichiatria, non da uno psicanalista (freudiano, junghiano, reichiano, lacaniano – non ci si capiva più niente!) sostanzialmente in grado di utilizzare solo una costosa chiacchierata (costosa per il paziente), che, talvolta,  quando il paziente era di sesso femminile e di bell’aspetto, si risolveva nel tentativo di portarsi a letto la ragazza, sfruttando la sua ricerca di una figura paterna.

Il fatto è che, dopo il rompete le righe avvenuto intorno agli anni ’80, quelli che ancora si definivano psicanalisti avevano subito lo stesso destino dei preti, che, più o meno nello stesso periodo, hanno cominciato a parlare di religione senza attenersi alla dottrina approvata dalla santa romana chiesa a cui dicevano di appartenere.

Di conseguenza hanno perduto ogni credibilità, tranne nella pubblicità dell’otto per mille alla chiesa cattolica. Qualcuno può anche arrivare a credere alle parole faticosamente elaborate, una a una, da un’istituzione bimillenaria – è molto più difficile credere a ciò che dice uno in jeans e maglietta (come Nino D’Angelo), che scende da una motocicletta dieci HP (come Lucio Battisti), entra in una chiesa che assomiglia a una palestra e dice messa dietro a un altare che assomiglia a un tavolo da cucina, con un coro che canta una canzone di Bob Dylan («The answer my friend …» diventava «Risposta non c’è …»).

Allo stesso modo gli psicanalisti hanno preso a inventarsi ognuno le sue regole, a non dare più retta a quel vecchio barbone austroungarico di Sigmund Freud, che aveva stabilito: niente contatti con il paziente al di fuori della seduta, niente rapporti personali.

Qualcuno ha abolito il divano, qualche altro si incontrava dovunque con il paziente, diventato cliente, per esempio per dargli consigli, nel caso si trattasse di un famoso regista, su come dirigere gli attori (esempio non inventato per fare la battuta, ma concreto e documentato); poi c’era sempre chi cercava di portarsi il paziente a letto, naturalmente solo se si trattava di una bella ragazza alla ricerca della figura paterna (l’omosessualità non era ancora stata sdoganata per tutti, solo per scrittori, registi cinematografici, artisti).

Così sono diminuiti i clienti disposti a pagare una somma rilevante per almeno cinque anni (come imponeva il dottor Freud) per parlare con uno che non interveniva nella conversazione e faceva di tutto per mimetizzarsi con la poltrona (qualcuno era così bravo da riuscire a sembrare un cuscino appoggiato lì per caso).

Esistono veramente i gemelli uguali, quelli così uguali da poterli confondere?

Ci sono i gemelli omozigoti, provenienti da una sola cellula uovo, fecondata da un solo spermatozoo.

Da bambini si assomigliano molto, soprattutto se figli di persone che hanno il vezzo di vestirli allo stesso modo, poi, crescendo, cominciano, pian piano, a differenziare lo sviluppo della muscolatura e persino i lineamenti del viso, per cui, dopo un po’, non è più così difficile distinguerli.

Anche le gemelle Kessler, le più famose della mia generazione, si distinguevano benissimo; eppure le vedevamo solo nella televisione in bianco e nero, indossavano le stesse calzamaglie e ballavano allo stesso modo.

Una era fidanzata con Umberto Orsini (che invidia!), l’altra non so, non sapevamo allora, per cui a noi ragazzi in pieno sviluppo ormonale restava sempre una speranzella, intimamente coltivata in quelle stanze da bagno ridotte all’essenziale, che, a quei tempi, era davvero minimo, tanto che non si chiamavano stanze da bagno ma “cessi”, per le persone volgari, “cabinetti” o “gabinetti”, per le persone educate.

Al cinema i gemelli piacciono molto, forse per motivi economici: paghi un solo attore che interpreta due personaggi, come in questo film: una volta lo fai vedere col ciuffetto sulla fronte, una volta senza.

Abbiamo visto gemelli identici in “Napoli Velata”, ma, in mezzo a tante situazioni assurde, questo era solo un dettaglio in più.

In questo film francese fanno entrambi il lavoro obsoleto di cui si parlava prima.

Lo fanno a modo loro: uno dei due a un certo punto dice, con aria da saputello, «sei in pieno transfert», come un autista dell’autobus direbbe: «tra due fermate arriviamo al Colosseo»; l’altro preferisce il sesso forte (nel senso di attività sessuali al confine con la violenza).

Ma forse, se ho capito la trama assurda, i due gemelli non esistono, sono un prodotto della mente esaltata della protagonista (e del regista), che ha un senso di colpa (la protagonista, ma forse anche il regista) per avere cannibalizzato, nel corso della vita fetale, una possibile gemella, che ora vive nell’inconscio e si fa sentire.

A chi non è capitato di avere cannibalizzato un gemello nel corso della vita fetale? Se ne parla al mercato: «Mi dia un chilo di pomodori, sono per la gemella cannibalizzata … sa, nell’inconscio la vita è più cara».

La gemella, nel sogno, esce dalla pancia come gli extratterrestri in Alien, perché, anche se cannibalizzata, si è sviluppata sotto forma di una massa informe che alla fine viene estratta in ospedale senza lasciare tracce sulla pancia della ragazza.

Infatti, impegnata in una posizione del kamasutra con lei a cavalcioni del partner, in una delle scene finali, non si vede una cicatrice o un qualunque segno dell’intervento subito.

Qualche dubbio viene sul sistema sanitario francese, che non è in grado di scoprire la causa di un mal di pancia persistente e indirizza la paziente a una complicata psicoanalisi quando sarebbe bastata una semplice ecografia.

Ma forse c’è una collaborazione tra il sistema sanitario francese e i registi, perché senza questo consiglio iniziale sarebbe venuta meno la parte principale della trama, già così abbastanza noiosa.

Ogni tanto ci risvegliava qualche scena ginecologica ravvicinata o qualche taglio chirurgico particolarmente cruento, ma niente aiutava a contrastare la noia.

Eppure il regista le ha provate tutte: il cuore di un gatto in una scatolina, lo stalking, l’inseguimento, per non parlare delle scene di sesso ripetitive e banali.

A un certo punto ha messo lo psicanalista e la paziente seduti in poltrona, completamente nudi, uno di fronte all’altra.

È una scena che fa pensare, fa riflettere, induce a porsi delle domande; principalmente: sarà scomodo stare seduti su una poltrona senza neanche un banale asciugamani per separare la pelle dell’animale usata per foderare la poltrona da quella del culo appoggiato sopra? Sarà antigienico? Se avevano tanta voglia di guardarsi, non potevano farlo in posizione più agevole, avendo ampia disponibilità di letti?

Dev’essere una scelta che ha a che fare con l’indagine nel subconscio, in cui la protagonista del film (e anche il regista) passa tanto tempo da dover pagare un extra di affitto.

In effetti non si capiva bene quando abitava il conscio e quando l’inconscio, c’era solo un indizio ad aiutare: abitava l’inconscio quando il gatto sbarrava gli occhi e la vicina impicciona sembrava sul punto di traformarsi in feroce assassina.

Alla fine, la ragazza si è trasferita, momentaneamente, nel conscio (ma sì!), dove, dal nulla, è apparsa la madre, un personaggio di cui si sentiva il bisogno per rendere ancora più sconclusionata la trama di questo film (tratta da un libro che non conosco, ma si sa che alcuni registi hanno la capacità di rovinare i libri da cui traggono ispirazione).

Mi dispiace per “Phantom Thread”, ma “L’amant double” merita molto di più il premio come film più palloso dell’anno.