(29 aprile 2018 h 18.10)
Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r

Il vecchio, qualunque età abbia (è difficile dire quando si comincia ad essere vecchi), avverte fortemente l’esigenza di ritrovare momenti del passato, di dare un senso a episodi che hanno segnato la sua vita, prima che il passato sparisca definitivamente.
È difficile rassegnarsi alla perdita della memoria. Forse più ancora che alla perdita della vita.

«Ho provato a chiudere i ricordi della guerra, ma ho continuato a pensarci ogni singolo giorno della mia vita».

È l’ultima battuta, che il protagonista del film pronuncia, rivolgendosi direttamente a noi, guardandoci singolarmente negli occhi (così mi è sembrato), prima di lanciare nel fiume il suo colbacco da cosacco, prima di morire.
Dopo la morte della moglie, sposata pur sapendo, entrambi, che non l’amava, sposata solo per trovare un po’ di pace dopo tante tragedie, sale su un treno diretto in Ucraina.

Parte dalla Germania (mi è sfuggito il nome della città) e vuole raggiungere, dopo Kiev, uno dei villaggi ucraini al confine con la Russia, la zona dove sono cominciati i conflitti che hanno portato alla guerra civile tra indipendentisti filo russi, aizzati e aiutati da Putin, e il legittimo governo ucraino, che stava per chiedere l’entrata del paese (un tempo satellite dell’Unione Sovietica) nell’Unione Europea.
La storia si svolge nei giorni in cui la Crimea, dove gli abitanti di origine russa sono la maggioranza, dichiara unilateralmente l’indipendenza dall’Ucraina e viene annessa alla Russia.
La situazione è rovente.

La partenza del vecchio, subito dopo il funerale della moglie, che egli ha voluto ridotto al minimo, senza cerimonie convenzionali, prende la figlia di sorpresa (nessuno immagina quanta energia residua possa trovarsi in uno che sembra avere un piede nella bara); un discorso di prudenza, di ragionevolezza, non può convincere un vecchio a rinunciare a un’avventura pericolosa, anche perché, nonostante la sua fragilità, ha bisogno di poche cose. Dorme poche ore; se ha vissuto anni difficili, come il vecchio del film, è abituato alle scomodità, alle carrozze sconnesse di seconda classe, alle attese nella stazione per aspettare la coincidenza; è paziente, non ha fretta, non deve realizzare i propri sogni, le proprie aspirazioni, può scivolare nella vita tranquillamente, e anche scivolare dolcemente fuori dalla vita.

La morte di un vecchio rientra nell’ordine naturale delle cose.

Un elemento che mi ha subito attratto in questo film è il viaggio in treno. Mi dà un senso di libertà; in treno, di stazione in stazione, si potrebbe girare il mondo, o quella parte di mondo che può bastare, portandosi dietro solo poche cose essenziali (e un po’ di soldi), senza l’impiccio di dover accudire e depositare ogni tanto la macchina, il camper, la moto, o qualunque mezzo di trasporto si sia scelto.

Il treno fa cambiare aria, fa vedere tanta gente, spinge a camminare: puoi stare seduto per ore, dormicchiare o guardare il mondo, e, una volta arrivato in stazione, ti muovi.

Ci sarebbe anche il pullman, ma nelle curve a me viene la nausea, o l’aereo, ma fa viaggiare troppo in fretta: non mi piace spostarmi in un’ora dalla torre di Pisa alla torre di Londra, voglio accorgermi dei chilometri che ho percorso.
L’aereo è un mezzo di trasporto per uomini d’affari: anche quando sono decrepiti si credono eterni, per questo hanno sempre fretta (accumulano soldi per l’eternità).

Non è questo il caso del protagonista del film, che non è partito per diporto o per affari, ma per ritrovare, per rivedere una donna ucraina con cui aveva convissuto da giovane, da cui aveva avuto una figlia, combattendo con i cosacchi del Don che si opponevano all’armata rossa.
Quando persero la guerra (per fortuna) furono separati, rinchiusi entrambi nei gulag della Russia comunista (purtroppo).
Non si sono più rivisti.

Il vecchio potrebbe essere stato un criminale di guerra: non si sa, perché gli ufficiali cosacchi furono tutti schedati come criminali di guerra e inviati nei gulag; ammette di avere comandato esecuzioni sommarie.
Il suo passato gronda di rimorsi, oltre che di rimpianti. Ora è un povero vecchio; ha un solo desiderio, una sola speranza: rivedere, prima di morire, la donna che ha amato. La speranza lo ha spinto a intraprendere il viaggio. Per salvarla dovette separarsi da lei e dalla figlia avuta da lei.
Per un attimo i destini della donna, morta, della figlia, ormai anziana, e dell’uomo, un vecchio di novantadue anni, si incrociano di nuovo. Ma è tardi. Si è fatto tardi.

Il tutto si svolge sullo sfondo e con i pericoli della guerra civile in Ucraina: la popolazione dilaniata dall’interno, i fratelli diventati nemici, l’esitazione ad abbracciare una bandiera ritenuta tradimento e trattata come tale. Considerare le ragioni dell’avversario è un segno di debolezza, la verità è ridotta sulla punta di un’arma; ha ragione chi spara per primo.

La stupidità della guerra.
Una situazione in cui comandano quelli contenti di imbracciare le armi, di solito i più pericolosi.

C’è, nel film, il rapporto tra giovani e vecchi.

La nipote, che, per caso, ha accompagnato il nonno in questo viaggio, lavora in un pub, porta l’anello al naso (pur non appartenendo a una tribù sperduta nella foresta amazzonica o nella giungla africana), ha i tatuaggi (pur non svolgendo la professione di pirata o di ergastolano), ha una vita disordinata, ha interrotto gli studi, è in conflitto con la madre, ignora il nonno, quindi è giovane (ha vent’anni, ma questo è il dettaglio meno significativo per definire gran parte della gioventù attuale).
Fa parte di quella generazione di ragazzi che, un po’ in tutto il mondo occidentale, sono stati allevati con i videogiochi, gli smartphone, i social, senza l’aiuto dei libri, senza una scuola veramente formativa, con solo una parte della famiglia (il padre della ragazza è come non esistesse).

Vivono tra di loro, molti di questi giovani, in un mondo a parte, e ignorano gli adulti, a maggior ragione i vecchi.

Questo viaggio pericoloso, nel quale è coinvolta senza volere, porta la giovane a conoscere il nonno, anche se in extremis, a stabilire con lui un legame affettivo e, forse, al ritorno, a trovare la possibilità di comunicare con la madre, tipico prodotto della generazione intermedia: egoista (all’inizio del film vuole mettere il vecchio in un istituto, come fosse un pacco, un problema da risolvere), irresoluta (vado o non vado ad aiutare mio padre e mia figlia? Intanto bevo un bicchiere di vino), incolore, troppo concentrata su se stessa per riuscire a comprendere gli altri, vecchi o giovani che siano.

Il film, come scrivevo all’inizio, è da vedere: ci coinvolge emotivamente – pur avendo uno stile freddo, distaccato – grazie a bravi attori (a me sconosciuti); in particolare mi ha colpito il vecchio, che un po’ ricorda Clint Eastwood per la recitazione asciutta e la capacità di trasmettere tutta la gamma delle emozioni con movimenti sottili, quasi impercettibili, del volto e del corpo. Voglio scrivere il nome di questo attore per ridurre un po’ la mia ignoranza e per cercare di ricordarlo: Jürgen Prochnow, un grande.