Link al Video su Vimeo (6 maggio 2018 h 1.00)

Il Cinema Moderno si trovava, a Giugliano, nella piazzetta di fronte al vecchio municipio.

In quella piazzetta, uno slargo del corso Campano, proprio davanti al cinema c’era la fermata del 160 nero che, con lentezza esasperante, portava a piazza Dante.

Alla piazzetta si accedeva anche da un vicoletto tutto storto che la collegava a via San Rocco.

La geografia del posto è completamente mutata.

Per chi è cresciuto a Giugliano negli anni cinquanta, sessanta e oltre (non ricordo quando fu chiuso definitivamente), il Cinema Moderno era una istituzione, un posto davanti al quale passare almeno una volta al giorno, al ritorno da scuola, provenendo dal Campo (elementari) o da via Giardini (medie) o dal corso (scuole dei Fratelli Maristi), per vedere i manifesti e scoprire dove ci avrebbe portato quel pomeriggio.

Ci portava a sognare (il Far West, le cavalcate nelle praterie), a ridere (Totò), a sperimentare la sensazione nuova che sbocciava nelle vene: le signore dei film sull’antica Roma, avvolte in pepli misteriosi da cui sbucava un po’ di morbida coscia, un po’ di morbidissimo seno.

I film più espliciti dal punto di vista sessuale – come “La noia” di Damiano Damiani, con una splendida Catherine Spaak distesa nuda nel manifesto di fronte al cinema, coperta nei punti chiave, anzi quasi dappertutto, da grossi bigliettoni, forse da mille lire – erano vietati ai minori. I due minosse che controllavano gli ingressi, uno per la platea, l’altro per la galleria, conoscevano i genitori, quindi non si scherzava: niente da fare.

Nella galleria si stava un po’ più larghi e un po’ più comodi, ma, entrando, si era investiti da una nube di fumo permanente, continuamente alimentata dalla platea sottostante, una nube spessa che impregnava del proprio odore anche i vestiti.

Entrati e accomodati, assettati, avremmo detto a quei tempi (in realtà, “seduti” è reso da “assəttatə”, senza nessuna distinzione tra singolare e plurale, maschile e femminile), non ci limitavamo a vedere il film una volta sola, eh no! avevamo pagato il biglietto: lo vedevamo due tre volte di seguito, dal primo pomeriggio, quando il cinema apriva, fino alla sera, all’ora che le mamme ci avevano dato per il rientro.

Era l’epoca della Hollywood sul Tevere (Cinecittà), che sfornava film in continuazione, dava lavoro a parecchia gente e faceva arricchire quelli che s’inventavano il mestiere di produttore, di regista, di attore cinematografico.

Ma lavoravano anche scenografi, costumisti, truccatori, falegnami, elettricisti, comparse ecc.

Film sugli antichi romani immaginari, che indossavano tuniche, toghe e le famose brache dei legionari, lunghe fino al ginocchio (i brachettoni) – mitologia greca mescolata con la mitologia romana, entrambe reinventate – eroi forzuti: Maciste, Ercole, interpretati da attori culturisti come Steve Reeves, che pian piano imparammo a pronunciare con le i (ci faceva da insegnante di dizione la voce stentorea che accompagnava il “Prossimamente su questo schermo”).

E ancora: i western classici americani, fino agli spaghetti western di Sergio Corbucci, di Sergio Leone e al primo Trinità, le commedie all’italiana, ma, soprattutto, Totò, che ci tratteneva al cinema fino al limite dell’orario di rientro e coinvolgeva tutta la platea e la galleria in risate collettive, scoppiettanti, che anticipavano le battute e le coprivano, ma non importava … tanto … le conoscevamo a memoria.

Era un modo, certamente inconsapevole, vagamente avvertito, di riconoscersi parte della stessa comunità linguistica, la comunità dei parlanti la lingua napoletana, in grado di apprezzarne tutte le più sottili sfumature, anche quando era tradotta in italiano o in una lingua inventata («Noio vulevon savuar l’idriss»).

Sì, è vero: questa sensazione di intelligenza linguistica condivisa ci faceva stare bene in quell’ambiente fumoso, ci faceva guardare con simpatia il vicino di sedia, anche quando era molto diverso da noi e non lo avremmo frequentato fuori del cinema.

Questo è il buono, però non voglio dare un’idea falsa, romantica, da “Nuovo Cinema Paradiso”.

Sarebbe bello potersi ricordare Giugliano come fosse Grover’s Corners, la “Piccola Città” di Thornton Wilder che tanto mi ha affascinato nell’adolescenza (tanto, che se la rileggo – sarà un segno di vecchiaia? – mi emoziono).

Purtroppo, non è così: Giugliano era, in quel periodo, quanto di più lontano si potesse immaginare da una tranquilla cittadina di provincia (anche la vera Grover’s Corners probabilmente era molto diversa da come l’aveva immaginata Thornton Wilder; non so neanche, e non m’importa di sapere, se sia davvero esistita).

L’ambiente adolescenziale giuglianese dell’epoca non tollerava la diversità, di nessun tipo, ed era estremamente aggressivo verso i più deboli (come le galline, che sono continuamente in lotta per affermare la supremazia nel pollaio).

Non c’era solo la camorra, una specie di substrato che già allora avvelenava l’ambiente cittadino, avrebbe causato la famosa “invasione della monnezza” degli anni duemila (un film horror) e aveva raggiunto una larga diffusione in vasti strati della popolazione: ricordo il famoso processo Mallardo, molto seguito nelle cronache del Mattino, che rivelò, negli anni settanta, il coinvolgimento inaspettato di un mio vicino di casa, un mio coetaneo “di buona famiglia” che poi, molti anni dopo, sarebbe finito “sparato” in quanto pentito.

In base alla mia esperienza, ai miei ricordi, nei primi anni sessanta l’intolleranza era diffusa a ogni livello.

Il cinema dava la possibilità di evadere, con la fantasia, dal conformismo, dall’obbligo di essere uguali agli altri, che, purtroppo, dominava nel meschino ambiente di provincia: dall’infanzia alla vecchiaia.

Una ragazza che fosse più intelligente, più sensibile degli altri, che avesse gusti suoi riguardo al modo di acconciarsi i capelli o alle gonne, alle scarpe che indossava, era messa in croce, dalla fermata del 160 fino all’ingresso nel portone di casa.

Ma non erano solo i ragazzi di strada a lanciare parole di scherno; collaboravano attivamente anche adulti, che se la ridacchiavano (se qualcuno di loro è ancora vivo, spero si riconosca).

Un ragazzo sensibile o poco aggressivo era aggredito; non sei aggressivo, dunque: ti devo aggredire; il bullismo nelle scuole era la regola; mi riferisco alle medie, alle famose medie di via Giardini (una scuola all’interno di un’abitazione privata, con un angusto cortile per fare ginnastica), non alle superiori, perché, andando a Napoli, crescendo, le cose cambiavano (almeno, questa è la mia esperienza).

Riporto ricordi che potrebbero essere derubricati a esperienze personali, particolari, ma ho la sensazione che non sia così: è ovvio che le ragazze che camminavano con lo sguardo basso e vestivano come le altre, i ragazzi che sapevano difendersi, non si accorgevano di niente (anche questa è una forma di conformismo: non accorgersi di niente, pensare: sono cazzi suoi).

C’erano ragazzi che si divertivano a rendere complicata l’esistenza di loro coetanei o quasi coetanei. Perché? Perché così gli andava.

Se qualcuno di loro è ancora vivo, spero si riconosca.

Il cinema ci dava una via di fuga e, insieme ai libri, ci faceva intravedere un’altra realtà possibile, più vicina al sogno, più lontana dall’incubo (Fulci, Argento e gli altri ancora non si erano messi a raccontare gli incubi). Dopo poco sarebbe stato sostituito, fortunatamente solo in parte, dalla televisione che, al contrario del cinema, spinge al conformismo, anche se non gretto e locale ma nazionale, anzi globale.

Nel Cinema Moderno, nei primi anni ’60, abbiamo avuto, ho avuto (non so se anche altri) la possibilità di staccarmi dalla grigia realtà per viaggiare nelle sterminate praterie del West (le sto ancora cercando e non mi arrendo), abbiamo imparato a vedere l’aspetto umoristico delle cose che pretendono di essere serie, a individuare il ridicolo dietro ai politici, ai rivoluzionari, ai monsignori, ai generali, ai ducetti di tutte le epoche e di tutti i fasci, agli uomini e ai caporali.

Una parte della prima adolescenza, i giuglianesi della mia generazione l’hanno passata in quella sala, che a un certo punto chiuse, ma l’avevamo già abbandonata a favore del nuovissimo cinema Urania di via Aniello Palumbo. Poi chiuse anche quello; a quel punto avevamo scoperto i cinema di Napoli: l’Astoria a Montesanto, il Modernissimo in via Cisterna dell’olio; con l’Università scoprimmo l’Astra in via Mezzocannone; a volte ci spingevamo fino al Filangieri, nella omonima via.

Altre sale cinematografiche, altri spettatori, un’altra vita.

Però è rimasto dentro il desiderio di libertà, nato in quella nuvola di fumo, la visione felice di un cowboy che gira con il proprio cavallo per le vaste praterie, dormendo sotto le stelle, come facevano i cowboy buoni, quelli che apparivano dal nulla, risolvevano i problemi e, alla fine, se ne andavano lentamente, diventando sempre più piccoli sui titoli di coda, svincolati da qualsiasi condizionamento, come i vagabondi, i saltimbanchi, i giocolieri, gli uomini liberi.

Io sono convinto che questo desiderio sia entrato dentro di me davanti allo schermo del Cinema Moderno, attraverso quella nuvola spessa di fumo puzzolente.

Poi ci pensarono i libri a liberare completamente la fantasia.

È tutto qua, ma un po’ di spiegazione del contesto a cui si riferisce questo video era necessaria.