Cinema Odeon – piazza San Paolo all’Orto – Pisa (19 maggio 2018 h 18.00)

Il Giorno online 10 maggio 2018

«Sana è stata strangolata, il papà confessa. Brescia, il referto dell’autopsia: “Spezzato l’osso del collo”.

Mustafa Ghulam arrestato col figlio “Abbiamo litigato, lei mi ha insultato”»

La Stampa online 11 maggio 2018

«Per l’omicidio di Sana indagate anche mamma e zia.

Svolta nel caso della 25enne residente a Brescia uccisa in Pakistan»

La Stampa online 15 maggio 2018

«Omicidio di Sana in Pakistan, dopo il padre e il fratello arrestati anche due cugini»

Speriamo che le notizie non siano confermate, ma, allo stato dei fatti, sembra che Sana Cheema, 25 anni, pakistana, cresciuta in Italia, sia stata uccisa dal padre e dal fratello con la complicità dei cugini, mentre la madre e la zia assistevano senza opporsi al delitto.

Se questa versione dei fatti sarà confermata, Sana (che assomiglia molto alla protagonista di questo film) sarà l’ennesima vittima di una religione molto diffusa nel mondo, una religione culturalmente arretrata, che limita fortemente la libertà di scelta e l’autonomia delle donne, mettendole sotto tutela degli uomini di casa.

Quando si parla di questi argomenti bisogna stare attenti a non assumere un atteggiamento “politicamente corretto”, cioè l’abitudine, molto diffusa in certi ambienti, di edulcorare i giudizi per sembrare tolleranti, fintoprogressisti.

È un fatto che l’Islam è un’antica religione, presenta aspetti complicati, molto diversi nei diversi paesi in cui si è diffusa, divisioni interne.

Non è giusto dare un giudizio unico su un fenomeno tanto variegato: l’espressione solita “non fare di ogni erba un fascio” in questo caso calza a pennello; anche “calza a pennello” è un’espressione solita; quando il discorso diventa politicamente corretto non si riesce a fare a meno delle frasi fatte.

Dunque: massima tolleranza in fatto di religioni, se non pretendono di uscire dai loro confini naturali e non cercano di imporsi a tutta la società.

Però bisogna anche dire che dove si vede una ragazza con la testa coperta da un cencio medioevale (per citare Oriana Fallaci) o, peggio ancora, col corpo imprigionato in un burka (vero e proprio strumento di tortura), si deve parlare di arretratezza culturale, soprattutto se la ragazza non ha avuto la possibilità di scegliere come vestirsi.

In un altro commento ho scritto: affermare che si tratta di un segno di identità – come capitava di sentire nelle trasmissioni di Michele Santoro da parte di studentesse musulmane con la testa coperta e l’accento romano che dicevano trattarsi di una loro libera scelta – è come sostenere che le catene, per i neri americani nati schiavi, erano un segno di identità culturale e, quindi, dovevano essere conservate anche dopo la liberazione dalla schiavitù.

Ci sono simboli che vanno mantenuti, altri recuperati – vogliamo insegnare ai ragazzi delle nostre scolaresche a farsi il segno della croce, per rispetto del luogo, quando entrano in Duomo, a Firenze? – altri ancora aboliti.

Solo quando non sarà più un segno di sottomissione obbligatorio per milioni di donne, quando non sarà obbligatorio per nessuno nascondere i capelli o il viso, l’hijab potrà essere considerato alla stregua di un foulard o di una sciarpa; ora è un simbolo di schiavitù e un mezzo per attuarla, come le catene per i neri americani prima della liberazione.

Non che si possa vietarlo, come è successo l’anno scorso in Francia; sarebbe un divieto giusto ma inefficace, impossibile da applicare, tranne nel caso in cui il burka impedisce il riconoscimento del volto.

Comunque, anche se non vietato, bisogna sapere che una donna che lo indossa si trova molto probabilmente in una condizione di sottomissione inaccettabile per la nostra cultura.

Se una ragazzina di famiglia musulmana, cresciuta in Europa, vuole liberarsene e vuole liberarsi da un dominio che va molto oltre la potestà genitoriale, bisogna aiutarla in tutti i modi.

È la storia di questo film, che fa riferimento alla vicenda personale della regista, una storia a lieto fine perché la ragazza, dopo tante oppressioni e sofferenze inflitte dai suoi genitori per paura del giudizio degli altri (le prime esperienze sessuali di una adolescente vissute come un delitto), riesce a scappare, a liberarsi allontanandosi dalla famiglia.

Scappa, ragazza, scappa, non fidarti dei tuoi genitori, resi ottusi dal fanatismo religioso e dal controllo del gruppo, non fare come quella ragazza che, tornata in famiglia dalla casa protetta, è stata riportata in Pakistan e costretta ad abortire, come ha drammaticamente rivelato nel suo ultimo messaggio via Internet («Farah, la studentessa di Verona riportata in Pakistan dai genitori e costretta ad abortire “Mi hanno legata al letto e hanno ucciso il mio bambino”. I messaggi su Whatsapp» – La Repubblica online 17 maggio 2018).

Il film è anche la storia di un padre che ama i suoi figli, in particolare quella ragazza, un padre tenero, che ogni sera fa il giro delle camere da letto per rimboccare le coperte e dare una carezza ai figli che dormono, che ha lottato duramente per offrire alla sua famiglia una vita migliore in Norvegia e si ritrova ridotto a comportarsi come una bestia feroce, di una crudeltà inaudita, proprio verso quella figlia, solo perché il suo comportamento mette la famiglia in cattiva luce nei confronti della comunità.

Questi sono i guai che può fare ogni ideologia, soprattutto l’ideologia religiosa, che può trasformare un uomo in santo, ma anche in bestia.

Succedeva in passato anche in certe zone d’Italia (penso a “Sedotta e abbandonata” di Pietro Germi), ma qui la religione, con i suoi principi intoccabili, esercita un ruolo molto più forte, costruisce un muro invalicabile, aggiunge la ferocia dello stato a quella della comunità.

Non dimentichiamo che l’Islam non ammette la separazione tra religione e stato, per cui quei principi assurdi sono imposti con la forza coercitiva delle leggi.

Un film drammatico, che genera un sentimento di avversione verso quell’uomo che arriva a condurre la figlia su una rupe e a chiederle di suicidarsi (il mio vicino di poltrona a questo punto ha esclamato: “bastardo!” e non aveva torto) e anche verso la madre, fredda, implacabile, priva di affetto e timorosa solo del giudizio degli altri.

Ma forse le donne che patiscono e accettano la condizione di inferiorità verso l’uomo, il matrimonio deciso dai parenti, l’impossibilità di affermare la propria personalità al di fuori del ruolo di moglie e madre, alla fine odiano qualunque manifestazione di indipendenza da parte delle figlie, non sopportano che le figlie possano liberarsi dalla condizione di oppressione che esse hanno subìto. E quando invecchiano acquistano il diritto di sfogarsi verso l’uomo di casa, come la nonna in Pakistan che prende a male parole il marito della figlia, è autorizzata a trattarlo come un coglione, ora che è troppo vecchia per poter cambiare la propria condizione di dipendenza.

Un film efficace; almeno due spettatori l’hanno seguito con partecipazione emotiva: io e il mio vicino di poltrona; a lui, perfetto sconosciuto, che ha gridato «bastardo!» al personaggio sullo schermo, mi sono sentito in obbligo di suggerire poco dopo, a voce bassa per timidezza, «la madre è peggio del padre», ricevendo la sua approvazione, proprio come ai bei tempi in cui gli spettatori lanciavano improperi contro i cattivi (a Napoli contro ó malamentə).

Credo sarebbe opportuno far girare nelle scuole questo film, principalmente dove ci sono ragazze di famiglia musulmana, in modo da stimolarle a valutare la propria situazione e, se necessario, a chiedere aiuto.

Queste ragazze, nelle loro camerette, stanno correndo il pericolo di vedere trasformare la propria famiglia in una banda di sequestratori e, in alcuni casi, di assassini.

Stanno lottando anche per noi, in quanto evidenziano che la nostra civiltà, la nostra “liberté, egalité, fraternité”, con tutti i suoi difetti, determina un modo di vivere più umano, più soddisfacente di una religione che pretende di condizionare ogni aspetto della vita degli individui e di farli vivere nell’obbedienza e nella sofferenza, in attesa di una liberazione che si raggiungerà solo con la morte.