19 maggio 2018 h 18.20
Cinema Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r

Chi di noi non ha ucciso un sopraffattore, un prepotente, uno che approfitta della sua forza fisica per umiliarci?

Alzi la mano chi non ha immaginato di far morire fra i tormenti un delinquente che gli ha fatto molto male o ha fatto molto male a una persona a lui cara.
Nell’immaginazione, certo, ma in quel momento vivevamo gli stessi sentimenti di chi realmente si è vendicato e, forse, solo per il verificarsi di una serie di circostanze casuali ha messo in atto i suoi, e i nostri, pensieri.

Qualcuno ha alzato la mano, ma si tratta di persone che non hanno subìto gravi offese – non sto dicendo che una persona normale ammazzerebbe chi gli frega il posto al parcheggio – o di santi, ma sono pochi.
Parlo di torti, di gravi torti, di violenze subite, ripetute nel tempo, esercitate da un prepotente deciso a sopraffarti, da cui non puoi difenderti; la polizia, i giudici, se ti decidessi a denunciarlo, lo metterebbero in galera, ma poi, dopo un po’ di tempo, uscirebbe, tornerebbe libero nella giungla e deciso a vendicarsi.
Hai troppa paura per pensare di reagire: ingoi i soprusi, finché c’è spazio dentro.

Parlo del film che ho visto ieri sera al cinema Flora, in piazza Dalmazia, una zona non particolarmente bella di Firenze, che mi mette allegria, con la sua normalità, i negozi, i bar (ne ho individuato uno, all’angolo della piazza, che fa un buon caffè), l’edicola, le panchine, dove mi piace sedermi a fumare un mezzo sigaro toscano, prima di entrare in sala.
L’arte si trova anche nei posti normali, nascosta, non evidente come quella che abbonda nei centri storici delle città chiamate “città d’arte”.
È inutile cercarla nell’architettura: non c’è. Niente monumenti, musei, edifici di particolare valore o bellezza.
È nascosta, ma riempie le strade, le piazze, le case; bisogna saperla individuare.
Per quanto le costruzioni generalmente siano brutte o banali, sono piene di gente che ci vive dentro. In quegli ambienti, nelle stanze, nelle cucine e servizi, sulle scale, negli ascensori, affacciata alle finestre, c’è la vita e, qualche volta, la morte.
Non è arte?
Gente in strada, a piedi o incassata nelle macchine, nell’atto di entrare o di uscire dai portoni, dai negozi, seduta sulle panchine: la vita e, qualche volta, la morte.
Non è arte?
Gli edifici non sfideranno i secoli, non saranno guardati con ammirazione, non saranno spiegati dalle guide e fotografati dai turisti, eppure sono emozionanti.
Mi piace trovarmi in mezzo alla gente, quasi all’improvviso, provenendo dalla stazione Rifredi, dopo un percorso un po’ isolato, a lato dei binari.
Sbuco nella via che porta a piazza Dalmazia; non vedo monumenti, o non ci ho fatto caso. La mia attenzione è catturata dai bar, dalle pasticcerie, dai forni, dai negozi di vestiti o di giocattoli, dal supermercato.
Alzando lo sguardo si vedono finestre su una facciata uniforme che s’interrompe in prossimità della piazza, incrocio di larghe strade.
Sul marciapiede l’immigrato africano vende accendini ma non è invadente; si accontenta di intercettare i passanti con lo sguardo. Compro l’accendino perché non è invadente, altrimenti andrei in tabaccheria. L’accendino mi serve per il mezzo sigaro toscano; il vecchio o non funziona o l’ho lasciato nel cassetto dove svuoto le tasche quando rientro, pieno di bigliettini dove ho annotato qualcosa da vedere, qualcosa da comprare, ricevute, biglietti del cinema.
Colgo le frasi, le mezze frasi delle coppie che girano col passeggino o di qualcuno che parla da solo; dalle orecchie sbuca un indizio, ma non posso sapere se sta fingendo. Penso che alcuni fingano di telefonare per parlare ad alta voce con se stessi senza imbarazzo.
Dalla panchina, col sigaro in bocca, mi sembra di assistere allo spettacolo, l’avanspettacolo, che si svolgeva una volta, tanto tempo fa, sul palcoscenico, prima della proiezione del film.

Fare i buoni è facile, se non ci si immedesima nelle situazioni.
«Tanti andranno a letto stasera e non sapranno di essere vigliacchi».
È una battuta di un personaggio di Morti senza tomba di Jean Paul Sartre: si tratta di un prigioniero dei nazisti che sta per essere torturato, sa che non ce la farà a resistere e denuncerà i compagni perché ha paura del dolore fisico. Parafrasando questa battuta, si potrebbe dire: «Tanti andranno a letto stasera e non sapranno di essere er canaro».

L’odio, la vendetta, richiamano, per opposizione, l’amore cristiano, il perdono; ne parlano alcuni che si dicono cattolici, ripetono in continuazione, almeno una volta alla settimana: scambiamoci un segno di pace. Con chi? Con tutti; con il vicino di banco e anche con uno che si è seduto dietro, chiunque sia.
Eppure molti di questi specialisti dell’amore senza nome e cognome si rivelano specialisti dell’odio quando si trovano vicino uno straniero, un africano, che lascerebbero affogare senza muovere un dito. Sono contenti se il politico baciatore di immaginette e crocifissi fa il lavoro sporco.

Ancora di più, se possibile, molti frequentatori di sacrestie e difensori strenui della dottrina sono capaci di odiare il Papa attuale, “scelto dallo Spirito Santo”, di cui non condividono le idee riformatrici (del Papa e forse anche dello Spirito Santo, ma, non avendo quest’ultimo a portata di mano, se la prendono con il Papa).
C’è un sito in cui uno di quelli che vanno in giro con i santini e il rosario in tasca (così dice lui) non perde un’occasione per attaccare papa Francesco. Ha scritto in un libro: «Purtroppo il curriculum di papa Bergoglio è imparagonabile [n.d.r.: a quello degli altri papi]. Perito chimico, entra in seminario a 22 anni, compie gli studi filosofici e teologici previsti dalla formazione della Compagnia di Gesù. Non parla le lingue, (oltre al suo spagnolo, solo l’italiano), non conosce granché il mondo perché non ha viaggiato fuori dall’America Latina, non riesce a conseguire il dottorato in teologia in Germania.» (Antonio Socci, Non è Francesco, Libri su Google Play, pagine visualizzate per concessione di Edizioni Mondadori).

È perito chimico (sottinteso: che cosa potrà mai capire di teologia?), non ha viaggiato, non è mai uscito dal raccordo anulare (si sa che la piccola America Latina si trova alla periferia di Roma).
C’è in questa elencazione un astio estremo, un vero e proprio disprezzo. Non viene minimamente presa in considerazione la possibilità che – nonostante Bergoglio sia, così viene descritto, un autodidatta, non possedendo (purtroppo?) i titoli “prestigiosi” degli altri papi – capisca di dottrina cristiana più di chi ha passato la vita ad accumulare titoli (accademici, di libri, ecc.).

L’odio trapela, in questo sito, anche dalla scelta delle foto di Francesco con cui è illustrato ciascun articolo: sono scelte in modo da mettere il papa in ridicolo o da farlo apparire come un uomo feroce, una specie di anticristo (vedi, per esempio, Lo Straniero – 27 aprile 2017).

Ma queste persone, così sicure delle proprie idee, della propria fede, della propria conoscenza dei testi e degli eventi – padri della chiesa, visioni, profezie, sante che hanno completato il Vangelo e spiegato i punti oscuri (per esempio, una ha rivelato che cosa scriveva Gesù nella sabbia quando i farisei volevano lapidare Maria Maddalena), madonne che appaiono e parlano ogni giorno dal 1981, facendo arricchire parecchia gente – avranno mai un dubbio che le trattenga dal colpire pesante il Papa?

Possibile che solo gli eruditi possano recepire il messaggio cristiano?
Cristo si è fatto appendere sulla croce ed è resuscitato, come dicono di credere, per lasciare una dottrina accessibile solo ai laureati in teologia che hanno seguito con profitto un master in una prestigiosa università di Berlino?
Tutto questo casino (non si può dire che Gesù abbia avuto una vita tranquilla) per alimentare discussioni feroci tra persone indisponibili ad ammettere il minimo dubbio: – era proprietario della tunica che indossava, l’aveva comprata al mercato approfittando di uno sconto, no, non era sua, gliel’avevano imprestata – era povero, no, era ricchissimo – aveva fatto il falegname per mantenersi, no, per hobby, perché amava il fai-da-te.
Maria rimase vergine anche dopo la sua nascita (da dove sarà uscito?); i preti devono essere maschi e svolgere solo attività sessuali solitarie quando capita; i divorziati risposati possono accedere all’eucaristia se si comportano come i preti (seghe); il matrimonio è indissolubile, si annulla a chi ha i soldi per accedere alla Sacra Rota (principesse che annullavano matrimoni rati e non consumati, pur avendo avuto figli da quei matrimoni), ecc … ecc.

Non si finisce più: i sacri principi da difendere con le unghie e con i denti. Peccato non poter accendere gli allegri roghi con i quali si arrostivano gli eretici!

Io c’ero, quando Cristo pronunciò la famosa frase che utilizzano per giustificare Il loro irrigidimento su ogni virgola (Mt 5,37 «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno»).
Ero presente e mi ricordo che aggiunse: «Dite anche forse, quando non siete sicuri, perché la fede incrollabile è segno di presunzione, la certezza cieca è segno di stupidità; il dubbio è la sola realtà umana». «Pensate che anch’io ho dubbi», disse, me lo ricordo benissimo, «ne avrò persino sulla croce». «A volte non so più neanch’io chi sono». «La vostra attesa del soprannaturale mi confonde; volevo solo spiegarvi che c’è un modo per vivere un po’ meglio, voi pretendete da me l’assoluto».

Questo disse, in un momento di pausa, ma forse ricordo male (è passato tanto tempo!) o me lo sono inventato; la stessa cosa si potrebbe dire per gli evangelisti: ricordano male (già allora era passato tanto tempo dagli eventi, almeno trent’anni per il Vangelo di Marco, il più antico) o hanno inventato qualcosa, non tutto il discorso: qua e là, in buona fede.

Forse queste frasi non le ho sentite veramente pronunciare da Cristo (non vorrei che qualcuno mi mettesse tra i visionari a cui prestare cieca fiducia), ma è verosimile che le abbia dette o le abbia pensate. Le altre frasi sono state riportate da gente che le ha sentite in mezzo a una folla rumorosa; non mi sembra che abbiano attestazioni di autenticità più certe delle parole che ho immaginato io.

Quando penso all’amore di cui tanti cattolici si riempiono la bocca ogni domenica («Scambiatevi un segno di pace, poi continuate a odiarvi»), quando penso alla cattiveria di cui Cristo parla in Marco 10,18 «Non chiamarmi Maestro buono, nessuno è buono se non Dio solo», mi viene in mente l’odio che serpeggia all’interno della chiesa.

E qui siamo solo in un contrasto di idee (forse). Figuriamoci quando il contrasto investe interessi personali, quando si è vittima di soprusi, quando i soprusi colpiscono le persone a cui vogliamo bene, si ripetono continuamente, si può prevedere che si ripeteranno per un tempo indefinito.
Anche una pecora si ribella se non ha una via di fuga e qualcuno continua a tormentarla.
È successo al canaro, protagonista di un fatto di cronaca nera che ha ispirato due registi.
Il fatto, sconvolgente, si svolge negli anni ottanta.
«Quando sei qui con me …» cantava Mina, con una bellissima sospensione su «Quando», un’altra su «sei», poi l’improvvisa accelerazione: «qui con me».
Il primo regista, Sergio Stivaletti, ha realizzato un film (Rabbia furiosa – Er Canaro) che insiste sull’aspetto splatter della vicenda (la descrizione delle torture, il sangue); non andrò a vederlo perché vedo raramente un film di questo genere (solo se, per qualche motivo, m’incuriosisce. Non è questo il caso).
Il secondo, Matteo Garrone, ha fatto Dogman, che ho visto al cinema Flora Atelier, nell’ampia piazza Dalmazia, resa particolarmente bella dalla gente che si godeva la giornata di sole, seduta sulle panchine o a passeggio, succhiando il gelato tra gli strilli dei bambini.
Un’immagine di pace, rilassante, in contrasto con la tetra scenografia del film, girato nel Villaggio Coppola – questo schiaffo violento a un territorio martoriato – alla periferia di Castel Volturno (la vicenda originale si era svolta alla Magliana, Roma).
I colori, i volti, gli ambienti sono quelli prediletti da Matteo Garrone: un mondo grigio, squallido, rassegnato, che convive con la modernità senza esserne sfiorato.

Molto diverso da Il racconto dei racconti – Tale of Tales, il film precedente tratto dal Pentamerone di Gian Battista Basile, deludente già a cominciare dal titolo (vuoi mettere con il titolo originale: Lo cunto de li cunti? Non c’è paragone).
Mi sarei aspettato un film in napoletano del seicento, la bellissima lingua dello scrittore giuglianese, con didascalie per far capire agli spettatori internazionali il senso delle varie storie.
Invece è stata eliminata la parte più bella, il meraviglioso suono, la musica delle parole, perdendo il cinquanta per cento del fascino di queste favole, oltre a un umorismo raffinato, anche quando sembra, sottolineo sembra, grossolano.
Credo che lo stile realistico, quasi documentaristico, di Garrone non sia il più adatto a rappresentare il mondo onirico delle favole di Basile.

In Dogman, fra gli edifici lividi di questo inferno di periferia, si distingue il negozio per la toelettatura dei cani che dovrebbe servire a un piccolo, pover’uomo, a riscattarsi da una vita di disperazione e di miseria.
Il piccolo uomo (accento calabrese, voce vera, non da scuola di teatro) arrotonda spacciando cocaina, ha una figlia che ama, accudisce con affetto i cani che gli sono affidati, è ben inserito nella comunità di persone che tirano avanti come possono, con attività al limite della legalità. Finiti i lavori, di sera, gli uomini si divertono giocando a calcio nel campetto.
Questo ambiente è descritto con poche pennellate da grande pittore.

Nel quartiere abita, con la madre, un omone, pugile dilettante, che dà fastidio a tutti, tanto che qualcuno vorrebbe organizzarne l’omicidio (nella giungla non c’è altro modo per difendersi).
Il toelettatore di cani è l’unico che lo sopporta, cerca di tenerselo buono, di placarlo, lo chiama Simoncino, gli fornisce la cocaina, lo aiuta quando viene ferito, un po’ per paura, un po’ perché è buono di carattere, si vede da come si comporta con i cani.
Coinvolto, senza volere, da Simone e da un altro delinquente, nel furto in un appartamento, ritorna indietro a proprio rischio, per salvare un cagnolino che il delinquente, la bestia, ha chiuso nel freezer del frigorifero.

Per un’altra vicenda, in cui viene coinvolto suo malgrado, il povero toelettatore si fa un anno di carcere. Non denuncia Simone, un po’ per omertà, soprattutto per paura.

Nel carcere poche scene, due o tre pennellate mentre, spaesato, terrorizzato, raggiunge la sua cella, le coperte piegate sulle braccia tese, in un ambiente pauroso, una bolgia infernale. Due diavoloni con il naso adunco lo guardano con un’espressione feroce.

All’uscita dal carcere il piccolo uomo è incattivito, non vuole più subire, cerca di farsi restituire la sua parte di refurtiva, reagisce, nonostante la paura.
Quando il pugile riprende il suo atteggiamento violento, decide di vendicarsi, attirandolo in una trappola.

Lo tiene prigioniero, lo tortura.

Matteo Garrone non fa cinema splatter e, fortunatamente, non insiste sui particolari che sono emersi dalla vicenda vera del canaro; asciuga molto questa parte, mantenendo la coerenza del suo personaggio: un uomo buono che fa male per paura e per disperazione.

Lo uccide.

Porta il cadavere in un campo per bruciarlo, ma, sentendo le voci degli amici che giocano a pallone nel campetto, spegne il fuoco, si carica il corpo bruciacchiato sulle spalle – qui il grande pittore costruisce un’immagine capolavoro che, giustamente, va nel manifesto del film – faticosamente lo trascina vicino alle case, grida: «l’ho ucciso io!» Tutti devono sapere che è stato lui a liberare il quartiere da quella peste.

Matteo Garrone ha rivelato in un’intervista che in un primo tempo aveva pensato a Roberto Benigni per quella parte.
Benigni non l’aveva accettata in quanto quel personaggio gli sembrava troppo lontano dalla propria maschera. Aveva ragione.

È stata una fortuna per il film, innanzitutto perché ha consentito al regista di scoprire questo talento sconosciuto, Marcello Fonte: una vita difficile, che ha riversato sullo schermo; impossibile dimenticare il suo sguardo sperduto, il suo spiare pieno di paura fuori del negozio, finché il male decide di invadere anche il rifugio in cui è riuscito a proteggere i suoi affetti: la figlioletta, i cani, l’immagine che ha costruito di uomo buono, disponibile, amico di tutti.
In secondo luogo, nonostante la grande ammirazione per Benigni, non credo che avrebbe potuto trovare in sé la disperazione senza fine di questo personaggio.
Sarebbe accaduto come nel film Un borghese piccolo piccolo (Mario Monicelli), che in tutta la prima parte – la ricerca di un lavoro per il figlio – ha un tono farsesco, dovuto alla presenza di Alberto Sordi, un tono assolutamente inadeguato al dramma disperato che inizia dopo l’uccisione del ragazzo.
È come se il film fosse diviso in due parti: farsa e dramma. Finisce la prima parte (genere commedia), improvvisamente precipitiamo nel dramma e il film diventa horror.

Sarebbe accaduta la stessa cosa in questo film se dogman fosse stato Roberto Benigni: si sarebbe oscillato tra farsa e dramma.

La storia raccontata è un dramma vero, profondo, disperato; non ha niente di farsesco, nulla che possa consentire di allentare per un attimo la tensione: il dramma della violenza cieca e incontrollabile che genera violenza cieca e incontrollabile.