Flora Atelier – piazza Dalmazia, 2r – Firenze (21 maggio 2018 h 18.20)

Chi di noi non ha ucciso un sopraffattore, un prepotente, uno che approfitta della sua forza fisica per umiliarci?

Alzi la mano chi non ha immaginato di far morire fra i tormenti un delinquente che gli ha fatto molto male o ha fatto molto male a una persona cara.

Nell’immaginazione, certo, ma in quel momento vivevamo gli stessi sentimenti di chi realmente si è vendicato e, forse, solo per il verificarsi di una serie di circostanze favorevoli ha messo in atto i suoi, e i nostri, pensieri.

Qualcuno ha alzato la mano, ma si tratta di persone che non hanno subìto gravi offese – non sto dicendo che una persona normale ammazzerebbe chi gli frega il posto al parcheggio – o di santi, ma sono pochi.

Non sto giustificando chi si vendica di qualcuno che non gli ha dato ciò che voleva.

Non parlo di pretese, di chi non riesce a imporre la propria volontà agli altri e ucciderebbe per questo; parlo di torti, di gravi torti, di violenze, ripetute nel tempo, esercitate da un prepotente deciso a sopraffare, in un ambiente in cui non c’è possibilità di essere difesi (la polizia, i giudici, lo metterebbero in galera, ma poi, dopo un po’ di tempo, uscirebbe, tornerebbe libero nella giungla e deciso a vendicarsi); parlo del film che ho visto ieri sera.

Fare i buoni è facile, se non ci si immedesima nelle situazioni.

«Tanti andranno a letto stasera e non sapranno di essere vigliacchi».

È una battuta di un personaggio di “Morti senza tomba” di Jean Paul Sartre (si tratta di un prigioniero dei nazisti che sta per essere torturato, sa che non ce la farà a resistere e denuncerà i compagni perché ha paura del dolore fisico); parafrasando questa battuta, si potrebbe dire: «Tanti andranno a letto stasera e non sapranno di essere er canaro».

L’odio, la vendetta, richiamano, per opposizione, l’amore cristiano, il perdono; ne parlano alcuni che si dicono cattolici, ripetono in continuazione il refrain: amore cristiano, porgi l’altra guancia.

Eppure si rivelano specialisti dell’odio quando si occupano, per esempio, del papa attuale, cioè del capo della loro chiesa, “scelto dallo Spirito Santo”, di cui non condividono le idee riformatrici (del papa e forse anche dello Spirito Santo).

C’è un sito in cui uno di quelli che vanno in giro con i santini e il rosario in tasca (così dice lui) non perde un’occasione per attaccare papa Francesco. Ha scritto in un libro: «Purtroppo il curriculum di papa Bergoglio è imparagonabile (a quello degli altri papi). Perito chimico, entra in seminario a 22 anni, compie gli studi filosofici e teologici previsti dalla formazione della Compagnia di Gesù. Non parla le lingue, (oltre al suo spagnolo, solo l’italiano),  non conosce granché il mondo perché non ha viaggiato fuori dall’America Latina, non riesce a conseguire il dottorato in teologia in Germania.» (Antonio Socci, Non è Francesco, Libri su Google Play, pagine visualizzate per concessione di Edizioni Mondadori).

È perito chimico (sottinteso: che cosa potrà mai capire di teologia?), non ha viaggiato, non è mai uscito dal raccordo anulare (si sa che la piccola America Latina si trova alla periferia di Roma).

C’è in questa elencazione un astio estremo, un vero e proprio disprezzo. Non viene minimamente presa in considerazione la possibilità che – nonostante Bergoglio sia, così viene descritto, un autodidatta, non possedendo (purtroppo?) i titoli “prestigiosi” degli altri papi – capisca di dottrina cristiana più di chi ha passato la vita ad accumulare titoli (accademici, di libri, ecc.).

L’odio trapela, in questo sito, anche dalla scelta delle foto di Francesco con cui è illustrato ciascun articolo: sono scelte in modo da mettere il papa in ridicolo o da farlo apparire come un uomo feroce, una specie di anticristo (vedi, per esempio, 27 aprile 2017).

Ma queste persone, così sicure delle proprie idee, della propria fede, della propria conoscenza dei testi (padri della chiesa, visioni, profezie), avranno mai un dubbio che le trattenga dal colpire pesante il Papa? Il Papa che, secondo loro, è scelto dallo Spirito Santo e, secondo me, è indubbiamente una brava persona, una persona alla mano, non fissata con la dottrina.

Possibile che solo gli eruditi possano recepire il messaggio cristiano? Cristo si è fatto appendere sulla croce, come dicono di credere, per lasciare un messaggio accessibile solo ai laureati in teologia?

Tutto questo casino (non si può dire che abbia avuto una vita tranquilla) per alimentare discussioni feroci tra persone indisponibili ad ammettere il minimo dubbio: è uno, è trino; era proprietario della tunica che indossava, no, gliel’avevano imprestata; i preti devono essere solo maschi, privi di spinte sessuali (praticamente castrati); il matrimonio è indissolubile, si annulla solo a chi ha i soldi per accedere alla Sacra Rota (principesse varie che annullavano matrimoni rati e non consumati, pur avendo figli), ecc … ecc.

I sacri principi! Da difendere con le unghie e con i denti. Peccato non poter accendere gli allegri roghi con i quali si arrostivano gli eretici!

Io c’ero quando Cristo pronunciò la famosa frase che utilizzano per giustificare Il loro irrigidimento su ogni virgola (Mt 5,37 «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno»).

Ero presente e mi ricordo che aggiunse: «Dite anche forse, quando non siete sicuri, perché la fede incrollabile, la certezza cieca sono segno di presunzione o di stupidità; il dubbio è la sola realtà umana». «Pensate che anch’io ho dubbi,», disse, «ne avrò persino sulla croce». «A volte non so più neanch’io chi sono». «La vostra attesa del soprannaturale mi confonde; volevo solo spiegarvi un modo per vivere meglio, voi pretendete da me l’assoluto».

Questo disse, in un momento di pausa, ma forse ricordo male o me lo sono inventato (la stessa cosa potrebbe dirsi per gli evangelisti).

Forse queste frasi non le ho sentite veramente pronunciare da Cristo (non vorrei che qualcuno mi mettesse tra i visionari a cui prestare cieca fiducia), ma è verosimile che le abbia dette o le abbia pensate; in fondo, le altre frasi sono state riportate da gente che le ha sentite in mezzo a una folla rumorosa, non mi sembra che abbiano attestazioni di autenticità più certe delle parole che ho immaginato io.

Quando penso all’amore di cui tanti cattolici si riempiono la bocca ogni domenica («scambiatevi un segno di pace, poi continuate a odiarvi»), quando penso alla cattiveria di cui Cristo parla in Marco 10,18 «Non chiamarmi Maestro buono, nessuno è buono se non Dio solo», mi viene in mente l’odio che serpeggia all’interno della chiesa.

E qui siamo solo in un contrasto di idee (forse), figuriamoci quando il contrasto investe interessi personali, quando ci si ritiene vittima di soprusi, quando i soprusi colpiscono le persone a cui vogliamo bene, si ripetono continuamente, si può prevedere che si ripeteranno per un tempo indefinito.

Anche una pecora si ribella se non ha una via di fuga e qualcuno continua a tormentarla.

È successo al canaro, protagonista di un fatto di cronaca sconvolgente negli anni ’80 («Quando sei qui con me …» cantava Mina, con una bellissima sospensione su «Quando», un’altra su «sei», poi l’improvvisa accelerazione: «qui con me»), un fatto di cronaca nera che ha ispirato due registi.

Il primo, Sergio Stivaletti, ha realizzato un film (“Rabbia furiosa – Er Canaro”) che insiste sull’aspetto splatter della vicenda (la descrizione delle torture, il sangue); non andrò a vederlo perché vedo raramente film di questo genere (solo se m’incuriosisce il regista).

Il secondo, Matteo Garrone, ha fatto “Dogman”, che ho visto ieri al cinema Flora Atelier, nell’ampia piazza Dalmazia, resa bella dalla gente che si godeva la giornata di sole, seduta sulle panchine o a passeggio, succhiando il gelato tra gli strilli dei bambini.

Un’immagine di pace, rilassante, in contrasto con la tetra scenografia del film, girato nel Villaggio Coppola (ciò che rimane di questo schiaffo a qualunque logica di tutela del territorio), alla periferia di Castel Volturno (la vicenda originale si era svolta alla Magliana).

I colori, i volti, gli ambienti sono quelli prediletti da Matteo Garrone, con i quali il regista dà il massimo della sua capacità di rappresentazione di un mondo squallido, rassegnato, che convive con la modernità senza esserne sfiorato, molto diverso da “Il racconto dei racconti – Tale of Tales”, il film precedente tratto dal Pentamerone di Gian Battista Basile, deludente già a cominciare dal titolo (vuoi mettere con il titolo originale: “Lo cunto de li cunti”? Non c’è paragone).

Mi sarei aspettato un film in napoletano del seicento, la bellissima lingua del capolavoro dello scrittore giuglianese, con didascalie in italiano per far capire agli spettatori il senso delle varie storie.

Invece è stata eliminata la parte più bella, il meraviglioso suono dell’antica lingua napoletana, perdendo il cinquanta per cento del fascino di queste favole; oltre a questo, secondo me, lo stile realistico, quasi documentaristico, di Garrone non è il più adatto a rappresentare il mondo onirico delle favole di Basile.

In “Dogman”, fra gli edifici lividi di questo inferno di periferia, si distingue il negozio per la toelettatura dei cani che dovrebbe servire a un piccolo, pover’uomo, a riscattarsi da una vita di disperazione e di miseria.

Il piccolo uomo (accento calabrese, voce vera, non da scuola di teatro) arrotonda spacciando cocaina, ha una figlia che ama, accudisce con affetto i cani che gli sono affidati, è ben inserito nella piccola comunità di persone che tirano avanti come possono, con attività al limite della legalità; finiti i lavori, di sera gli uomini si divertono giocando a calcio nel campetto.

Questo ambiente è descritto con poche pennellate da grande pittore.

Nel quartiere abita, con la madre, un omone, pugile dilettante, che dà fastidio a tutti, tanto che qualcuno vorrebbe organizzarne l’omicidio (nella giungla non c’è altro modo per difendersi).

Il toelettatore di cani è l’unico che lo sopporta, cerca di tenerselo buono, di placarlo, lo chiama Simoncino, gli fornisce la cocaina, lo aiuta quando viene ferito, un po’ per paura, un po’ perché è buono di carattere, si vede da come si comporta con i cani.

Addirittura, a un certo punto si fa un anno di carcere per colpa sua, per non denunciarlo (non per omertà ma per paura).

Nel carcere poche scene, due o tre pennellate mentre, spaesato, terrorizzato, raggiunge la sua cella, le coperte piegate sulle braccia tese, in un ambiente pauroso, una bolgia infernale.

All’uscita dal carcere il piccolo uomo è incattivito, non vuole più subire, cerca di farsi restituire la sua parte di refurtiva, reagisce, nonostante la paura.

Quando il pugile riprende il suo atteggiamento violento, decide di vendicarsi, attirandolo in una trappola.

Lo tortura.

Matteo Garrone non fa cinema splatter e, fortunatamente, non insiste sui particolari che sono emersi dalla vicenda vera del canaro; asciuga molto questa parte mantenendo la coerenza del suo personaggio: un uomo buono che fa male per paura e per disperazione.

Lo uccide.

Porta il cadavere in un campo per bruciarlo, ma, sentendo le voci degli amici che giocano a pallone nel campetto, spegne il fuoco, se lo carica sulle spalle – qui il grande pittore costruisce un’immagine capolavoro che, giustamente, va nel manifesto del film – faticosamente lo trascina vicino alle case, perché vuole che tutti sappiano che è stato lui a liberare il quartiere da quella peste.

Matteo Garrone ha rivelato in un’intervista che il primo a cui aveva pensato per interpretare la parte del canaro era stato Benigni, il quale non accettò la proposta.

È stata una fortuna per il film, innanzitutto perché ha consentito al regista di scoprire questo talento sconosciuto, Marcello Fonte: una vita difficile che ha potuto riversare tutta intera sullo schermo.

Poi perché, nonostante la grande ammirazione per Benigni, non credo che avrebbe potuto trovare in sé la disperazione senza fine di questo personaggio.

Sarebbe accaduto come nel film “Un borghese piccolo piccolo” (Mario Monicelli), che in tutta la prima parte – la ricerca di un lavoro per il figlio – ha un tono farsesco, dovuto alla presenza di Alberto Sordi, un tono assolutamente inadeguato al dramma disperato che inizia dopo l’uccisione del ragazzo.

È come se il film fosse diviso in due parti: farsa e dramma. Questo non va bene.

Sarebbe successa la stessa cosa se la parte di dogman fosse stata affidata a Roberto Benigni: si sarebbe oscillato tra farsa e dramma, un po’ com’è avvenuto nel suo film più premiato, ma non il più riuscito: “La vita è bella”.

La storia raccontata in questo film è un dramma vero, profondo, disperato, che non ha niente di farsesco, nulla che possa consentire di allentare per un attimo la tensione: il dramma della violenza cieca e incontrollabile che genera altra violenza cieca e incontrollabile.