(26 maggio 2018 h 18.30)
Cinema Arsenale Pisa – vicolo Scaramucci, 2

Se esiste l’inferno (pare che anche il Papa ne dubiti), certamente ci andranno a finire i mafiosi, i camorristi, gli assassini che hanno ammazzato la gente per motivi abbietti.

Però all’inferno, se esiste, non sapranno dove mettere i fessi che, principalmente negli anni settanta, ma anche in seguito, hanno commesso delitti, distrutto famiglie (le proprie e quelle delle loro vittime), per giocare a fare la rivoluzione.
Anche ai diavoli faranno schifo quelli delle brigate rosse e i corrispondenti, apparentemente opposti, in realtà uguali, terroristi neri.

Non sapranno dove sistemarli all’inferno, che certamente meritano, perché molti di quei delinquenti hanno commesso delitti per pura e semplice presunzione.
Credevano di essere intellettuali impegnati, rivoluzionari di professione; si inerpicavano continuamente su percorsi ideologici più complicati della scalata dell’Everest, avevano letto qualche libro, di quelli che andavano di moda, qualche manuale di guerriglia dei tupamaros uruguaiani, i diari del Che, di cui si erano invaghiti.
Naturalmente leggevano senza riflettere sulla difficoltà di trasferire il contenuto delle letture a contesti diversi; prendevano tutto per oro colato, tutto alla lettera, ragionavano all’interno di un quadro generale assunto con atteggiamento fideistico.

Dicevano di muoversi come avanguardia della classe operaia e, effettivamente, alcune azioni di “guerriglia urbana” – se così si può chiamare l’incendio di una macchina o la scazzottatura di un capo del personale che stava sullo stomaco a qualcuno – avevano avuto un certo successo presso gli operai di qualche fabbrica milanese; almeno così dicono.
Da qui ad affermare che questa approvazione, mai verificata, li autorizzasse a proporsi come guida della classe operaia, ne corre.

La loro fede era il marxismo-leninismo, che i più conoscevano per sommi capi.

Avevano orecchiato alcuni concetti, letto qualcosa: Il Manifesto, perché è breve; Il Capitale, non più di un paio di pagine; le riviste, vado a memoria: Quaderni Rossi.
Leggevano tutti quei fogli ciclostilati, prodotti in continuazione da qualcuno che aveva letto qualcosa in più e procedeva per affermazioni non dimostrate.
Dentro c’era un po’ di Marx, un po’ di Lenin, due fette di Stalin, una spruzzatina di Mao.
Imparavano gli slogan; frasi semplici, che, come accade con la pubblicità, servivano a spingere un comportamento, a motivare, a creare un’atmosfera.
Mai una riflessione.
Le citazioni evocavano la fede.

Il senso critico non se la passava liscia a quei tempi.
I più pericolosi erano i meno coscienti della propria drammatica situazione intellettuale.
Erano giovani, sì; ma quanto fessi!
Personalmente mi escludo, insieme a tanti altri, perché il senso dell’umorismo, l’ironia, il distacco dalle cose, coltivati fin dalle prime letture, anche una insicurezza radicata, la paura di sbagliare, mi hanno sempre spinto a mettermi in una posizione di osservatore. Sempre, in qualunque situazione, ho preferito non abbracciare fino in fondo la fede di chi mi stava intorno.
Pur frequentando quegli ambienti (ero un giovane studente: in paese facevo vita casalinga, all’università non c’era scelta, c’erano solo i gruppuscoli) mi mettevo a osservare gli altri con curiosità e finiva, sempre, che, per fortuna, scivolavo fuori.
Ero, per fortuna, inaffidabile (arrivavo sempre in ritardo) e, per merito, cosciente dei miei limiti, come il professore di De Crescenzo, che chiedeva: «Ma questa lotta dev’essere per forza continua?».

Lo scenario della gioventù studentesca negli anni settanta è rappresentato in modo arguto, ma sconsolato, da Vittoria Ronchey in Figlioli miei, marxisti immaginari, Ed. BUR, 1975 (in copertina corteo di giovani stilizzati, sciarpa rossa, bandiere al vento, vuote, prive di simboli e di parole).

Naturalmente c’erano anche i teorici, che avevano letto tutto o così facevano credere (non era difficile in mezzo a tanta ignoranza).

Sicuramente a questo disastro aveva contribuito la progressiva distruzione della scuola avvenuta negli anni precedenti e proseguita fino ad oggi con la semplificazione dei programmi scolastici.
L’eliminazione del latino dalla scuola media fu il primo passo, una tragedia di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze e ci ricordiamo ogni volta che sentiamo qualcuno massacrare la lingua italiana in televisione.
Abolito lo studio della lingua latina (Rosa, Rosae …, le Fabulae di Fedro, il De Bello Gallico, che, nella media classica, si studiavano e si traducevano), i professori di lettere parlavano di Lingua madre a ragazzi che non avevano idea di come fosse organizzata. Parlavano di Storia della lingua senza mai entrare nei dettagli.
Discorsi sempre generici e, quindi, noiosi.
Si fece un passo avanti riducendo al minimo anche lo studio dell’organizzazione della lingua italiana. Si abolì la memoria. L’acquisizione di fatti, dati, scansione dei tempi, regole, dettagli, fu bollata come inutile nozionismo.

Nozionismo divenne la parola chiave per giustificare il rifiuto dell’impegno nello studio, insieme all’espressione “cultura borghese”.

Se non si aveva voglia di studiare una cosa, si diceva: nozionismo, o cultura borghese.

I classici della letteratura? Cultura borghese.
Il congiuntivo imperfetto del verbo andare? Nozionismo.
Le poesie a memoria? Cultura borghese e nozionismo.

Gli alunni facevano le ricerche, cioè copiavano dalle enciclopedie, poi, con l’avvento dell’informatica, ai giorni nostri, si è passati al copia e incolla da un’unica fonte: Wikipedia.
Alcune idee sulla scuola erano entrate nella testa di tutti attraverso libri come Lettera a una professoressa, un libro che ha fatto del bene, ma, come capita, anche molto male (la colpa non è del libro, del film, della statua, del quadro, ma di chi lo usa).

Basta un niente: applichi i concetti espressi in un libro meritevole e onesto a contesti diversi e il guaio è fatto. Come i conflitti sociali in Italia non erano paragonabili ai conflitti presenti nei paesi in via di sviluppo, come le democrazie occidentali non erano paragonabili ai regimi militari, così gli alunni delle nostre scuole non venivano tutti dai campi, come a Barbiana.

Un concetto semplice, elementare, non compreso dai terroristi nostrani e dai riformatori fanatici che vollero realizzare la scuola di massa a scapito della qualità.
A nessuno venne in mente, neanche a don Milani, purtroppo, che si potesse cercare di costruire una scuola pubblica, gratuita, accessibile a tutti, ma di alta qualità: selettiva per il merito, non per la classe sociale di appartenenza.

L’eliminazione del merito, l’affermazione del diritto di chiunque, anche non capace e non meritevole, di conseguire qualunque titolo di studio ha avuto come risultato la rarefazione della competenza; quando si va dal medico bisogna sperare che il dottore non abbia studiato negli anni del sei politico a scuola o del diciotto garantito, degli esami collettivi all’Università.
Ora sono rimasti pochi vecchietti in quelle condizioni, probabilmente in pensione, ma purtroppo le loro idee hanno fatto scuola, sono penetrate all’interno degli organi decisionali, impegnati a impedire l’affermazione di una scuola seria, di un’università meritocratica.

La moltiplicazione delle sedi (quando apriranno una sede universitaria a Calcestrozzo di sotto, nello stesso edificio della scuola elementare?), la moltiplicazione dei titoli (Biologo con indirizzo igiene delle latrine nelle città del nord-est) e l’inutile corso triennale (non si è mai capito a cosa serva, forse a mettere un diploma appeso alla parete) hanno contribuito a ridicolizzare studi che dovrebbero essere seri, selettivi, impegnativi e sostenuti da un’antica tradizione.
I sindaci dei paesini oramai si presentano alle elezioni con il programma “Apriamo anche qui una sede universitaria”, con obiettivo sottinteso: una laurea per tutti i paesani e una libera docenza per i più svegli.

Il libro di Vittoria Ronchey, prima citato, è il diario di una professoressa di liceo che si trova a fare un’esperienza traumatizzante in una scuola “impegnata”. A pag. 79 è scritto:

«È per questo che sono purtroppo divenuta convinta, con sofferenza, che gli utopisti più pericolosi del nostro tempo – ancor più che gli urbanisti, i sociologhi ideologizzanti o i rivoluzionari anarcoidi – sono alcuni pedagogisti. Il principio pedagogico più pericoloso è che l’apprendimento dev’essere facile, privo di qualsiasi ostacolo, rispondere all’immediato interesse di chi ascolta (vero o falso che sia) e non ai suoi possibili interessi futuri.»

Condivido totalmente.

Erano anni in cui un movimento politico poteva chiamarsi Lotta Continua senza suscitare ilarità (che c’è di continuo nella vita? Poche cose, essenzialmente legate alle funzioni fisiologiche).

L’arguzia napoletana soccorre in un libro o in un film (non ricordo) di Luciano De Crescenzo; la domanda, che ho già citato, del professore: «Ma questa lotta dev’essere per forza continua?».

Purtroppo il partito che aveva contribuito più degli altri alla liberazione dal nazifascismo, il PCI, stentava a liberarsi da un fondo di doppiezza (i cossuttiani facevano la guardia) destinato a trasferirsi alle nuove generazioni.
Uno dei fondatori delle brigate rosse, Alberto Franceschini, proveniva dalla Federazione giovanile del PCI di Reggio Emilia, era figlio e nipote di partigiani, eppure non gli avevano insegnato che la democrazia – quella concreta, fatta di elezioni, parlamento, confronto con gli avversari politici, mediazioni, compromessi storici e non, quella che con disprezzo definivano borghese ed è costata lacrime e sangue – è patrimonio di tutti.

Non possiamo, però, prendercela unicamente con l’ambiente (la scuola, la famiglia, il partito) incapace di trasmettere i valori fondanti della nostra civiltà; c’è la responsabilità individuale, ci sono i comportamenti liberamente decisi da chi passa all’azione eliminando ogni dubbio e, senza se e senza ma, si spinge da solo verso scelte sempre più catastrofiche e irreversibili.

Renato Curcio aveva fatto parte della galassia degli assistenti di Francesco Alberoni, preside della facoltà di Sociologia e poi, dal 1968 al 1970, rettore dell’Università di Trento (Alberto Franceschini, Pier Vittorio Buffa, Franco Giustolisi – Mara, Renato e io – Oscar Mondadori, pag.22).

Si tratta di quell’Alberoni che, in seguito, avrebbe pubblicato Innamoramento e amore, L’erotismo, Il volo nuziale.
Per questi volumi è stato definito “sociologo da salotto”; anche “il banal grande”; definizioni che condivido (basta leggere l’incipit dei suoi libri per curare l’insonnia), a cui aggiungerei quella di “primo tuttologo televisivo”.
Di lui disse Renato Curcio: «Alberoni ci prese sotto la sua ala e ci aprì una strada concreta».
Curcio superò tutti gli esami a Sociologia, tranne, per scelta politica, l’esame di laurea.
Dopo essere sparito dagli schermi televisivi per qualche tempo (non che se ne sentisse la mancanza!), Alberoni è ricomparso a novant’anni, candidato alle europee del 2019 (non eletto) per il partito che fa a gara con la lega a chi sta più a destra: Fratelli d’Italia.
Altra perla di Curcio su Alberoni: «ebbe l’idea di trasformare Trento in una specie di Francoforte: un’università sperimentale in cui si esprimessero tutte le tensioni che erano nell’aria». Scrisse Giorgio Bocca: «Tutti gli avventurosi, gli utopisti, gli spostati della penisola vi si diedero appuntamento». (Francesco Merlo, la Repubblica, 21/05/2019).

Franceschini, Curcio e gli altri fondatori delle brigate rosse avevano fatto dei gesti squadristici: missioni punitive, incendi di locali adibiti a garage, sequestri di dirigenti industriali, fino a colpire un magistrato: il giudice Mario Sossi, sequestrato il 18 aprile 1974, tenuto prigioniero fino al 23 maggio. Il procuratore di Genova Francesco Coco, che aveva, giustamente, impedito la liberazione dei delinquenti chiesta dai brigatisti in cambio del prigioniero, fu ucciso due anni dopo, insieme ai due uomini della scorta: Giovanni Saponara e Antioco Deiana.

Franceschini, Curcio e compagni non si erano spinti ad organizzare omicidi, anche se l’uccisione dei sequestrati e dei carabinieri rientrava nelle possibilità prese in considerazione (nessuna remora morale, altro fallimento dell’ambiente cattolico di base da cui alcuni provenivano, altra scelta individuale di cui sono responsabili).

Abituandosi sempre più all’esercizio della violenza pseudopolitica – chissà quanti dirigenti di azienda e quadri intermedi erano aggrediti solo perché stavano sullo stomaco a qualcuno, quante vendette personali erano mascherate da giustizia proletaria – e alle rapine per autofinanziarsi, si esaltavano con la sensazione di poter risolvere in quel modo la complessità del conflitto sociale e la durezza dell’impegno lavorativo: niente discussioni (o solo tra di loro), trattative, scioperi, niente orario di ufficio o alla catena di montaggio; bastava entrare in una banca e dire «Questa è una rapina» (stando attenti a non rifare la gag di Woody Allen in Prendi i soldi e scappa).

Franceschini aveva pensato di rapire Andreotti; riuscì a seguirne i movimenti. Andreotti andava a messa, senza scorta, ogni mattina presto, sempre nella stessa chiesa. Franceschini arrivò fino alla preparazione del piano, poi, fortunatamente, fu arrestato e tolto dalla circolazione (8 settembre 1974), insieme a Curcio. L’operazione fu condotta dal generale Dalla Chiesa, con l’utilizzo di un infiltrato famoso: frate mitra.

Non sappiamo che cosa sarebbe accaduto se avesse portato a compimento il rapimento di Andreotti. Probabilmente lo avrebbe chiuso in un bugigattolo, torturato psicologicamente, interrogato inutilmente. Si sarebbe fatto strumentalizzare dai servizi deviati di vari paesi (compreso il nostro), l’avrebbe ucciso. Avrebbe fatto ciò che i suoi degni successori alla guida delle brigate rosse poi fecero con Moro.

Il comportamento di questa banda di incoscienti era iscritto nell’automatismo delle loro reazioni. Esattamente come le oche di Lorentz ripetevano comportamenti dettati dall’imprinting e non distinguevano l’oca madre da uno straccio agitato al momento della dischiusa delle uova. Le ochette Franceschini, Curcio e compagni reagivano meccanicamente a input esterni. Non è necessario andare alla ricerca di grandi vecchi (grandi coglioni) interni all’organizzazione; erano perfettamente manovrati, senza rendersene conto, da chi, all’esterno, aveva interesse a destabilizzare l’Italia. Bastava agitare uno straccio.

I fessi si arrabattavano, organizzavano, ammazzavano, si facevano ammazzare, si illudevano di condurre il carretto, come la mosca sulla coda dell’asino.

I delinquenti che erano stati sistemati per tempo nelle patrie galere festeggiavano lugubremente, con frasi fatte pescate da Curcio nell’ozio della prigione, gli omicidi commessi dai compagni che avevano preso le redini dell’organizzazione.

Questi non si astennero dal trasformarsi in una banda di assassini, gettando la maschera delle motivazioni ideologiche.

Arrivarono persino ad ammazzare uno che non c’entrava nulla, il fratello di Peci, per ritorsione (e chissà quanti altri furono variamente feriti e uccisi solo perché stavano sullo stomaco a qualcuno).

Nell’organizzazione dei delitti erano bravi: approfittavano delle carenze di un apparato statale inefficiente, infiltrato di altri delinquenti, piduisti o golpisti da operetta, e di raccomandati.

A loro favore giocava anche il distacco rispetto alla realtà delle cose: traducevano “ammazzare freddamente dei poveri poliziotti” con “neutralizzare la scorta”.

Ma, soprattutto, a loro favore giocava l’adesione incondizionata, senza se e senza ma, a teorie da loro stessi elaborate.

I più imbecilli tra loro, quelli che erano più degli altri privi di dubbi, comandavano. È una regola generale di ogni banda: i più presuntuosi, i più decisi dettano la linea.

Basti pensare che uno dei concetti continuamente ripetuti nei volantini di rivendicazione dei delitti, la lotta contro il cosiddetto SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali), era un parto del cervello, se la parola non è eccessiva, di Franceschini.

Questo l’ho sentito dire dallo stesso Franceschini, intervistato da Sergio Zavoli in una trasmissione televisiva di diversi anni fa, ora accessibile su RaiPlay, La notte della Repubblica, una ricostruzione puntuale, completa di quegli anni con interviste ai protagonisti.

Organizzavano sequestri, rovinavano persone, famiglie (le proprie e quelle delle vittime) sulla base di una pensata di Franceschini. Incredibile.

Ho dovuto fermare il programma e farlo tornare indietro per essere sicuro di avere sentito bene. Incredibile.

S’inventavano una cosa e quella cosa diventava l’interpretazione della realtà, in base alla quale compiere delitti, senza dubbi, senza se e senza ma.

Nella stessa trasmissione c’è un’intervista a Patrizio Peci, pentito dopo avere partecipato a molte azioni delle brigate rosse.

Trascrizione

Zavoli: «Senta Peci, ammesso che si possano fare graduatorie di questo tipo, c’è un omicidio che le pesa più di altri sulla coscienza?»

Peci: «Più degli altri … sì, bè, uno. È quello di un dirigente della Lancia che … si era andati per azzopparlo … poi il compagno che doveva sparare sparò tutto il caricatore e questo ebbe un infarto e morì. Diciamo che mi pesa di più perché, andando via, c’era Nadia Ponti, incontrai Nadia Ponti che mi disse: “guarda, ho visto l’autoambulanza con dei poliziotti dentro che avevano delle facce incredibili, penso che l’abbiamo fatta grossa, penso che ci sono delle complicazioni”. In quel momento mi è un po’ gelato il sangue perché anch’io avevo visto che c’era qualcosa che non andava. Cioè, normalmente, quando si colpisce qualcuno alle gambe, il personaggio urla. Questo urlava, effettivamente all’inizio, però, mentre andavo via, ho sentito che questo non urlava più. Infatti io in macchina ho detto a quello che ha sparato, gli ho detto: non è che per caso l’hai colpito alla pancia, non hai osservato bene le regole per non colpirlo in organi vitali? Lui ha detto: guarda, sono stato attento. Però rimaneva il problema di questo che non urlava. Questa cosa qui mi ha colpito abbastanza.»

Zavoli: «E per quelli che non urlavano le si gelava il sangue?»

Peci: (dopo un po’ di esitazione e di farfugliamento) «Si gelava il sangue, era sempre una vita tolta, quindi c’erano dei problemi, io sto dicendo che, rispetto a questo, c’erano più problemi di quanti ne avessimo normalmente. Le faccio un altro esempio. È capitato che dovevamo azzoppare una persona e l’abbiamo bloccata. Io ne avevo fatte già abbastanza di queste azioni, però era la prima volta che bloccavamo una persona. Questa persona fu bloccata, però era la prima volta che avevamo un contatto diretto. E questo mi fa: “per favore non mi sparate alle gambe”. Lì sono rimasto veramente male, anche perché gli altri due che erano con me, quindi questa non è una cosa che ho avuto soltanto io, anche se questa cosa poi non l’abbiamo più ripresa, mi guarda in faccia, io mi sono trovato a non sapere che fare. Se non la faccio sono cacciato dall’organizzazione. Allora ho detto: sparagli solo un colpo. In effetti fu tirato un colpo, può sembrare una cosa cattiva, però in quel momento, il fatto di avere il contatto umano con la vittima … già era cambiato qualcosa. In altri casi si sparavano tre, quattro, cinque colpi, anche in maniera cattiva qualche volta … invece lì, avendo il contatto umano, scambiandosi due parole, guardandosi negli occhi … c’è stata questa … diciamo questa … questa diversità. Può sembrare niente per chi è al di fuori, però per me è tanto, specialmente pensandoci ora.»

Zavoli: «Il contatto umano implicò di fare uno sconto in quel caso. Bisognava far tornare molti conti, facendo quel mestiere.»

Grande Zavoli!

Tutti o quasi tutti questi delinquenti sono, in un modo o nell’altro, a piede libero.

Alcuni se ne sono andati per sempre; per esempio Prospero Gallinari, che partecipò all’organizzazione di molti delitti, fra i quali l’uccisione a freddo e premeditata dei poliziotti di scorta a Moro: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino.

Altri hanno scontato una pena, ma non si capisce perché, condannati all’ergastolo, siano liberi e possano lanciare le loro farneticazioni e ingiuriare le loro vittime attraverso facebook (recente episodio Balzerani).

Forse hanno dimostrato di essersi rieducati, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Se lo dice il giudice, sarà così.

Però questi rieducati dovrebbero stare attenti a non rivendicare con orgoglio il proprio passato: non riconoscevano lo stato, poi, per convenienza, hanno chiesto le riduzioni di pena, hanno cercato di convincere un giudice (i giudici erano i loro primi bersagli) di essere diventati bravini.

Grazie alle regole dello stato borghese e alla decisione di un giudice, che odiavano, hanno avuto la possibilità di rifarsi una vita, mettendo tra parentesi le loro vittime.

Altri ancora si sono dissociati o pentiti; la differenza è che i pentiti hanno denunciato i loro complici e hanno corso molti rischi, i dissociati non hanno denunciato nessuno e hanno solo detto: forse abbiamo sbagliato, vabbè, non ci pensiamo più – e non si sono preoccupati dei delitti che i loro ex complici avrebbero continuato a compiere.

Si sono illusi di salvare la faccia: la scelta di Ponzio Pilato, la più comoda in quella situazione (e ogni tanto qualcuno di loro frigna perché in quel periodo i “compagni” li isolavano e li consideravano “rinnegati”).

Ora si fanno intervistare, purtroppo non da giornalisti seri, severi come Sergio Zavoli, per spiegare a loro modo quegli anni senza obiezioni.

Fra i dissociati (quelli di “… scurdammece ‘o passato”) c’è Valerio Morucci, che scandiva: «Via Caetani … CCae-ttani» con la voce nasale, il tono burocratico («Via CCae-ttani, prenda nota, ha scritto? non abbiamo tempo, dobbiamo chiudere la pratica»), per annunciare dove i familiari avrebbero trovato il corpo della vittima.

Ora è libero; in un’intervista del 2001 a Claudio Sabelli Fioretti si lamenta di “vivacchiare”, di avere difficoltà a lavorare per essersi troppo esposto, parla male di Franceschini – secondo lui odiava Moretti perché era innamorato di Mara Cagol, la moglie di Curcio, che, sempre secondo lui, era stata con Moretti; poi racconta che quando lui, Morucci, si è dissociato, voleva farlo ammazzare per interesse personale: piccole rivalità, pettegolezzi, meschinità di piccoli uomini.

Morucci si è rifatto una famiglia, forse dorme sonni tranquilli.

Afferma di non esprimere rimorso per i delitti commessi perché, secondo lui, prima dovrebbe avere rimorso chi ha lanciato le bombe su Belgrado. Uno strano modo di ragionare. Allora qualunque assassino può dire la stessa cosa, qualunque delitto è giustificato. Con questo ragionamento, anche Hitler, intervistato all’inferno, potrebbe dire: io ho organizzato lo sterminio degli ebrei, ma quegli altri hanno lanciato due bombe nucleari. Tutti colpevoli, tutti assolti? Le solite stronzate. Il solito modo di trovare alibi, scuse, giustificazioni, di alzare la mano con il ditino puntato: «È stato prima lui!».

Anche la ex compagna di Morucci e complice di quegli anni, Adriana Faranda, recentemente intervistata, sorridente, da Ezio Mauro, si è rifatta una famiglia. Ora fa la fotografa e forse dorme sonni tranquilli.

Dichiara, sempre a Sabelli Fioretti – che non fa obiezioni – testualmente: «Finché l’organizzazione è attiva non si può chiedere a membri che ne hanno fatto parte di raccontare quello che è accaduto con nome e cognome dei protagonisti».

Chissà come se la coccolano nei salottini intellettuali! Compagna del grande fotografo, ex complice di assassini, autrice di ben due azzoppamenti (Emilio Rossi e un professore universitario), del ferimento di due agenti della Digos; un curriculum di tutto rispetto.

Qualcuno vuole spiegare a questa signora fotografa – mentre i suoi compagni torturavano Moro (si chiama tortura) e, dopo che avevano trucidato cinque poliziotti, faceva diligentemente la “postina” delle br – che questo si chiama O.M.E.R.T.À?

Immagino la precisione con cui svolgeva il proprio compito – paragonabile alla precisione dei ragionieri della camorra – mettendo a tacere i dubbi che, spero per lei, forse aveva, per … Per che cosa? Fede nella causa? Fiducia nei confronti di quegli scalzacani che non dovevano sembrare molto in sé?

Se aveva dei dubbi, perché non si comportava in modo conseguente? Come ha fatto ad accettare l’uccisione a freddo dei poliziotti della scorta? Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino.

Come ha fatto ad accettare l’uccisione a freddo di Moro?

Non è che mi dispiaccia se questi due, e altri che hanno combinato tanti guai, dormono tranquillamente, se nessuna immagine insanguinata di un uomo che implora misericordia disturba il loro sonno.

Il problema è che nessuno ammette apertamente, senza giri di parole: «Ero uno stronzo (o una stronza, a seconda). Credevo di avere capito tutto, invece non avevo capito niente, ero influenzato/a da altri più stronzi di me o intenzionati a strumentalizzarmi per giocare a fare i capi guerriglieri.»

Se, una volta per tutte, chiedessero perdono alle vittime, dirette e indirette, della loro stronzaggine (senza cercare giustificazioni con i delitti degli altri o con il “clima” di quegli anni o con i “comunisti” uccisi dalla polizia o con le stragi di stato, mescolando situazioni, vicende, episodi molto diversi tra loro), denunciassero i furbi che se la sono cavata pur essendo colpevoli come loro o peggio di loro, e poi sparissero nell’ombra – «Vuole intervistarmi? No grazie, ho detto tutto, proprio tutto nel processo, senza proteggere nessuno, ho fatto arrestare tutti i miei complici, perché è l’unico modo per salvare il mio onore, perché non voglio essere responsabile, anche solo per omissione, di altri delitti, perché non si può ricominciare a vivere coltivando l’omertà, perché i feriti, gli azzoppati, i familiari dei morti hanno il diritto di sapere nome, cognome e indirizzo degli assassini (possibilmente l’indirizzo: carcere di San Vittore, cella numero …)» – si potrebbe anche cercare di dimenticare quello che hanno combinato e chiuderla lì.

Invece stanno sempre a spiegare, a contestualizzare, ad argomentare, a presentare le cose a modo loro, qualche volta addirittura a mettersi in cattedra, a proporre soluzioni. Soluzioni di che? Fortunatamente li abbiamo sconfitti e solo perché sconfitti si sono arresi (in vari modi, scegliendo ognuno quello che più gli conveniva).

Quando li sento spiegare le cose a modo loro – col linguaggio dei volantini che non hanno mai dismesso, pentiti perché non hanno vinto, incapaci di fare tutti i conti (come dice Zavoli) con un passato di spietati assassini e di complici di assassini (quante persone facevano parte del commando che trucidò la scorta di Moro? Nove, secondo il memoriale Morucci nella prima stesura, più di dodici, rispondendo, lo stesso Morucci, a una domanda dell’onorevole Luciano Violante in un’audizione della prima Commissione Moro) – mi dispiace di non credere ai fantasmi.

La cosa che proprio non si può digerire è che alcuni di questi delinquenti, condannati all’ergastolo nei tre gradi di giudizio, non abbiano fatto neanche un giorno di carcere.

Per esempio quello che fa rivoltare nella tomba un eroe risorgimentale ogni volta che lo nominano: Cesare Battisti *(vedi Post Scriptum).

Sono stati protetti dall’assurda “dottrina Mitterand”, che consentì a molti delinquenti (erano contro lo stato imperialista delle multinazionali, ma si facevano aiutare volentieri dallo stato francese) di non essere catturati, nonostante fossero inseguiti da condanne definitive per reati gravissimi emesse da tribunali italiani (poi ci si domanda di chi è la colpa delle recrudescenze del terrorismo brigatista e delle altre vittime che ha mietuto).

Cambiati i tempi, questa assurda teoria è stata abbandonata dalla Francia, costringendo delinquenti ricercati, come Battisti, a cercare rifugio in altri paesi.

Il film, non a caso francese (regista italiana), che ho visto al cinema Arsenale di Pisa, racconta la storia di uno di questi assassini, riuscito a sfuggire per vent’anni la pena dell’ergastolo a cui un tribunale italiano lo aveva condannato per l’uccisione di un giudice.

Nel 2002 un professore universitario, favorevole all’abolizione dell’articolo 18, viene ucciso da terroristi che si ispirano al gruppo fondato in altri tempi dal delinquente rifugiato in Francia.

Il clima politico è cambiato, così il terrorista, forse ex, rischia l’estradizione in Italia.

Comincia la fuga, il tentativo di scappare con i documenti falsi in Nicaragua, l’ultimo paese disposto ad accoglierlo.

Nella fuga, seguendo una vecchia abitudine, cattura la figlia adolescente, non letteralmente ma esercitando una forte pressione psicologica e un ricatto affettivo.

La ragazza non ne può più.

Il padre non pensa neanche per un attimo di lasciarla libera di vivere la propria vita, libera di fare le proprie scelte (non è una bella prospettiva, per una ragazza cresciuta in Francia, andare a vivere in Nicaragua).

Il film mostra come questi delinquenti siano prontissimi a rivendicare i propri diritti («La Francia non può rimangiarsi la parola», «L’unica soluzione è un’amnistia estesa a tutti») e a coinvolgere nei propri guai i familiari innocenti (la figlia, la madre, la sorella sposata a un giudice); il problema si risolve solo con la morte del terrorista, provocata, senza volere, dalla figlia.

Il film si chiude con l’arrivo in Italia della bara (una bara proporzionata alle dimensioni dell’attore, Giuseppe Battiston, che interpreta la parte del terrorista) e, insieme, della ragazza, attesa dai familiari incolpevoli.

Un friccico di speranza si accende negli occhi dell’una e degli altri (non so se si tratta di una mia proiezione). Finalmente liberi!

Post scriptum*

Aggiornamento (gennaio 2019)

Il pluriomicida, pluricondannato all’ergastolo, Cesare Battisti è stato finalmente catturato (in Bolivia) e estradato in Italia, dove sconterà la pena alla quale fu condannato tanti anni fa per i delitti commessi.

Chi ha commesso delitti atroci, o è stato complice, non può cavarsela come ha fatto Battisti per quarant’anni.

È un bene che sia stato catturato e portato a scontare la pena in carcere.

Ma mi domando: a che cosa è servito fare la parata per andare ad accoglierlo all’arrivo a Fiumicino?

Per quale motivo due ministri, Salvini, Interni, e Bonafede, Giustizia, sono andati in aeroporto ad attenderlo? Per fare che?

Per mettersi in mostra, per attribuire a se stessi il merito della cattura del latitante, cattura richiesta da tutti i governi che si sono succeduti negli anni e ottenuta solo in conseguenza del cambiamento politico avvenuto recentemente in Brasile.

Per non parlare delle parole sconnesse di Salvini («Battisti deve marcire in galera») e del video postato nei giorni successivi da Bonafede, con l’esposizione della preda nel corso degli adempimenti per l’ingresso nel carcere.

Salvini e Bonafede, evidentemente, non hanno il minimo di cultura giuridica per capire che lo stato è legittimato a mettere in carcere i brigatisti perché si comporta in modo diverso dai delinquenti e non espone i prigionieri, come fecero le brigate rosse con Aldo Moro.