(5 giugno 2018 h 17.55)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Inizia in una fattoria, l’Inviolata: una marchesa cattiva, la strega delle favole, ha sequestrato un gruppo di contadini, li sfrutta, li fa vivere nell’ignoranza dei propri diritti, in una condizione di schiavitù.
Finisce alla periferia della città: gli schiavi, liberati dai carabinieri, si arrangiano con piccole truffe per sopravvivere.
Nella fattoria, fra i contadini, c’è Lazzaro, un ragazzo buono, disponibile e, conseguentemente, sfruttato da tutti.
Tutti sono cattivi, non solo la strega, che chiamano “serpe velenosa”.
I contadini hanno lo sguardo feroce e sembrano sul punto di scatenare l’aggressività.
I bambini si divertono a fare scherzi pericolosi, da uno dei quali Lazzaro si salva per un soffio (per fortuna, altrimenti avrebbe costretto la regista ad anticipare la resurrezione).

Lazzaro guarda il mondo con gli occhioni spalancati, inespressivi: gli occhi di una mucca.
La sua faccia sembra un fermo immagine; anche il corpo tozzo fa il minimo dei movimenti necessari, quando lavora nei campi o si arrampica su per i sentieri rocciosi per raggiungere gli anfratti dove conserva le sue comodità: il fornellino a gas, la caffettiera.
Si potrebbe pensare sia un ragazzo riflessivo, ma da quello sguardo non sembrano emergere riflessioni; forse, viene fatto di pensare, è un po’ tonto. Non reagisce mai, non si nega mai, fa sempre ciò che gli chiedono di fare.

Gradualmente si accumulano gli indizi che fanno pensare sia un santo.
Precipita da una rupe ma sopravvive, quando proprio credevamo di averlo perso (è precipitato di brutto).
Più che sopravvivere, anche se non viene mostrato o detto in maniera esplicita, si ha l’impressione che sia risorto (altrimenti, perché l’avrebbero chiamato Lazzaro?).

Dopo la caduta a precipizio si rialza senza neanche un graffio e non si meraviglia di essere ancora vivo; neanche il vero Lazzaro, quello di «Alzati e cammina», rimase così impassibile dopo la brutta avventura con finale a sorpresa – ma il nostro non si meraviglia mai: l’espressione fissa, immobile, come se al posto della faccia ci fosse la fotografia, presa dalla carta d’identità.

Non viene mangiato dal lupo perché ha l’odore dell’uomo buono (questo ci viene spiegato da una voce femminile che racconta una favola nella favola).
Rimane isolato dagli altri proprio quando avviene la liberazione dalla schiavitù: nessuno si preoccupa di informare i carabinieri della sua scomparsa.
Raggiunge da solo la periferia della città, a piedi – la città che non aveva mai visto prima – impiegando parecchio tempo, diversi anni si direbbe, se si considera la trasformazione che, nel frattempo, hanno subito i suoi vecchi compagni.

In questo film il tempo scorre in modo diverso per i diversi personaggi, tanto che a volte sembra di essere in un film di fantascienza basato sul paradosso dei gemelli di Einstein.
Non sarebbe male se in mezzo a quelle montagne deserte apparissero alieni scesi da un’astronave; certamente Lazzaro li guarderebbe con il solito sguardo inespressivo, occhioni spalancati, nessuna meraviglia, e domanderebbe: «Volete il caffè?».

Le novità, gli elementi del mondo moderno con cui entra in contatto per la prima volta, per esempio la fila di macchine lungo la strada, non lo scuotono più di tanto.
Gli unici mezzi a motore che aveva conosciuto, quando era segregato con gli altri nell’Inviolata, erano un vecchio camion – che ogni tanto un fattore, complice della marchesa, utilizzava per portare ai contadini schiavizzati le cose che non potevano produrre da soli e per portare via il tabacco lavorato – e un vecchio motorino, su cui il fattore viaggiava.

Al momento della liberazione, scortati dai carabinieri, i suoi compagni dell’Inviolata avevano paura addirittura degli elementi familiari dell’ambiente in cui vivevano, per esempio avevano paura di annegare nella poca acqua del torrente.
Come aveva fatto la vecchia marchesa a inculcare tanta paura per tenerli prigionieri? Non c’è una risposta a questa domanda, o non l’ho trovata (può darsi che, annoiandomi, mi sia sfuggita).

Raggiunta la città, non un paesino, la città, Lazzaro ritrova subito i compagni, per i quali il tempo è scorso normalmente: qualcuno, che nella fattoria Inviolata era bambino, è cresciuto; qualche altro, già adulto, è invecchiato, non molto bene; soprattutto il tempo ha agito drammaticamente sui denti.

Ma siamo nel paradosso dei gemelli, anche se Lazzaro si muove con estrema lentezza (il paradosso di Einstein richiede velocità prossime alla velocità della luce). Si direbbe che il tempo, per lui, non sia passato: stessi pantaloni un po’ larghi, stessa maglia di lana consunta (che, probabilmente, si regge in piedi da sola e, forse, cammina), identica pettinatura, stessa lunghezza dei capelli, niente barba; meno male che non ha bisogno del barbiere, perché non saprebbe come pagarlo: non solo non ha i soldi, ma non sa neanche che cosa sono: la marchesa teneva i prigionieri in una condizione di ignoranza totale.

L’espressione fissa, appiccicata al volto come una maschera, cambia solo quando guarda rapito la televisione, divertendosi (forse è l’unica volta che accenna un sorriso).

La ragazza, ormai divenuta adulta, che per prima lo riconosce e lo fa riconoscere dai vecchi compagni di schiavitù, ora quasi barboni, si inginocchia davanti a lui e ordina ai due ladruncoli che l’accompagnano di inginocchiarsi, facendoci capire che Lazzaro non è un santo qualsiasi, dev’essere un personaggio importante; forse – ma è difficile capire il complicato simbolismo di questa regista che ama esprimersi per enigmi – potrebbe essere il santo più importante, il più famoso, tornato sulla Terra per essere tradito, ucciso e poi risorgere un’altra volta.

Vediamo: a domanda precisa di Tancredi – il figlio della marchesa intossicato dal fumo, appassionato dell’Orlando Furioso che cita a memoria (il suo nome richiama la Gerusalemme liberata) – aveva risposto: non ho mai conosciuto mia madre, sono stato allevato dalla nonna.
Maternità e paternità di Lazzaro sono avvolte nel mistero.

Tancredi aveva ipotizzato che suo padre, nobile e, notoriamente, sciupafemmine impenitente, potesse avere concupito e facilmente conquistato una contadinotta del luogo, la madre di Lazzaro, il quale, di conseguenza, sarebbe suo fratellastro.
Origine ignota, forse nobile: può essere un indizio.

Altro indizio: indubbiamente è risorto.
Dopo la resurrezione, la prima persona che lo riconosce è una donna.

Gli indizi si sommano.

Si saprà alla fine se l’ipotesi è giusta o, almeno, plausibile: se finirà picchiato e ucciso un’altra volta (potrebbe sempre risorgere di nuovo) probabilmente è proprio Lui, quello che aspettavano ma non hanno riconosciuto, l’unico veramente, totalmente buono, che se gli dai uno schiaffo porge l’altra guancia e ogni tanto torna sulla Terra per farsi un giro, farsi tradire, picchiare, uccidere e poi risorgere.

Basta aspettare la fine del film per vedere se ho capito la metafora che lo percorre (il trucco sta nel fatto che scrivo avendo già visto come finisce).

I suoi ex compagni ritrovati non hanno capito nulla, lo prendono per un fantasma o, addirittura, per una presenza diabolica – non gli è mai piaciuto quel tipo sempre buono, sempre disponibile – perché non sono intelligenti come i giurati del festival di Cannes, che hanno capito tutto e hanno dato a questo film il premio per la migliore sceneggiatura.

Qui c’è la battuta più divertente del film, quando una donna dice, più o meno: fantasma o non fantasma, deve guadagnarsi da vivere, non possiamo sfamarlo per niente.

Vorrebbero allontanarlo dal gruppo, poi, per l’insistenza della ragazza che per prima l’ha riconosciuto (non ricordo come si chiama; diciamo Maddalena), si rassegnano a utilizzare la sua aria ingenua per le loro piccole truffe.
Sono truffe troppo elaborate per essere realmente produttive: in pratica si tratta della vendita per pochi euro di un oggetto di valore a una persona generosa, disponibile, altruista ma pronta a fare un affare sporco, a comprare un oggetto forse rubato. Concluso l’affare, al compratore si rifila un pacco (era un classico a Forcella, Napoli; credo sia passato di moda).

Ma Lazzaro è veramente troppo privo di iniziativa, forse è di poca compagnia, noioso – un mattone, benché santo – anche per la ragazza che per prima si è inginocchiata davanti a lui.
Col suo consenso stanno per decidere di mandarlo per i fatti suoi, quando scoprono la sua straordinaria competenza in fatto di erbe selvatiche, competenza che può risolvere i loro problemi alimentari e essere sfruttata, ma qui l’immaginazione corre troppo velocemente, per avviare una redditizia attività commerciale: il capo dei ladruncoli già sogna di portare al mercato ortofrutticolo le erbe raccolte a mazzetti in mezzo ai binari della ferrovia.

Mentre questa promettente attività imprenditoriale si avvia, lasciando solo il povero Lazzaro nella raccolta di erbe selvatiche perché gli ex contadini non vogliono saperne di ricominciare a lavorare come quando erano schiavi, ricompare il biondo Tancredi, il figlio della marchesa, invecchiato e imbolsito, come le premesse, quando era sulla montagna, facevano facilmente prevedere, con il suo cagnolino malconcio ma vivo (dev’essere un po’ come Lazzaro, per lui il tempo passa più lentamente che per gli altri).

Tancredi ha perso tutto, vive di sotterfugi, di imbrogli, non è più il cavaliere che si ispirava all’Orlando furioso (non lo era neanche sulla montagna, ma gli piaceva recitare una parte) e aveva eletto Lazzaro suo quasi fratello.

Qui la metafora diventa troppo complicata e stancante: Tancredi passa una serata con gli ex contadini, si esercita con Lazzaro nel richiamo dei lupi, si sente l’ululato di risposta (saranno lupi? Siamo in città: probabilmente sono cani). Invita i nuovi amici a pranzo a casa sua, conferma di essere un cialtrone (ma era facile capire che sarebbe finita così). I pasticcini devono essere la metafora di qualcosa; la musica d’organo scappa da una chiesa …, scappa da una chiesa e li segue, la musica … basta! Non ce la faccio più!

In conclusione c’è una sottolineatura pensata sicuramente, nelle intenzioni della regista e sceneggiatrice, per far riflettere e per proiettare la favola nel mondo di oggi: Tancredi è stato rovinato dalle banche (credevo fosse stato rovinato dalla marchesa e dalla sua scarsa attitudine al lavoro).

Infine: Lazzaro viene picchiato e ucciso dai clienti di una banca che lo hanno scambiato per un ladro. Non si capisce perché è entrato in quella banca, lui che, a rigore, non sa neppure che cosa sia una banca. Forse l’ispirazione è un episodio di Tu mi turbi di Roberto Benigni.

Ma il film di Benigni è comico, fa ridere.
Questo riesce solo ad annoiare.

Premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes.
Che geni i giurati del festival di Cannes!