Cinema Fiorella – via Gabriele D’Annunzio, 15 – Firenze (17 giugno 2018 h 18.50)

Pensavo di non andare a vedere questo film, perché è in programmazione in una sala raggiungibile con difficoltà con i mezzi che mi piace utilizzare per muovermi: ammessi solo treno, tram e piedi; escluso il pullman, che mi crea disagio da sempre; esclusa l’automobile, per non trasformare una serata rilassante in una snervante ricerca di un parcheggio.

Mi rassegno a usare la macchina se il film mi interessa fortemente per qualche motivo (regista, attori, trailer, anticipazioni sulla trama) e non c’è altro modo per raggiungere il cinema.

Non è il caso di questo film: il nome della regista non mi dice niente; Valerio Mastandrea è bravo, ma offre una gamma di interpretazioni che si assomigliano troppo; il prossimamente e le anticipazioni non sono particolarmente stimolanti, non incuriosiscono, danno l’idea di una fantascienza un po’ casereccia.

Poi il film mi è stato consigliato da una persona di cui mi fido e ho deciso di affrontare la fatica (che sarà mai!) di percorrere a piedi i lungarni, a partire da ponte Vecchio, in un caldo pomeriggio estivo, superando ponte Alle Grazie, ponte San Niccolò, deviazione su via Piagentina, Cavalcavia dell’Affrico, via Lungo l’Affrico (viene in mente Alcione, ma il torrente che, a Fiesole, ispirò D’Annunzio, qui è interrato, coperto dal manto stradale e, a tratti, da un parco alberato che separa due strade parallele, per riemergere solo in prossimità dell’Arno, poco oltre il ponte San Niccolò); infine: via Gabriele D’Annunzio, fino al n. 15, dove si trova il cinema Fiorella Atelier, in una zona di Firenze che non ho molto frequentato, lontana dalla linea del tram e dalle due stazioni principali, più vicina alla stazione di Firenze Campo di Marte, che ha orari dei treni dilatati.

Dopo il film ho fatto il percorso inverso fino alla stazione di Santa Maria Novella.

Una lunga camminata: « Cammənatə cuntannətə é passə / Tə sientə nu nientə pə miezə ‘a città », diceva Raffaele Viviani.

Il simbolo ə designa la vocale centrale media caratteristica del napoletano, come in mammətə = tua madre

« Camminata contandoti i passi / Ti senti un niente dentro alla città »

Alla fine, nella carrozza del treno che mi riportava a San Miniato, ero affaticato, ma non pentito, anzi contento di come avevo trascorso il pomeriggio e parte della sera.

Innanzitutto, l’Arno offre un panorama piacevole a un camminatore che percorre le sue sponde in un pomeriggio di sole, e anche di sera, al ritorno dal cinema, i lungarni e le vie del centro, affollate di turisti provenienti da ogni parte del mondo, sono uno spettacolo interessante.

Poi ho visitato una zona di Firenze che quasi non conoscevo, dove ero passato poche volte in macchina, con l’occhio ai semafori inflessibili, ai segnali stradali da rispettare con devozione religiosa, ai pedoni da non mettere sotto, alle altre macchine da tenere a distanza per evitare il contatto, con i paraocchi che ci ingabbiano in una visione ristretta da quando ci siamo fatti schiavizzare dalle scatolette a motore.

Poi, ancora, ho scoperto un cinema inserito nella città, fra le case normali, bruttine ma vere, abitate da esseri umani, alternate a negozietti, pizzerie, bar frequentati dai pensionati; non uno di quegli antri assurdi – fuori dei centri abitati, circondati dal nulla riempito di sale bingo, hamburgherie, vetrine piene di oggetti multicolori che millantano di essere commestibili, macchinette che distribuiscono gelati dipinti su cartone, che certamente sanno di cartone, di plastica, forse anche di idrocarburi (sono i gelati preferiti dagli alieni) – dove mi rassegno ad entrare solo in casi estremi, se proprio non c’è altra possibilità per vedere un film che m’interessa.

Infine il film. Tutto sommato un buon film, non eccelso, con qualche incoerenza nella sceneggiatura, di cui parlo dopo.

Valerio Mastandrea ha dato credibilità e umanità al suo personaggio, che sarebbe potuto facilmente diventare il luogo comune dello scienziato pazzo, che vive nel laboratorio isolato dal mondo, lontano dalla realtà, quasi una macchietta.

Molto bravo quando si prepara a ricevere i due nipoti, provando le diverse formule e espressioni possibili e quando si fa tiranneggiare da loro per affetto.

Lo scienziato lavora, poco, sembrerebbe, solo per realizzare un sogno: non perdere i contatti con la persona più importante della sua vita, morta.

Ha lo stesso problema del bambino, che ha perduto la madre e poi anche il padre e si è convinto, per un gioco atroce del padre, che sia possibile comunicare con i defunti tramite una fotografia, impugnandola come fosse un telefono.

Il bambino e la ragazzina, i simpatici nipoti napoletani dello scienziato, sono veri, con le loro reazioni a una situazione inaspettata – «Uh’maronnamia, aró ciannə purtàtə!?» «Oh Madonna mia, dove ci hanno portato!?» – e con il progressivo adattamento, attraverso una serie di mosse e contromosse.

Ogni tanto la storia sembrava sul punto di volgere al dramma, come quando la ragazzina si affidava troppo facilmente all’autostop in un ambiente sconosciuto, popolato da figure un po’ strane, prese pari pari da “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”.

Però, fortunatamente, non era questa l’intenzione della regista e ogni situazione critica si è risolta, in un caso ricorrendo a una classica scazzottata.

I personaggi principali sono così simpatici che si fa fatica a parlare delle cose che non vanno.

Il problema è che il film parte fantascientifico (lo scienziato costruisce una macchina per captare un segnale proveniente dallo spazio profondo, forse inviato da una persona defunta) e approda a una soluzione metafisica: i morti, o le loro ombre, ritornano sulla terra ad incontrare i propri cari.

Un film fantascientifico dev’essere rigoroso nell’aspetto scientifico; in questo la conclusione è incoerente rispetto alle premesse.

Tanta fatica, tanta scienza, tanti anni persi per trovare un contatto, per ricevere un semplice segnale dallo spazio, per costruire un congegno che comanda un complesso sistema di antenne … alla fine basta un collegamento volante in mezzo a un campo, un bambino attacca la spina alla ciabatta, come niente fosse si presenta la folla dei morti.

Com’è possibile? Perché non sono arrivati prima? Perché quel congegno, che stava per essere smantellato, improvvisamente ha funzionato in modo così esagerato?

Il bambino piange disperato, dopo che le ombre dei morti se ne sono andate, nonostante abbia realizzato il suo desiderio: rivedere il padre defunto.

Lo ha quasi abbracciato: il padre si abbassa, gli fa cenno di venire da lui, prova ad abbracciarlo, non ci riesce. Non solo il figlio, anche il padre rimane deluso. Come mai? Nell’altra dimensione non sanno che sono immateriali e l’abbraccio è impossibile?

Il problema di questo film non è l’assurdità della tesi scientifica (tutti i film di fantascienza si basano su una tesi assurda o non dimostrata), ma l’approssimazione con cui, a partire da quella tesi, sviluppa la storia.

Per non parlare del nipote di Hal (il computer di bordo di “2001: Odissea nello spazio”), che non funziona tanto bene (oltre a sembrare un vecchio flipper; basta confrontare con le linee austere dell’avo) se può mettere in funzione tutto il sistema sotto l’impulso delle richieste di un bambino.

Fatte queste riserve, devo ammettere: mi sono divertito.

Una bella serata.