Cinema Odeon – piazza degli Strozzi – Firenze (27 giugno 2018 h 19.00)

“Favola” è un film tratto da uno spettacolo teatrale di Filippo Timi, uno dei talenti del teatro e del cinema attuali.

I personaggi principali sono Mrs Fairytale (favola, appunto), interpretata dallo stesso Timi, e Mrs Emerald (smeraldo), interpretata da Lucia Mascino.

La scenografia, coloratissima, è una casa nell’America degli anni cinquanta, una di quelle case con giardino, middle class, che scoprimmo con sorpresa (le nostre case erano completamente diverse) nei telefilm e, soprattutto, nei film hollywoodiani: cucina componibile, scatola del televisore, frigorifero uguale a quello di Michey Mouse, mobiletto con la radio sempre accesa, casco per asciugare e arricciare i capelli, bonsai, tante poltrone e divani.

Le due signore sono come la pubblicità, i telefilm, Hollywood, i maschi patriottici – tornati dalla guerra e in procinto di organizzare la conquista dello spazio – volevano che fossero due signore americane degli anni ’50: parlano dei rispettivi mariti, incontrano i vicini di casa (tre gemelli interpretati dal bravo Luca Santagostino), soprattutto preparano e si scambiano doni in continuazione.

Sono perennemente impegnate nella preparazione del Natale, del compleanno, del party, delle feste in cui ricevono folle di amici, di vicini di casa, di parenti, rimanendo sostanzialmente sole, nonostante i balli, la confusione, gli scambi di sigarette, il whisky.

Mrs. Fairytale parla in continuazione – da sola, immaginando situazioni spaventose – con la sua amica, Mrs Emerald, con la quale scambia frasi convenzionali, prive di qualsiasi attinenza con la realtà – con una cagnetta impagliata (Lady), con cui comunica come se fosse viva e dotata della capacità di interloquire e anche di agire autonomamente (le cagnette che riempiono la vita delle nostre signore sole).

Vive nell’immaginazione, sostenuta da continue bevute di whisky, con la paura, ma anche un po’ la speranza, che arrivino gli UFO, mentre gocce di realtà penetrano nella conversazione di queste due signore imbalsamate in abiti vaporosi, una, in tailleur avvolgenti, l’altra, strette da corsetti che spostano gli organi interni, costrette a volteggiare su tacchi altissimi.

Pian piano si scopre che il marito di Mrs Fairytale la picchia regolarmente, che il marito di Mrs Emerald non ha rapporti sessuali con la moglie da tempo, che ha un’amante, che nasconde riviste per omosessuali, che ha un amante (senza l’apostrofo), ne ha due, tre: i tre gemelli.

Ogni cosa viene ricondotta a argomento di conversazione e superata con abbondanti bevute, ma irrompe un elemento della realtà che non può essere ignorato: la trasformazione di Mrs Fairytale in uomo.

Le due donne scoprono finalmente il sesso (la donna e il transessuale maschile) e, a questo punto, il marito di Mrs Fairytale (Sergio Albelli) – un marito maschilista che dice: «sono rientrato prima perché voglio spassarmela, sbrigati» – diventa un ostacolo al loro amore.

Come liberarsene? Con l’omicidio, naturalmente.

È molto divertente la preparazione, la ricetta dell’omicidio scritta su un taccuino di quelli che si usano in cucina e la raccolta in un cesto di vimini di tutti gli strumenti necessari: la corda, il coltello, la mazza di ferro; la pistola è appesa alla parete, pronta per essere usata contro se stessi o contro chiunque altro.

Interviene la madre (Piera degli Esposti), quella che aspetta gli UFO.

Mother (così la chiama Mrs Fairytale) invita la figlia, con tono minaccioso, a non interrompere la finzione della vita coniugale, a tenere nascosta la sua trasformazione, pur continuando ad avere un rapporto con Mrs Emerald, ma senza portare allo scoperto la realtà, perché la vita deve essere farsa.

La verità non è consentita.

Non è consentito togliersi la maschera.

Qui la madre dice una frase che mi sono annotato (ho approfittato del trailer per ritrovarla), perché è la chiave per capire il motivo di tanta ostinazione, di tanta determinazione a tenere sempre nascosta la verità sotto un velo di ipocrisia.

Mother dice: «La vita è una farsa, e se ci togliessimo le maschere resterebbero solo gli urli di disperazione».

L’ipocrisia è una difesa dalla paura di scoprirsi vuoti, paura espressa con questa potente immagine sonora: “gli urli di disperazione”(sembra di vedere il famoso quadro di Munch).

Mrs Fairytale non accetta questa concezione della vita, a cui oppone la libertà di essere ciò che si è.

Ecco il punto a cui vuole portarci Filippo Timi, talento poliedrico: attore, scrittore e anche pittore, che ha fatto della balbuzie uno strumento del suo lavoro. Vorrei vedere un altro presentarsi sul palcoscenico con il dubbio di potersi incartare su una sillaba e non riuscire ad andare avanti.

In un’intervista ha spiegato: per essere sicuro di non balbettare deve avere interiorizzato la battuta, ogni parola di quella battuta deve piacergli. Se non è convinto che quella sia la parola giusta in quel momento, potrebbe cominciare a balbettare.

In questo senso la balbuzie, che per un altro sarebbe stata ostacolo insormontabile, è diventata strumento del suo lavoro di attore e di autore.

La conclusione del film è ottimista: attraverso una serie di eventi, che s’intrecciano con ritmo incalzante e umorismo surreale, si arriva alla realizzazione di una famigliola arcobaleno felice, con il padre transessuale, la madre, la nonna, il giovane che ha aiutato la fuga della coppia e la bambina nata dall’amore tra il signor Favola e la signora Smeraldo.