Cinema Spazio Uno – via del Sole, 10 – Firenze (30/06/2018 h 17.30)

Ho conosciuto Emily Dickinson grazie a un film (a parte qualche inutile nozione scolastica precedente).

Scopri realmente un poeta o uno scrittore quando vai a cercare autonomamente i suoi libri, spinto dalla curiosità, dalla voglia di conoscere, che qualcuno o qualcosa ha innescato.

Il film che mi ha invogliato a cercare di saperne di più su questa poetessa americana (Amherst, Massachusetts 1830, 1886) è “La scelta di Sophie” (1982), regia di Alan J. Pakula, tratto dal romanzo omonimo di William Styron.

Un grande film, tre grandi interpreti: Meryl Streep, Kevin Kline, Peter MacNicol.

Racconta di una donna polacca che ha vissuto nei lager nazisti esperienze terribili, fra le quali la scelta indicata dal titolo, una scelta che solo una bestia feroce, seguace di una bestia feroce (Hitler), poteva imporre a una madre.

Finita la guerra, si è trasferita in America, a Brooklyn, insieme ad altri sopravvissuti, ad altri profughi; è ancora malata, denutrita, ed è straniera in un ambiente difficile e poco accogliente.

Frequenta uno dei corsi di lingua organizzati per agevolare l’inserimento degli immigrati – Meryl Streep riesce a rifare perfettamente la parlata di una donna polacca istruita che cerca di esprimersi in una lingua che non padroneggia.

Sente il professore del corso parlare della poesia di Emily Dickinson; va in biblioteca per cercare di saperne di più.

Il bibliotecario è nervoso, forse non ama questa gente che viene da fuori (storia vecchia), non capisce il nome della poetessa, che Sophie non pronuncia bene, crede che lei si riferisca a Charles Dickens e, alle sue insistenze («Sono sicura che era una donna!»), la tratta bruscamente.

Impaurita, sconvolta dalla sua debolezza, dalla furia di quell’uomo che, evidentemente, non la sopporta, si profonde in scuse, cerca di allontanarsi, sviene.

È aiutata da un giovane, Nathan Landau, ebreo americano, con cui si crea un rapporto affettivo; il giovane l’aiuta a guarire dai malanni dovuti alla malnutrizione e alle sofferenze patite, le regala un libro di poesie di Emily Dickinson.

Purtroppo questo giovane intelligente e generoso è affetto da schizofrenia e soggetto a sbalzi di umore.

Il loro rapporto procede tra momenti di grande affetto, momenti di gelosia immotivata, aggressività quasi incontrollata di Nathan verso Sophie.

I due fanno amicizia con un giovane, Stingo, che ha lasciato la Virginia e si è trasferito a New York con la speranza di realizzare la sua ambizione di diventare un grande scrittore.

Anche questa amicizia è funestata dalle crisi di schizofrenia di Nathan, finché, alla fine (questo film è complesso, non si può raccontare per intero, bisogna vederlo) i due giovani, Sophie e Nathan, si suicidano insieme.

Quando Stingo ha il permesso di vedere i corpi dei due amici abbracciati nel letto, trova, accanto ad essi, il libro delle poesie di Emily Dickinson che Nathan aveva donato a Sophie, aperto su una poesia. È la stessa che Nathan aveva letto per Sophie in uno dei loro primi incontri. Stingo legge la poesia ad alta voce.

Questa:

« Ample make this Bed,

« Ampio fa’ questo Letto,

Make this Bed with Awe –

Fa’ questo Letto con Reverenza –

In it, wait till Judgment Break

In esso, aspetta finché il Giudizio Prorompa

Excellent, and Fair –

Eccellente, e Giusto –

Be it’s Mattrass straight –

Sia il Materasso spianato –

Be it’s Pillow round –

Sia il Cuscino rotondo –

Let no Sunrise’ Yellow noise

Non lasciare che il Giallo rumore dell’Alba

Interrupt this ground – »

Interrompa questo suolo – »

Leggiamo solo la traduzione.

« Ampio fa’ questo Letto, / Fa’ questo Letto con Reverenza – / In esso, aspetta finché il Giudizio Prorompa / Eccellente, e Giusto – / Sia il Materasso spianato – / Sia il Cuscino rotondo – / Non lasciare che il Giallo rumore dell’Alba / Interrompa questo suolo – »

(Traduzione di Giuseppe Ierolli;  Emily Dickinson, The Complete Works – Tutte le opere; traduzione e note di Giuseppe Ierolli; www.emilydickinson.it) 

Tradotta in questo modo, con le parole esattamente corrispondenti negli stessi punti, si capisce poco.

Con questo non voglio assolutamente sminuire il lavoro condotto da Giuseppe Ierolli, generosamente messo a disposizione di tutti sul web: la traduzione di tutte le poesie, delle lettere e dei frammenti in prosa, con note utilissime: un’opera indispensabile per chi voglia avvicinarsi alla poesia di Emily Dickinson partendo dalla lingua italiana.

Voglio solo dire che il testo a fronte, rigorosamente tradotto, non basta; serve ma non basta.

Non è escluso che anche per un anglofono il significato della versione originale sia oscuro e che di questo a Emily non importasse; forse voleva solo esprimere con esattezza l’amore per il proprio letto.

Non c’è da meravigliarsi: i poeti amano le cose materiali. Anche quando rimpiangono la giovinezza perduta (« Silvia, rimembri ancora / Quel tempo della tua vita mortale, / … »), descrivono l’amata in carne e ossa, che hanno osservato e ascoltato con attenzione:

« … / Porgea gli orecchi al suon della tua voce, / Ed alla man veloce / Che percorrea la faticosa tela. / … ».

Proviamo a tradurre liberamente, badando al senso, la poesia di Emily Dickinson.

« Sia ampio il tuo Letto,

Trattalo con Reverenza.

Aspetta, prima di alzarti,

Che la Mente sia pronta.

Il Materasso sia piano,

Il Cuscino rotondo.

Non lasciare che il livido rumore dell’Alba

Disturbi il tuo Riposo. »

(Traduzione di Giovanni Guarino)

Questo è ciò che ho capito, ma, naturalmente, con la traduzione, ammesso che il senso sia quello, si perdono due elementi essenziali: il ritmo e il suono.

Per quale motivo, nell’originale, ci sono quelle maiuscole e i trattini? Secondo me, perché le piaceva così: scriveva a mano e ricopiava diligentemente le sue poesie su un quaderno formato da fogli che lei stessa cuciva con ago e fili per tenerli uniti, o le scriveva su foglietti volanti.

Sono poesie difficili per noi (gli esperti ci dicono che ai suoi tempi il linguaggio era considerato troppo semplice), soprattutto perché scritte in una lingua con cui non abbiamo dimestichezza (l’inglese americano dell’ottocento).

Le poesie sono sempre difficili da capire, anche quando sono nella lingua che conosciamo meglio, perché non sono scritte con l’intento di spiegare – come quando si scrive un racconto, un brano in prosa – di comunicare un contenuto. La cosa di cui si parla ha importanza e non ha importanza, la situazione può essere chiara o chiusa ermeticamente dentro a esperienze che non potremo mai condividere, di cui non abbiamo idea, che non ci sono spiegate; il poeta non scrive per farci capire.

Perché scrive?

Perché gli piace.

Emily Dickinson scriveva in continuazione, cuciva i suoi fogli, solo per se stessa, perché le piaceva scrivere e, ogni tanto, rileggere.

Ci sono poesie con le quali il poeta ci racconta una cosa che gli è capitata:

« Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita. / … ».

Avrebbe potuto dire, più o meno:

« Avevo circa trentacinque anni quando, un giorno, mi sono ritrovato in un bosco scuro, completamente perso ».

Invece avvolge il discorso in una gabbia di rime, di a capo ogni undici sillabe, di parole scelte non solo per il loro significato, soprattutto per il suono, pescate fra i diversi volgari (di cui era esperto), naturalmente con prevalenza del suo.

Ecco perché Dante risulta in alcuni punti oscuro, non solo a noi. Sicuramente anche ai suoi contemporanei risultava oscuro, ogni tanto, perché il suo intento non era solo di raccontarci uno straordinario viaggio nell’oltretomba (questa era la giustificazione di tanta fatica che dava a se stesso), ma di esprimere emozioni.

Forse voleva solo divertirsi e la motivazione che dà all’inizio (« … / ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, / dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. ») è un modo per mettere le mani avanti (“Non starai mica scrivendo solo perché ti piace?”): tesi azzardata, che posso esprimere dall’alto della mia mancanza di titoli, tesi che solo un pazzo ignorante come me potrebbe condividere; ma chi può dire con certezza che cosa frullava nella testa di Dante?

La poesia richiede un di più da parte del lettore: non basta leggere, cercare di capire le parole, mettere insieme un significato; bisogna ricercare l’emozione che ha indotto il poeta ad esprimersi in quel modo, e verificare se c’è un riscontro di quell’emozione in se stessi.

E, naturalmente, conta anche il suono.

Probabilmente non mi sarei emozionato nel leggere questa poesia, se l’avessi trovata in un’antologia scolastica, tradotta in un italiano che, con tutta la buona volontà, non regge la potenza sonora dell’originale.

Mi serviva un aiuto: Nathan (Kevin Kline) legge la poesia per Sophie, Stingo (Peter MacNicol) la legge ai piedi del letto dove sono i corpi dei due amici; soprattutto è importante che fosse letta nella sua lingua, come l’ha scritta, come la leggeva Emily Dickinson.

Il suono dei versi non è un elemento secondario.

La fissazione di cercare di vedere i film in versione originale con sottotitoli, di scegliere i cinema che danno agli spettatori questa possibilità (a Firenze ce ne sono tre: Odeon sempre, Spazio Uno e Istituto Stensen ogni tanto) o di comprare il film in rete o ricorrere al DVD (una volta Speak Up dava le videocassette) in questo caso mi è stata molto utile: non riesco ad immaginare che cosa abbiano combinato per far coincidere il movimento delle labbra dei due attori con i versi tradotti in italiano; certamente se la sono cavata egregiamente, perché i doppiatori italiani sono bravi. Comunque si tratta di un tradimento.

Tradurre è sempre tradire, anche se si traduce la ricetta del pudding dall’inglese all’italiano o la ricetta dell’amatriciana dall’italiano all’inglese.

Non importa, basta capire che “quanto basta” ha un significato diverso per un cuoco italiano e per un cuoco inglese e che “to be or not to be, that is the question” è cosa diversa da “essere o non essere, questo è il problema”.

C’è da fare un lavoro in più, ma ne vale la pena, e ringraziare il Padreterno che ci ha fatti nascere in un posto dove possiamo leggere la Divina Commedia nella sua lingua e non nella traduzione di Longfellow (con tutto il rispetto per questo poeta che promosse la conoscenza del capolavoro di Dante negli Stati Uniti).

Il film che ho visto allo Spazio Uno racconta momenti salienti della biografia di Emily Dickinson, con un’accurata ricostruzione degli ambienti in cui visse e dei problemi che dovette affrontare: – la madre depressa e, infine, paralitica, – il padre, severo calvinista, fortunatamente meno bigotto e oppressivo della zia di Boston, ma severo e, per giunta, calvinista, – la sorella, buona ma disposta ad accettare il conformismo, pur di non sembrare troppo ribelle, – il fratello, ipocrita, – la cognata, che considera “quella cosa che si fa nella vita coniugale” un “obbligo terribile”.

Si innamora, forse ricambiata, di un pastore protestante sposato con una donna che dà l’idea di essere, nel rapporto sessuale, meno reattiva di una statua di marmo.

Siamo in un’epoca in cui si pensava che Dio fosse interessato a ciò che la gente fa con i propri organi sessuali, la spinta sessuale si doveva nascondere o ignorare, una donna frigida era ritenuta virtuosa.

Il pastore protestante si allontana, forse per evitare la tentazione, procurandole un grande dolore.

Straordinario l’incipit, con la direttrice del convitto femminile (Mount Holyoke Female Seminary) che, al termine della sessione estiva di studi, schiera le ragazze e chiede a quelle che vogliono salvarsi (impegnarsi nella vita religiosa), di disporsi alla sua destra, a quelle che vogliono sperare di salvarsi (vivere nel mondo professando la propria fede) di disporsi alla sua sinistra.

Emily, unica, rimane al suo posto: non vuole essere costretta a decidere, non crede che Dio abbia bisogno della sua scelta o delle sue preghiere; forse, semplicemente, non vuole piegarsi.

Viene il momento in cui Emily decide di segregarsi in casa, di non incontrare più estranei, ma solo i suoi stretti familiari e mantiene questa decisione fino alla morte.

Conduce, per molti anni, una vita estremamente riservata, tra il letto e lo scrittoio, vestita di bianco, intenta a scrivere poesie, soprattutto di notte.

Alla sua morte furono contate 1775 poesie, che poi divennero 1789 nell’edizione definitiva, delle quali solo 7 furono pubblicate in vita, senza nome, su un giornale locale.

Il film ci avvicina con accuratezza e rispetto, grazie a una grande interpretazione di Cynthia Nixon, a una poetessa che visse una vita complicata, anche se poco movimentata, una vita che potrebbe essere considerata noiosa, se non si tiene conto del talento di Emily, della sua capacità di scrittura che la rese, credo, molto divertente.