(4 luglio 2018 h 18.00)
Cinema Spazio Uno Firenze – via del Sole, 10

L’odio tra i vicini accomuna epoche e paesi molto lontani tra loro.

Nel film Totò, Peppino e la Malafemmina (con la m maiuscola nel titolo del film e nella memoria di chi ha amato questa canzone), il vicino di terreno si chiama Mezzacapa (Mario Castellani) e i due si sentono in dovere di tirare un sasso e spaccare i vetri della finestra ogni volta che, in biroccio, passano davanti alla sua casa.
Il povero Mezzacapa si arrabbia, poi riprende i buoni rapporti di vicinato ed è pronto a dare i suoi consigli di “esperto di Milano” quando i due, insieme alla sorella (Vittoria Crispo), devono avventurarsi nelle nebbie del nord per indurre il nipote studente (Teddy Reno), che ha preso una cotta per una ballerina, a «tenere la testa al solito posto, cioè … sul collo; punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola; lascia fare che dicono che siamo provinciali, che siamo tirati.»

Non solo nei film c’è l’odio tra i vicini.

Ho un ricordo doloroso di liti durate anni con i vicini della casa di famiglia; per ogni torto subìto, vero o presunto, ricorrevano all’avvocato.
Una volta misero in moto la macchina della giustizia a causa di un cancelletto costruito in un’area comune per impedire ai loro cani di fare i bisogni proprio fuori alla nostra porta. Si trattava di un cancelletto minuscolo, ma, nella rappresentazione che ne davano nella citazione, era descritto come un abuso edilizio di proporzioni gigantesche.

Non era tanto il cancelletto a dare fastidio, ma il fatto che la famiglia dei vicini si fosse annessa una piccola area, rendendola irraggiungibile dai loro cani, che avesse piantato la bandiera su una porzione di territorio comune.
Alla mia famiglia non erano i bisogni dei cani a dare fastidio: amavamo i cani e sopportavamo senza problemi gli impegni richiesti dalla loro presenza nelle zone di nostra competenza, ma odiavamo dover pulire gli escrementi lasciati dai loro cani, che vedevamo non come le graziose bestiole che, in altri contesti, ci facevano tenerezza, per le quali avremmo fatto volentieri un sacrificio, ma come emissari del nemico.

Noi e i vicini ci comportavamo, istintivamente, proprio come i cani e interpretavamo le loro tracce come segno di possesso del territorio.

Per non parlare di un muretto interno (no, no, parliamone!), che, in origine, era aperto e dava adito a un altro cortile, poi era stato chiuso per alcuni anni, poi riaperto.
Secondo loro doveva restare chiuso in eterno; persino l’angelo del giudizio universale non doveva avere la possibilità di passare da un cortile all’altro per raccogliere le anime da destinare ai regni dell’oltretomba e, per garantirsi che chiunque, compreso l’angelo, fosse obbligato a fare il giro largo: avvocato, comunicazione giudiziaria, tribunale, processo.
La guerra finiva regolarmente con la sconfitta dei miei, che avevano meno armi economiche rispetto ai vicini e buttavano giù qualunque cancelletto, firmavano qualunque impegno, pur di evitare le spese per gli avvocati.

Cambia l’epoca, il paese, ci spostiamo in Islanda ai giorni nostri.

Chi mai può parlare male dell’Islanda? Nessuno.
A parte la lingua degli abitanti, troppo complicata per me, quest’isola emergente dalle acque fredde dell’Oceano Atlantico settentrionale, non molto distante dalla Groenlandia – basta pronunciare questo nome per abbassare la temperatura – dà l’idea della pace e della serenità in un mondo travagliato da problemi di tutti i tipi.

Dell’Islanda si sente parlare solo nelle trasmissioni di Report per dimostrare che un problema, insolubile da noi, ha una soluzione a portata di mano: gli islandesi lo hanno felicemente risolto da tempo.
Hanno addirittura realizzato un tentativo di cambiamento costituzionale con la partecipazione dei cittadini per via informatica (la cosiddetta Costituzione in crowdsourcing).
Insomma, quest’isola è una specie di paradiso terrestre tecnologico; anche le eruzioni dei suoi vulcani, che ogni tanto impediscono i voli aerei, sembrano il tentativo della natura di tenere isolata l’Islanda dal resto del mondo, brutto e cattivo.

Eppure, anche qui il diavolo riesce a mettere zizzania e a seminare l’odio tra i proprietari di due sorridenti casette poste una di fronte all’altra, con i giardini confinanti.
Un albero, piantato in uno de due giardini, è cresciuto al punto da fare ombra alla veranda annessa all’altra proprietà. La giovane compagna del proprietario della veranda vorrebbe prendere il sole, l’ombra dell’albero glielo impedisce.
Da qui le prime schermaglie.

Pur ammettendo che si tratta di un paese in cui l’esposizione al sole è preziosa, perché avviene senza coperture nuvolose solo per poche settimane all’anno, gli scambi sempre più roventi – «pota l’albero», «non lo poto», «mi hai sgonfiato le gomme», «mi hai fatto sparire il gatto, ti ammazzo il cane», «e io metto in funzione la sega elettrica»; altro che Mezzacapa! Altro che cancelletto! – sembrano spropositati rispetto alla causa scatenante, anche in considerazione del fatto che non siamo in uno di quei centri cittadini caotici, dove la gente si dà fastidio per forza e accumula aggressività pronta a esplodere.

La pazza della situazione è la donna anziana, che gode nel conflitto e punta avanti come un carro armato; se potesse farebbe volentieri scoppiare una guerra, meglio se nucleare.
Il marito, povero vecchio, si fa trascinare, non riesce a frenarla, si consola ogni tanto partecipando al coro parrocchiale.
Un figlio è sparito, forse si è suicidato (con una madre così è difficile non sparire, in un modo o nell’altro); l’altro figlio è infantile, crede di poter fare quello che gli pare, non riesce a gestire le pulsioni sessuali e ad accettare le regole di convivenza: ha l’abilità di mettersi sempre dalla parte del torto e di fare la figura del fesso.

Gli uomini sono manovrati dalle donne e, alla fine, muoiono tutti.

Avviso: qui si racconta nei dettagli la trama dei film. Se a qualcuno dà fastidio, si fermi, non vada avanti con la lettura.
A me non dà fastidio sapere in anticipo come va a finire. Se non fosse così, non potrei vedere un film tratto da un libro che ho letto o rivedere un film che mi è piaciuto.

Ecco come va a finire Under the tree: gli uomini muoiono tutti, le due donne sopravvivono. Sopravvive la vecchia che ha acceso la miccia e, alla fine, contempla con intima soddisfazione lo sterminio provocato.
Il gatto, la cui scomparsa ha avviato la trasformazione delle liti in tragedia, torna a casa pacifico. Non era morto, si era allontanato un po’ per fatti suoi, è indifferente alla follia di quelli che si credono suoi padroni ed egli considera coinquilini temporanei.

Il regista è capace di suscitare negli spettatori la sospensione, l’attesa dello svolgersi degli eventi, anche se alcuni sono telefonati, nel senso che ci dà troppi indizi che trovano regolarmente conferma, non ci sorprende.
La trama lascia irrisolti alcuni quesiti.

In questo paradiso tecnologico non c’è un giudice che risolva rapidamente le liti condominiali prima che i condomini si ammazzino con gli attrezzi del garage?
Con tutta l’informatica a disposizione, è così facile far impagliare il cane in salute di un vicino fingendo di esserne il padrone? Nessun controllo prima di ammazzare un animale e impagliarlo?
Il chip sulla zampa non esiste in Islanda? Strano.

Quando la vecchia furiosa e vendicativa ha attirato il cane in trappola, ci saremmo aspettati la soluzione più semplice: il boccone avvelenato.
Il regista ha preferito una soluzione troppo elaborata: gli piaceva la scena del ritorno a casa dei vicini col ritrovamento del cane impagliato sulla porta, per fare uscire fuori dei gangheri uno che, fino a quel momento, aveva cercato di mantenere la calma.
L’elaborata messinscena, difficile da credere, ha ridotto il nostro coinvolgimento e ha spostato il motore della tensione dall’odio, molto diffuso, tra i vicini, com’era all’inizio, alle azioni e reazioni incontrollate provocate da una vecchia mattoide che non riesce a superare il trauma della sparizione del figlio e odia tutti, in particolare la bella compagna del vicino di casa.

In un thriller horror, quanto più i personaggi sono normali, tanto più gli spettatori riescono a identificarsi e partecipano alla tensione crescente.
Un esempio perfetto è Carnage di Roman Polanski, un genio del cinema (se poi nella vita è un delinquente c’importa fino a un certo punto: non lo frequenteremmo ma andremo sempre a vedere e rivedere i suoi film).

Nel film di Polanski persone “normali” arrivano al parossismo partendo da una lite tra bambini. In realtà si scopre che tanto normali non sono, anche se sono come tutti, come noi stessi che guardiamo il film e possiamo riconoscerci nella escalation della tensione e anche nelle reazioni incontrollate.

In Under the tree un personaggio, la vecchia, è fuori di testa fin dalle prime battute e si capisce che desidera solo arrivare alla tragedia, sfruttando le lacune del regolamento condominiale islandese, che non consente la rapida risoluzione delle liti (in Italia si sarebbero tramandati un processo di padre in figlio).

Bisogna aggiornarsi sulla situazione dell’Islanda: non è così rosea come credevamo.
Anche la famosa Costituzione dal basso, realizzata con internet, pare si sia bloccata.

Non c’è bisogno dell’Islanda per capire che la democrazia in rete è una balla: votano in pochi, si è in balia degli hacker e dell’azienda che gestisce il sistema, comandano in pochissimi.
Il finale, della democrazia internettiana e del film, è tragico.