(14 luglio 2018 h 20.00)
Cineplex Pontedera (PI) – via Tosco Romagnola, 235B

Per quale motivo andare a vedere Jurassic World – Il Regno distrutto in un caldo pomeriggio estivo, nel giorno in cui a Parigi festeggiano la presa della Bastiglia?

Perché ho un buon ricordo del capostipite di una lunga serie: Jurassic Park (1993, Steven Spielberg, dal romanzo di Michael Crichton). Dopo il primo, non ho visto gli eredi per un pregiudizio: li supponevo naturalmente degeneri. Questo film ci fece scoprire le meraviglie della grafica computerizzata, degli effetti speciali spettacolari ma realistici, della interazione tra immagini virtuali e attori. Non solo: ebbe il merito di far conoscere a livello popolare un’importante conquista della genetica sperimentale: la clonazione in laboratorio (la pecora Dolly sarebbe nata qualche anno dopo).

Vero è che, trattandosi di un film di fantascienza, portava la tecnica, non la scienza, molto più avanti rispetto a dove si trovava allora e si sarebbe verosimilmente trovata negli anni successivi, ma la possibilità teorica di far rivivere una specie estinta utilizzando frammenti di DNA conservati nell’ambra (resina fossile) non è assurda e, prima o poi, credo, sarà realizzata.

«… / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza» (Inferno, Canto XXVI – versi 119, 120).

Nella “canoscenza” c’è anche la curiosità, che spinge molti di noi a sognare di vedere da vicino animali che l’uomo non ha mai visto vivi (li abbiamo visti solo nelle ricostruzioni dei paleontologi), estinti circa sessanta milioni di anni prima che l’Homo Sapiens sbucasse dalla savana.

Forse non si potranno ricostruire i dinosauri, dei quali si trovano nell’ambra solo piccoli frammenti. Probabilmente vedremo o rivedremo animali e vegetali che si sono estinti in tempi più recenti, o che si estingueranno nei prossimi anni.

In una bella serata estiva, mentre a Parigi ricordano con balli, per tutta la notte, un episodio chiave della Rivoluzione francese – evento che, tra le altre cose, comportò il decollo del marchese Antoine-Lorent de Lavoisier (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma), nel senso che fu convinto a separarsi, con l’aiuto della ghigliottina, dalla solita appendice superiore – mi è venuta la voglia di verificare se la clonazione ripetuta di un film di fantascienza, dopo molte generazioni, ha prodotto un film che merita di andare in giro per le sale.

Dunque, vediamo Jurassic World – Il Regno distrutto, senza sapere nulla dei precedenti, tranne il primo.

Personaggi e situazioni stereotipate; zero fantasia; scienza: non ne parliamo; fantascienza: peggio che andare di notte.
La foto messa in testa a questo commento gioca sul fatto che questo regno, più che distrutto, sembra di strutto, cioè di lardo: è il regno dei salumi messi in vendita al supermercato.

Il solito vecchio pazzo, ex socio del fondatore di tutto il casino, ridotto in carrozzella in un castello che sembra quello di Frankenstein Junior (Mel Brooks, Gene Wilder).
La governante (Geraldine Chaplin), assomiglia a Frau Blücher, che faceva imbizzarrire i cavalli solo a nominarla (quante risate ci ha regalato!).
Frau Blücher cerca una bambina tra gli scheletri dei dinosauri che riempiono le sale del castello, antica fissazione del vecchio pazzo e del suo ex socio defunto; la bambina, non poteva essere diversamente, è un po’ selvaggia e dispettosa.
Igor (Aigor), stessi occhi dell’originale (grosso modo, ma gli occhi di Marty Fieldman erano più espressivi) si è messo gli occhiali. Ora fa il manager e, a furia di spostare la gobba da un lato all’altro, l’ha persa. L’originale faceva ridere, il manager è banale e scontato. Serve da tanti anni il padrone e vorrebbe in premio il ricavato della vendita all’asta dei dinosauri.

Pare ci sia un buon mercato; addirittura i mercanti di armi (naturalmente il più losco è un russo) sono interessati a usarli come arma: che se ne fanno di un carro armato se possono avere a disposizione un Tirannosauro?
L’unico, piccolo, inconveniente è il pericolo che cominci a tirare fendenti contro i nostri. Uno scienziato (naturalmente asiatico) ha trovato un modo un po’ complicato per indirizzarlo contro il nemico: bisogna puntare un laser sul punto da colpire. Quanti di questi Tirannosauri bisognerà produrre (lo scienziato li crea con la clonazione) per vincere la guerra? Per ognuno ci dev’essere un soldato col suo laser: troppo complicato.

E se il nemico s’impossessa del fucile spara laser?

Se fossi un mercante d’armi preferirei uno strumento di guerra più tradizionale; i Tirannosauri sono antichi, antichissimi, ma al di fuori della tradizione e, quindi, possono riservare sorprese.
Non siamo più ai tempi di Annibale, che utilizzò gli elefanti nelle guerre contro i romani; peraltro, gli elefanti non hanno niente a che fare con i dinosauri, a cui potrebbero essere imparentati, alla lontana, le lucertole e gli uccelli.

Nel film i mercanti partecipano all’asta con entusiasmo e sono disposti a spendere milioni per avere i dinosauri, non solo il più feroce, anche tutti gli altri.
Che se ne faranno?

Forse hanno scoperto che gli hamburger di dinosauro sono particolarmente richiesti, nei MacDonald vanno a ruba.
Il manager Igor, puntando sull’affare, imbroglia il vecchio pazzo e i buoni: finge di voler organizzare una spedizione per salvare i dinosauri dalla seconda estinzione causata dalle eruzioni dei vulcani nell’isola dove sono confinati; in realtà vuole venderli.

I buoni, si sa, sono anche ingenui (altrimenti che buoni sarebbero!) e, per giunta, non hanno le idee chiare: dove vogliono portare i dinosauri? Su un’altra isola? In che modo? Catturandoli uno a uno? Senza nessun controllo per impedirne la diffusione? Oltre che buoni e ingenui sono anche incoscienti.

Entra in scena un altro cattivo, il cacciatore di dinosauri, armato fino al collo con le siringhe narcotizzanti, ma un po’ scemo anche lui (vuoi accertarti che il dinosauro si sia veramente assopito, prima di entrare nella gabbia?).
A proposito di incapaci: le guardie del corpo, o mercenari che siano, si fanno imbrogliare da tutti e le prendono sempre, anche quando sono in superiorità numerica. Non ci sono più le guardie del corpo e i mercenari di una volta!

Ispirandosi (questo lo dico io, ma mi sembra evidente) al dottor Frankenstein, o Frankenstin, il vecchio pazzo ha realizzato il sogno dell’avo letterario e cinematografico: ha creato un essere umano («It … could … work!») senza bisogno di ricorrere a pezzi di cadaveri assemblati insieme come in un puzzle a tre dimensioni. Peccato che, mentre il transilvaniano aveva costruito un simpatico mostro, l’americano, con la clonazione, abbia realizzato una bambina antipatica, governata dal doppione di Frau Blücher. La bambina vive in un ambiente inadatto alla sua crescita equilibrata; infatti i due aggettivi che meglio la definiscono sono: selvaggia e dispettosa.

Insomma, questo film è una raccolta di stronzate, con il vecchio Jeff Goldblum, che in Jurassic Park interpretava il matematico esperto di teoria del caos, diventato esperto di luoghi comuni che snocciola, con aria pensosa, all’inizio e alla fine del film.

Gli unici a divertirsi sono i lucertoloni, anche se costretti a colpire solo i cattivi; con i buoni devono continuamente sbagliare la mira (è stata la prima raccomandazione del regista: non ammazzate la paleo-veterinaria, il tecnico imbranato, l’addestratore romantico o la solita figa).

Grande spreco di mascelle sguainate, di artigli, di testate, ma questi giocattoli non fanno mai paura. Sarà perché l’ho visto in età giovanile, erano più impressionanti quelli del primo film della serie.
Che delusione leggere, tra i produttori, il nome di Steven Spielberg! Allora è peggio di Igor nella versione manager, disposto a tutto pur di contare i soldi?

Questo film mi costringe a rivedere la graduatoria provvisoria dei film più brutti del 2018 (fra quelli che ho visto).
Jurassic World scavalca Sono tornato e si piazza al terzo posto, dopo Doppio amore. Saldo al primo posto nella sua mediocrità: Una vita spericolata. Sarà difficile trovarne uno più brutto fino alla fine dell’anno.