Cineplex – via Tosco Romagnola, 235B – Pontedera (PI) (14/07/2018 h 20.00)

Per quale motivo andare a vedere “Jurassic World”, in un caldo pomeriggio estivo, nel giorno in cui a Parigi festeggiano la presa della Bastiglia?

Non è proprio il pomeriggio: il film comincia alle 20.00, con la “rinfrescata”, come si dice a Napoli; c’è tutto il tempo per raggiungere il cinema tranquillamente deambulando dalla stazione di Pontedera.

Per quale motivo vedere “Jurassic World – Il Regno distrutto”?

Perché è l’erede (ma, purtroppo, come per gli umani, gli eredi sono spesso degeneri) di un bel film del 1993, “Jurassic Park”, regia di Steven Spielberg, uno dei primi film ad utilizzare la grafica computerizzata, che ebbe il merito di far conoscere a livello popolare un’importante conquista della genetica: la clonazione in laboratorio (la pecora Dolly sarebbe nata qualche anno dopo).

Vero è che, trattandosi di un film di fantascienza, portava la tecnica, non la scienza, molto più avanti rispetto a dove si trovava allora e si sarebbe verosimilmente trovata negli anni successivi, ma la possibilità teorica di far rivivere una specie estinta utilizzando frammenti di DNA conservati nell’ambra (resina fossile) non è assurda e, prima o poi, credo, sarà realizzata.

«… / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza» (Inferno, Canto XXVI – versi 119, 120).

Nella “virtute e canoscenza” io metterei anche la curiosità – che spinge l’uomo a ricercare, a sperimentare – il divertimento gratuito, che a Napoli si chiama “sfizio”.

È bello fare scienza per sfizio.

Mettiamo dei paletti, ma non ce li facciamo determinare dalle superstizioni organizzate, che pretendono di dettare le regole del comportamento umano in base a ciò che avrebbe lasciato detto il profeta di turno.

Forse non si potrà risalire ai dinosauri, per un problema di conservazione del DNA – non è detto, basterebbe scoprire che in ogni molecola di DNA c’è un piccolo settore che riassume l’intera sequenza, una specie di promemoria, e trovarlo, conservato nell’ambra, per poter ricostruire la sequenza dei nucleotidi (questa, per ora, è fantascienza).

Sarà difficile vedere i dinosauri veri, non virtuali, ma probabilmente vedremo o rivedremo gli animali e i vegetali che si sono estinti in tempi più recenti o che faremo estinguere noi.

Perché anche noi condanniamo alcune specie all’estinzione, per incuria dei danni che arrechiamo all’ambiente, ma anche per radicati pregiudizi nei confronti di determinati strumenti che la scienza mette a disposizione.

Non solo il simpatico simbolo del WWF rischia di estinguersi, ma anche le più banali banane (le piante che le producono).

Attualmente le piantagioni di banani sono attaccate da funghi che ne distruggono le radici.

È già accaduto in passato e ha portato alla scomparsa di varietà che erano molto diffuse e non sono più reperibili sul mercato.

Quando una pianta interessante dal punto di vista commerciale o scientifico viene attaccata da germi patogeni da cui non sa difendersi, una soluzione molto praticata per salvarla dall’estinzione è la selezione di ceppi che, per il continuo scambio e rimescolamento del patrimonio genetico che avviene con la fecondazione, hanno acquisito gruppi di geni che consentono loro di difendersi da quello specifico attacco.

Si sfrutta la selezione naturale, cercando di accelerarla in laboratorio.

Sono pratiche usate da sempre in agricoltura, da prima che Darwin desse loro una spiegazione scientifica e le inquadrasse in una teoria generale.

Questa soluzione è impraticabile con i banani perché le varietà che producono frutti commestibili sono mutanti sterili di specie naturali fertili ma immangiabili.

In altri termini: le specie che si riproducono sono inutilizzabili ai fini dell’alimentazione, quelle che producono i gustosi frutti sono mutanti che non si riproducono con la fecondazione (i frutti sono apireni, privi di semi).

Come si fa a moltiplicare le piante che c’interessano, nonostante non abbiano gameti?

Si sfrutta una modalità agamica di riproduzione molto diffusa nel mondo vegetale: si taglia un ramo alla base (tecnicamente non è un ramo perché i banani non sono piante legnose) e si pianta in condizioni opportune; da quel pezzetto viene fuori un’altra pianta che ha lo stesso, identico patrimonio genetico della pianta madre.

Questo è il metodo tradizionale; lo applichiamo tutti, credo, per riprodurre una pianta succulenta (le cosiddette piante grasse) che ci piace particolarmente o che vogliamo regalare.

Attualmente è disponibile e praticata in agricoltura la clonazione in laboratorio: si induce una cellula somatica, con stimolazioni fisiche e chimiche, a comportarsi come se fosse un gamete fecondato e a dare inizio alla segmentazione.

Con entrambi i metodi (riproduzione agamica e clonazione in laboratorio) si ottengono piante che hanno tutte lo stesso patrimonio genetico.

Questa condizione ha un aspetto positivo: le piante ottenute sono ottime produttrici di banane in quanto le piante “figlie” sono “uguali” alla pianta “madre” (l’abbondanza di virgolette segnala che le parole devono essere prese cum grano salis).

C’è, però, anche un aspetto negativo: la incapacità di difendersi dall’attacco di funghi patogeni, che le accomuna alla pianta “madre”.

Non avvenendo lo scambio dei geni dei genitori al momento della fecondazione (sono figlie di sola madre), nessuna ha la possibilità di acquisire i caratteri che potrebbero consentirle di difendersi.

Domanda (in italiano, purtroppo, non si mette il punto interrogativo capovolto, come si fa in spagnolo, all’inizio della frase interrogativa): come fanno i poveri piccoli coltivatori e le ricchissime grandi multinazionali che rischiano di vedersi portare via intere piantagioni? (tenere presente che le banane sono una fonte di alimentazione importante, soprattutto nei paesi poveri).

Irrorano le piantagioni con quantità esagerate di fungicidi.

Il problema, in questo modo, non si risolve, oltre a creare danni ambientali e alla salute dei lavoratori.

Una soluzione ci sarebbe: l’ingegneria genetica, la creazione di OGM (Organismi Geneticamente Modificati).

Paura, terrore, maledizione, scongiuri, vade retro satana. Questa è la situazione attuale nei confronti della scienza (basti pensare ai no-vax), un atteggiamento superstizioso, non basato sull’analisi razionale dei problemi e dei dati scientifici, con l’aiuto di persone competenti.

Un comico, forse ragioniere o geometra (non l’ho capito) diventa scienziato, un politico che non è riuscito a laurearsi diventa esperto di vaccinazione, i risultati ottenuti con metodo scientifico diventano un complotto internazionale.

La competenza? Un optional (vantaggio o pregio superfluo).

Devo precisare che, non essendo un esperto del settore, ho ricavato le notizie specifiche inerenti all’amaro destino delle banane (più amaro dell’amaro caso della baronessa di Carini) dall’utilissimo libro di Dario Bressanini “Pane e bugie”, ed. chiarelettere, la cui lettura consiglio a chi voglia liberarsi dalle balle pseudoscientifiche diffuse soprattutto attraverso la “rete”. Dello stesso autore si trovano altri libri ugualmente utili allo scopo.

Finirà che un giorno potremo assaggiare le banane solo nel “parco degli estinti” (in realtà John Hammond, nel film e nel libro di Michael Crichton, pensava solo ai dinosauri), ma, se si realizzasse davvero un parco dove raccogliere specie estinte riportate alla vita, mi piacerebbe visitarlo, non solo per risentire il sapore della banana (dopo l’estinzione), ma anche per semplice e sana curiosità: per sfizio.

Ho un buon ricordo di “Jurassic Park”, il capostipite di una lunga serie; non ho visto gli eredi per un pregiudizio: li supponevo naturalmente degeneri.

In una bella serata estiva, 14 luglio, mentre a Parigi ricordano con balli, per tutta la notte, l’evento che ha dato un grande impulso allo sviluppo della scienza in Europa (dopo un po’ di anni e con la macchia del marchese Antoine-Lorent de Lavoisier – “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” – decollato, nel senso di separato dalla solita appendice superiore mediante l’uso della ghigliottina) mi è venuta la voglia di vedere a che punto siamo in questa saga infinita; hai visto mai che la clonazione di un film di fantascienza, dopo molte generazioni, produca un film che merita di andare in giro per le sale.

Dunque, vediamo “Jurassic World – Il Regno distrutto”, senza sapere niente dei precedenti, tranne il primo.

Personaggi e situazioni stereotipate; zero fantasia; scienza: non ne parliamo; fantascienza: peggio che andare di notte.

Faccio notare che la foto messa in testa a questo commento gioca sul fatto che questo regno sembra proprio “di strutto”, cioè di lardo.

Il solito vecchio pazzo, ex socio del fondatore di tutto il casino, ridotto in carrozzella in un castello che sembra quello di “Frankenstein Junior” (Mel Brooks, Gene Wilder).

La governante (Geraldine Chaplin), assomiglia a Frau Blücher, che faceva imbizzarrire i cavalli solo a nominarla (quante risate ci ha regalato!).

Frau Blücher cerca una bambina tra gli scheletri dei dinosauri che riempiono le sale del castello, vecchia fissazione del vecchio pazzo e del suo ex socio defunto; la bambina, non poteva essere diversamente, è un po’ selvaggia e dispettosa.

Igor (“Aigor”), stessi occhi dell’originale (Marty Fieldman), ma meno espressivi e muniti di occhiali, ora fa il manager e, a furia di spostare la gobba da un lato all’altro, l’ha persa. L’originale faceva ridere, il manager è banale e scontato. Serve da tanti anni il padrone e vorrebbe in premio il ricavato della vendita all’asta dei dinosauri.

Pare ci sia un buon mercato, addirittura che i mercanti di armi (naturalmente il più losco è un russo) siano interessati a usarli come arma: che se ne fanno di un carro armato se  possono avere a disposizione un Tirannosauro? L’unico, piccolo, problema è come guidarlo, c’è il pericolo che cominci a tirare fendenti contro i nostri. Uno scienziato (naturalmente asiatico) ha trovato un modo un po’ complicato per controllarlo: bisogna puntare un laser sul punto da colpire. Quanti di questi Tirannosauri bisognerà produrre (lo scienziato li crea con la clonazione) per vincere la guerra? Per ognuno bisogna prevedere un soldato col suo laser: troppo complicato.

E se il nemico s’impossessa del fucile spara laser?

Se fossi un mercante d’armi preferirei uno strumento di guerra più tradizionale, anche se, associando il concetto di tradizionale al concetto di antico, si deve riconoscere che i Tirannosauri sono i più tradizionali di tutti.

Ma non siamo più ai tempi di Annibale, che utilizzò gli elefanti nelle guerre contro i romani; peraltro, gli elefanti sono più facilmente gestibili dei dinosauri.

Eppure, nel film, i mercanti partecipano all’asta con entusiasmo e sono disposti a spendere milioni per avere i dinosauri, non solo il più feroce, anche tutti gli altri.

Che se ne faranno?

Forse hanno scoperto che gli hamburger di dinosauro sono particolarmente richiesti, che nei MacDonald vanno a ruba.

Igor, puntando sull’affare, imbroglia il vecchio pazzo e i buoni: finge di voler organizzare una spedizione per salvare i dinosauri dalla seconda estinzione causata dalle eruzioni dei vulcani dell’isola dove sono confinati; in realtà vuole venderli.

I buoni, si sa, sono anche ingenui (altrimenti che buoni sarebbero!) e, per giunta, non hanno le idee chiare: dove vogliono portare i dinosauri? Su un’altra isola? In che modo? Catturandoli uno a uno? Senza nessun controllo che ne impedisca la diffusione? Oltre che buoni e ingenui sono anche incoscienti.

Entra in scena un altro cattivo, il cacciatore di dinosauri, armato fino al collo con le siringhe narcotizzanti, ma un po’ scemo anche lui (vuoi accertarti che il dinosauro si sia veramente assopito, prima di entrare nella gabbia?).

A proposito di incapaci: le guardie del corpo, o mercenari che siano, si fanno imbrogliare da tutti e le prendono sempre, anche quando sono in superiorità numerica; non ci sono più le guardie del corpo o i mercenari di una volta!

Ispirandosi (questo lo dico io, ma mi sembra evidente) a “Frankenstein Junior”, il vecchio pazzo ha realizzato il sogno dell’avo letterario e cinematografico: ha creato un essere umano («Si … può … fare!») senza bisogno di ricorrere a pezzi di cadaveri assemblati insieme come in un puzzle. Peccato che, mentre l’originale aveva creato un simpatico mostro, questo, con la clonazione, ha realizzato una bambina antipatica, governata da Frau Blücher, che vive in un ambiente inadatto alla sua crescita equilibrata; infatti, come detto, è un po’ selvaggia e dispettosa.

Insomma, questo film è una raccolta di stronzate, con il vecchio Jeff Goldblum, che nel primo film interpretava il matematico esperto di “teoria del caos”, ora esperto di luoghi comuni che snocciola, con aria pensosa, all’inizio e alla fine del film.

Gli unici a divertirsi sono i lucertoloni, anche se costretti a colpire solo i cattivi; con i buoni devono continuamente sbagliare la mira (è stata la prima raccomandazione del regista: mi raccomando, non mi ammazzate la paleo-veterinaria,  il tecnico imbranato, l’addestratore romantico o la solita figa).

Grande spreco di mascelle sguainate, di artigli, di testate, ma questi giocattoli non fanno mai paura. Sarà perché l’ho visto in età giovanile, ma non credo, erano più impressionanti quelli del film originale (che delusione leggere che tra i produttori, o i protettori, non ho ben capito, di questo film c’è Steven Spielberg! Allora è peggio di Igor nella versione manager, disposto a tutto pur di contare i soldi?).

Questo film mi costringe a rivedere la graduatoria provvisoria dei film più brutti del 2018 (fra quelli che ho visto).

“Jurassic World” scavalca “Sono tornato” e si piazza al terzo posto, dopo “Doppio amore”. Saldo al primo posto: “Una vita spericolata”.