(5 settembre 2018 h 17.30)
Cinema Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r

Dopo la pausa agostana e il ritorno alla vita normale, ho voglia di cinema.
I film buoni mi sembra di averli visti quasi tutti, e anche qualche bidone; quelli che mi dispiace di avere perso sono persi definitivamente, a meno di un inaspettato recupero televisivo.
Nelle sale che gradualmente riaprono ci sono, in generale, rimasugli della passata stagione.
Stanno per arrivare i film della Mostra del Cinema di Venezia, che sembra sempre di più un grande carrozzone da circo equestre, i circhi felliniani di una volta, con i leoni, le tigri e i cani ammaestrati, i domatori luccicanti, le trapeziste sfilanti sul tappeto rosso, i cartelloni metoo bene in vista (metaforici, non so se anche fisici), le donne trattate come oggetti da esposizione (consenzienti), anche gli uomini trattati come oggetti da esposizione consenzienti e pochi film interessanti.

C’è un film giapponese in giro.
Non sono un esperto di cinema, né un cinefilo; non conosco l’attore con gli occhi a mandorla ritratto sui cartelloni (Chang Chen non è giapponese, come credevo, ma cinese di Taiwan); non ho mai sentito parlare del regista dal nome sintetico Sabu (giapponese).

Un film giapponese è quello che ci vuole: salti acrobatici, piroette, calci in faccia, accoltellamenti al volo come solo i giapponesi sanno fare. I cinesi non sono da meno.

Il cinema serve anche a scaricare l’aggressività, come le favole feroci per i bambini (forse ai bambini attuali non si raccontano abbastanza favole o quelle che si raccontano non sono abbastanza feroci): una scarica di pugni sul grande schermo può essere mentalmente trasferita sul piccolo schermo e dislocata fino a raggiungere la faccia di certi personaggi che occupano in pianta stabile i telegiornali.
Pare che dopo ci si senta meglio.

Per fare un’indigestione di pugni ci sarebbe anche Toro scatenato all’Odeon, ma l’ho visto e rivisto molte volte (ho il DVD, che non è la stessa cosa della sala, ma agevola lo studio, come l’ebook rispetto al libro) tanto che ora quei pugni fragorosi mi fanno lo stesso effetto delle scazzottate divertenti nei film di Bud Spencer.

Poi, diciamoci la verità (parlo tra me e me o con amici che si contano sulla punta delle dita di una sola mano): Raging Bull, di un regista e di due attori mitici (Martin Scorsese, Robert De Niro, Joe Pesci) è uno dei film più tristi della storia del cinema; un capolavoro, ma assolutamente privo di speranza, un film disperato.

Quando vedo, alla fine, Jack La Motta avvinghiarsi al fratello in un abbraccio da cui l’altro cerca di divincolarsi (ti chiamo domani, gli dice, mentendo), come se volesse far tornare indietro il tempo e ricostruire un rapporto affettivo che ha distrutto, mi viene il magone (una bella espressione usata soprattutto nell’area linguistica veneta), mi viene un nodo alla gola (direbbe mia madre).

Vada per il film giapponese con attore cinese: Mr Long al cinema Flora in piazza Dalmazia.

Un film curioso: cambia genere più volte mentre si svolge, cosicché ti sembra di vedere due, tre film uno di seguito all’altro, con svolte repentine e soluzioni inaspettate.
Parte come un thriller: atmosfera cupa, killer freddo, preciso, taciturno, sguardo impenetrabile, da professionista dell’omicidio. Niente è lasciato al caso, calcola ogni gesto e scatta, implacabile.
Usa il coltello meglio di un macellaio, è assolutamente affidabile nel caso si abbia la necessità di ammazzare qualcuno senza lasciare traccia o di disossare un pollo alla perfezione.

L’inizio si svolge in Taiwan, la piccola nazione insulare vicina alla Cina, da cui fa fatica a mantenersi indipendente.
A Taiwan si parla cinese, ma i giovani che studiano informatica nelle università americane si esprimono in inglese meglio che in mandarino e sognano di lavorare sull’intelligenza artificiale o nel mondo degli affari.
Il nostro killer porta a termine in modo impeccabile il suo lavoro alle dipendenze della mafia locale: organizzazione efficiente, perfetta.
Il tempo di lavarsi le mani sporche di sangue (Mr Long lavora di coltello), riceve un incarico da svolgere a Tokyo.

Muovendosi con il suo stile, freddo, preciso, soprattutto taciturno (anche perché non conosce la lingua giapponese), raggiunge Tokyo.

Qualcosa va storto; con quell’atteggiamento e quella faccia è come se andasse in giro con la scritta bilingue, in cinese e giapponese: sono un killer in trasferta.
Viene catturato, messo in un sacco, picchiato, ferito; riesce a fuggire.
Si viene a trovare in un posto squallido, pieno di rifiuti, alla periferia della città: un rifugio di drogati.

Fin qui siamo nel thriller: ci aspettiamo di dover assistere alla scoperta dell’oscuro tranello in cui il nostro personaggio è caduto, ad altre piroette e accoltellamenti, spostandoci, eventualmente, nel genere pulp caro a Quentin Tarantino – fra le prime scene c’è una citazione di Le iene, un vero e proprio omaggio, con l’allegra brigata di delinquenti che chiacchierano e si scambiano esperienze e ricordi intorno a un tavolo.

Ma c’è tempo, siamo solo all’inizio, arriveremo più tardi a vedere una faccia ridotta una maschera di sangue, non la faccia del nostro eroe (il killer spietato, nel corso del film, diventerà il nostro eroe).
Prima svolta: sulla scena appare un bambino.
Un tenerissimo bravo bambino: attore straordinario, bravo anche il regista dal nome sintetico che lo ha diretto.
Aiuta il nostro killer a ripulirsi, a curare le ferite, che, per fortuna, non sono gravi. Mr Long gli si affeziona e noi scopriamo che dietro quello sguardo da professionista del crimine c’è un’anima. Anche noi ci affezioniamo, al bambino e al killer che lo protegge.

Siamo passati, senza accorgercene, a un altro genere, anzi proprio a un altro film.

Mr Long rivela un’abilità speciale a cucinare i noodles, quella specie di spaghetti cinesi che cercherò di assaggiare appena possibile, superando, per curiosità, la naturale refrattarietà nei confronti della cucina esotica.
Non ha a disposizione tutti gli ingredienti necessari, ma ci pensano gli abitanti della zona a procurarglieli.

In quella squallida periferia c’è ottima gente, disponibile ad accogliere e ad aiutare uno sconosciuto taciturno, soprattutto dopo avere scoperto le sue abilità culinarie. Gli procurano tutto il necessario per cucinare e mettere su una fiorente attività ambulante di vendita dei noodles su un carretto: nessun intervento dell’Azienda sanitaria o dei vigili urbani giapponesi (ci sarà qualcosa di corrispondente alla ASL, ai vigili urbani, all’Ufficio igiene, in Giappone!).

Mi viene in mente Quanto basta (Francesco Falaschi, commento 15 aprile 2018), un bel film basato anch’esso su un talento culinario particolare del protagonista.
In quel film la voglia di imparare il mestiere di cuoco aiuta un ragazzo autistico a liberarsi dalla prigione mentale determinata dalla malattia.
In Mr Long lo stesso talento aiuta uno che si è, non sappiamo quanto volontariamente, chiuso in una gabbia (fa il killer, vive da solo, non cambia mai espressione del viso, parla lo stretto necessario).

Il bambino a cui Mr Long si è affezionato ha un problema: la madre si droga.
Qui entra a pennello qualche scena del genere film tossici a Ostia, quando il regista rievoca il percorso di violenze che ha portato questa ragazza – partita con la speranza di affermarsi come ballerina, innamorata di un bravo giovane ammazzato dai delinquenti – a diventare una tossicodipendente e a utilizzare il figlio per farsi consegnare la droga.

Il killer decide di salvare la ragazza, di costringerla a disintossicarsi, utilizzando metodi molto duri, che non sarebbero accolti con favore dalle nostre comunità terapeutiche.
Nel frattempo abbiamo visitato la commedia romantica (l’amore tra i due giovani, le passeggiate mano nella mano, i tramonti), la tragedia (morte della persona amata), il genere comico (si ride anche, ogni tanto), il melodramma strappalacrime e persino la sceneggiata (non c’è Mario Merola, ma poco ci manca).

Stiamo quasi per rassegnarci alla felice conclusione sentimentale, quand’ecco riapparire la banda con cui Mr Long ha avuto qualche acceso scambio di opinioni all’inizio, qualche contrasto di idee risolto con modi spicci ma efficaci.
Il film torna al genere kung fu, nella versione western: “uno contro tutti”, “sfida finale”, Mezzogiorno di fuoco.
Il cavaliere solitario vendica la ragazza simbolo del riscatto, che ha fatto una brutta fine, ammazza tutti i nemici, uno a uno, puntigliosamente, e se ne va, malinconico, con la coscienza di avere fatto la cosa giusta.
Dove va?
Ritorna a Taiwan, alla routine del lavoro di killer della mafia.
Il film sembra giunto alla naturale conclusione, ma c’è un’appendice, perché il bene deve prevalere, ci dev’essere la possibilità di una rinascita.
I bravi giapponesi, che hanno tanto apprezzato le abilità culinarie di Mr Long, da Tokio si portano a Taiwan, per cercarlo.
Lo trovano.
Mr Long si commuove vedendo il bambino a cui si era affezionato, lo abbraccia tra le lacrime. Abbraccia anche quelle brave persone con cui non aveva mai scambiato una parola (non parla la loro lingua). Sono riuscite a trovarlo nonostante la riservatezza connessa al lavoro di killer (un capo mafioso all’antica guarda la scena trasecolato e pensa: di questo passo dove andremo a finire?).

Restano alcune domande in sospeso:
1) la polizia esiste in Giappone o è stata sostituita dalla mafia?
2) Chi ha raccolto e seppellito tutti quei morti dopo l’ultimo combattimento? Ne hanno parlato alla televisione? È partita un’indagine? (Non della mafia, della polizia, se esiste).
3) Perché gli assalitori, numerosi, assalivano uno alla volta e non tutti insieme? Perché davano questo vantaggio a Mr Long?
4) Perché non usavano le pistole?

Infine: che lavoro fa Mr Long quando, alla fine, si prende cura del bambino come un buon padre di famiglia? Fa il killer o il cuoco?

A parte queste domande senza risposta, un film interessante e anche divertente, un buon modo di passare un pomeriggio di fine estate, quando la temperatura comincia a scendere e i negozi si riempiono di quaderni con le copertine colorate, di diari, astucci, borse che fra un po’ vedremo pendere sulle spalle di bambini e ragazzi, felici, anche se non lo ammetterebbero, di andare a scuola, come il bambino del film, che ha trovato, finalmente, la vita normale del figlio adottivo di un killer dal cuore d’oro.