Cinema Odeon – piazza San Paolo all’Orto – Pisa (11 settembre 2018 h 18.00)

Basato sul libro autobiografico “Don’t worry, he won’t get far on foot” (“Non preoccuparti, a piedi non andrà lontano”) del vignettista satirico John Callahan.

C’erano una volta tre vignettisti che avevano un modo di disegnare (il tratto) simile, benché segnato dalla personalità, dalla vita, dalle esperienze di ciascuno.

C’erano; non ci sono più.

Personalità, vita, esperienze molto diverse tra loro.

A cominciare dal fatto che uno (Wolinski), più vecchio degli altri, era un francese tunisino (padre ebreo di origine polacca, madre francese di origine italiana) e viveva a Parigi; l’altro (Vincino) era un palermitano trapiantato a Roma; il terzo (Callahan), un americano dell’Oregon di origine irlandese: capelli rosso fuoco, come la polpa di un cocomero maturo.

Origine, cultura, ambienti molto diversi, negli stessi anni turbolenti e stimolanti che vanno dal periodo di forti cambiamenti sociali, quasi una rivoluzione, che chiamiamo sessantotto, ai giorni nostri.

In questo lasso di tempo hanno realizzato un numero enorme di disegni singoli e strisce, fulminee vignette spesso accompagnate da fulminee didascalie: i cosiddetti fumetti (letteratura disegnata, secondo Hugo Pratt, con i testi inseriti nelle nuvolette di fumo).

Quando ero un ragazzino, per noi ragazzi i fumetti erano semiclandestini: li compravamo da un vecchietto, mai in edicola; erano vietatissimi a scuola, tollerati a casa, a patto di non esagerare.

Il vecchietto (così mi pareva, in realtà non era poi tanto vecchio) faceva una specie di baratto su un carrettino a mano: gli davi i giornalini che avevi letto, un po’ di lire (non ricordo quanto, ma poco), lui ti dava quelli che non conoscevi. Così i fumetti giravano.

Un meccanismo commerciale antico, perfetto: circolazione delle merci, nessuno spreco, possesso ridotto al minimo, limitato nel tempo. Più che al baratto, questa modalità di scambio di beni potrebbe rapportarsi al leasing, quindi essere considerata (non ho le competenze necessarie per affermarlo con certezza: la sparo grossa) l’origine di un’attività finanziaria oggi in gran voga.

Diciamolo, senza paura di dire fesserie, anzi con il coraggio di dirle: Vincenzo, così si chiamava l’uomo del carrettino, ci dava i fumetti in leasing.

Era stato guardia di finanza, aveva avuto problemi familiari e viveva così, da solo (è il destino dei grandi).

Si diceva fosse vegetariano e libero pensatore: qualcuno, non noi, lo considerava un filosofo di strada; eravamo troppo ignoranti per poter condividere questa opinione.

Aveva un posto fisso nella via principale del paese, il Corso Campano.

Ci fermavamo, tornando da scuola, davanti a quel carrettino.

Era nervoso; una volta si impressionò per qualcosa che avevo detto – non ricordo cosa, forse una stupida presa in giro del suo strumento di lavoro – e mi tirò un’ombrellata, arrivando molto vicino all’occhio; c’è mancato poco che non restassi guercio per tutta la vita.

Certamente il torto era mio e mi piacerebbe chiedergli scusa, se avessi la possibilità di incontrarlo (è morto da tanto tempo); mi rattrista il ricordo del suo sguardo irritato e sgomento per il guaio che stava per fare (a me e a se stesso).

Non ero così aggressivo da cercare di offenderlo volutamente, ne sono certo; il guaio è che a volte facciamo il male che non vogliamo – Paolo di Tarso, Lettera ai Romani: «… Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.» (Testo CEI 2008: Rm 7, 18 e seg.)

Comunque gli chiedo scusa, senza appellarmi, in difesa, allo stesso Paolo di Tarso, che, nel testo citato, così segue: «Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me.»

Non sappiamo quanto una parola, che per noi non ha importanza, possa ferire chi l’ascolta.

Come quando in un supermercato ho visto una donna andare fuori di testa per essere stata rimproverata educatamente da una cassiera perché aveva preso le arance con le mani nude e non con gli appositi guanti.

Sul momento la mia simpatia era stata tutta per la cassiera; anche a me il rispetto della convenzione era sembrato importante e non avevo pensato alla disperazione del cane battuto da tutti.

Poi ho riflettuto che è facile sentirsi superiore agli altri perché si rispettano le “sacrosante”, convenzionali, ipocrite regole dell’igiene: chissà quanti avevano maneggiato le arance, prima che giungessero nella cassetta del supermercato, chissà quante sostanze velenose erano entrate in contatto con la buccia di quelle arance, e noi ci sentiamo civili perché le tocchiamo con gli appositi guanti.

Dunque chiedo scusa al povero filosofo di strada e a chiunque, anche solo per un attimo, ha avuto per colpa mia lo sguardo che aveva lui quando si accorse del segno che la punta dell’ombrello aveva lasciato vicino al mio occhio destro.

I fumetti erano disprezzati dai professori (guai a scoprirli sotto i banchi) e, di conseguenza, tollerati a malincuore dai genitori («anziché studiare perde tempo con i fumetti»).

Parlo di Black Macigno, di Capitan Miki, dell’Intrepido, del Monello; prima ancora: dei racconti disegnati che trovavamo nel Corriere dei piccoli, del mondo fantastico, colorato, di Walt Disney; sto parlando di quei coniglietti che vivevano nei boschi, degli scoiattoli che dormivano nel cavo di un albero o in una casetta nascosta fra i rami.

Ricordo con esattezza quest’immagine, non so di quale fumetto. Rivedo il bosco accogliente, disegnato con precisione, con tutti i dettagli, reali e fantastici nello stesso tempo e capisco da cosa è nata la passione per la natura, l’amore romantico per la campagna, che poi abbiamo razionalizzato chiamandolo ecologia. 

Erano fumetti molto diversi da quelli dei nostri tre disegnatori satirici. Per poter apprezzare questi ultimi sono dovuti passare degli anni, abbiamo dovuto prima incontrare Charlie Brown (passaggio necessario), Asterix, Bristow, Andy Capp, e, perché no? Bobo e Forattini.

I tre vignettisti di cui parlavo avevano un talento comune, che esprimevano attraverso il disegno e le parole: la sintesi, la capacità di concentrare in pochi tratti, spesso  tremolanti, ma esatti, concetti semplici, complicati, a volte chiari, a volte oscuri, divertenti (non sempre).

Con questi disegni hanno espresso la loro opinione su come va il mondo, su come andava quando erano vivi, un’opinione sempre interessante, sempre intelligente, spesso fuori dalle righe, a volte scioccante.

Ci hanno aiutato a pensare, ci hanno fatto ridere (non è poca cosa).

Dei tre quello che mi è rimasto più nel cuore è Wolinski.

Perché l’ho scoperto, su una bancarella della riva gauche della Senna, alla fine degli anni ‘70, in un momento importante della mia vita: ero giovane, ma, avendo superato i problemi che spesso si accompagnano alla giovinezza, mi ero potuto permettere una vacanza a Parigi senza patemi di natura economica (lo stipendio era assicurato), avevo fatto incontri interessanti, insomma le cose avevano preso il verso giusto (dopo un periodo in cui non c’era stato modo di trovare un verso qualsiasi, sembrava di girare a vuoto).

Trovai per caso due libri di Wolinski (“Ils ne pensent qu’à ça” e “Les français me font rire”), mi feci aiutare a capirne il senso, mi venne voglia di studiare il francese (anche perché, nel frattempo, avevo scoperto Georges Brassens), una lingua che amo, ma non al punto da riuscire a superare la noia degli esercizi di grammatica – non sono mai riuscito a studiare una grammatica; imparare una lingua straniera per me significa ascoltare canzoni, vedere film, provare a leggere libri, poesie, a parlare con la gente; se poi il risultato è così così, non fa niente.

Wolinski aveva cominciato la vita in modo complicato: nato a Tunisi, orfano di padre (assassinato), madre ammalata di tubercolosi, fu cresciuto dai nonni. Alla fine approdò a Parigi, dove portò a termine le scuole e la laurea in Architettura.

Con il suo talento di disegnatore e il suo senso dell’umorismo si tuffò nel “movimento”, collaborando a varie riviste.

Wolinski mi è rimasto nel cuore anche per il modo in cui  è morto, nella redazione di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, ucciso, insieme ad altre undici persone, da un gruppo di coglioni che pensavano di omaggiare, o vendicare, o difendere in questo modo la loro stupida superstizione (si può difendere una religione che costringe le donne ad andare in giro con uno straccio in testa? Anche le suore vanno in giro così conciate, ma oggi, per fortuna, nessuna donna è obbligata a farsi suora o a vestirsi da suora).

Vincino è forse quello dei tre che ha avuto una vita più normale: fra le redazioni di giornali rivitalizzati dall’ingresso di spiriti liberi (L’Unità con Tango e  Cuore, Lotta Continua, ma anche Corriere della Sera, Il Sabato e Vanity Fair), di giornali fondati, portati al successo e poi affondati (Il Male), per approdare a Il Foglio di Giuliano Ferrara.

Anche lui, come Wolinski, apparteneva alla galassia di sinistra e partecipava a quella cosa astratta, ma molto sentita in quegli anni (1968 e seguenti), che, senza ulteriori precisazioni, tutti definivano “movimento”.

A quei tempi tutti i giovani erano inseriti nel movimento, da una parte o dall’altra; non proprio tutti, tutti quelli che vivevano nelle grandi città (ma anche meno grandi, come Trento, Padova, Palermo, Pisa), andavano a scuola, andavano all’Università e, se di sinistra, mitizzavano la classe operaia.

I democristiani non apparivano. Poi, ad ogni elezione, si scopriva che votavano.

Quelli di Comunione e Liberazione erano agli inizi, si notavano poco e, per dirla tutta, sembravano tipi strani (si vociferava che andassero a messa tutte le domeniche; qualcuno, addirittura, raccontava a bassa voce, sbalordito, di avere sentito dire che cantavano i salmi, ma la cosa destava incredulità).

Nelle Università, nelle scuole era impossibile starsene tranquillamente a guardare: si partecipava alle assemblee, si alzava la mano, si era automaticamente cooptati nel movimento.

Chi è riuscito a mettersi un po’ in disparte («non sono l’unico responsabile del destino del mondo, cazzo!»), chi non si è fatto prendere la mano e ha ascoltato con sano scetticismo gli eroi che proponevano “armiamoci e partite”, si è goduto lo spettacolo dei cambiamenti epocali che sono intervenuti a livello individuale.

Chi avrebbe mai potuto immaginare che il leader più importante dell’Unione dei Comunisti Italiani (Marxisti-Leninisti), del partito che tutti chiamavano “filocinese”, dell’unico partito italiano riconosciuto come “fratello” dalla Cina di Mao, si sarebbe trovato insieme a quelli che cantavano i salmi?

Chi avrebbe mai potuto immaginare che questi ultimi sarebbero diventati assessori, deputati, senatori, affaristi, trafficoni, presidenti di regioni e ospiti delle patrie galere?

Vincino, pur modificando le sue posizioni, è rimasto sempre se stesso: un libertario vinciniano.

Quando fu criticato da quelli che si irreggimentavano volentieri, coniò, per se stesso, la definizione “vignettista dai facili costumi”.

Era laureato in Architettura con il minimo dei voti, la tesi scopiazzata; superò anche l’esame per l’abilitazione presentando la pianta dell’Ucciardone e spacciandola per il progetto di un “centro sociale per ventimila persone con valenze positive”.

Era fatto così: gli piaceva prendere in giro la gente seria.

Mi viene in mente “Amici miei” di Mario Monicelli; si sarebbe trovato bene in compagnia del conte Mascetti, dell’architetto Melandri, del giornalista Perozzi, del barista Necchi, del dottor Sassaroli.

Quando uscì la nuova Panda, molto pubblicizzata, la redazione del Male, di cui Vincino era direttore, chiese una macchina all’ufficio stampa della Fiat per un servizio fotografico finto, e non la restituì.

Con quella Panda scorrazzarono per l’Italia; quando i carabinieri li fermavano facevano vedere il libretto di circolazione dov’era scritto “proprietà della Fiat”.

Con la stessa macchina girarono per la Polonia per distribuire in giro copie di un falso giornale dei lavoratori polacchi in cui si annunciava la notizia falsa, in anticipo sui tempi, dello scioglimento del partito comunista polacco.

Non è “Amici miei”? Con la differenza che le burle del film erano inventate, queste erano vere, organizzate da giovani che … mi viene un’invidia se penso a come, nello stesso periodo, vivevo io!

Più che invidia, rimorso. Loro avevano capito che non è obbligatorio annoiarsi, nella vita: quanto tempo buttato nelle riunioni del Collegio Docenti! Che tristezza all’idea di avere sprecato delle ore a sentire (non ascoltare, sentire come un rumore fastidioso) un tale o una tale preoccupato o preoccupata solo di far vedere quanto ce l’ha lungo (anche quelle che indossavano abiti firmati) e non ha la minima intenzione di risolvere problemi pratici, come la mancanza di carta igienica nei cessi degli alunni.

Una vita, quella di Vincino, divertente, sembrerebbe, ma normale, rispetto alla vita dei due vignettisti che si possono accostare a lui per il tratto e per il tipo di umorismo.

Anche la morte di Vincino è stata normale, sempre riferendosi a quella degli altri due: è morto il 21 agosto di quest’anno, «come tutti si muore, come tutti, cambiando colore» (Fabrizio De André).

La vita di John Callahan non è stata normale.

Nato nel 1951 a Portland, in Oregon, rifiutato dalla madre al momento del parto, adottato da una coppia che credeva di non poter avere figli e invece ne ebbe cinque naturali, tre maschi e due femmine, dopo di lui.

Prendo le informazioni successive dal libro autobiografico.

Difficoltà nei rapporti col padre adottivo: «Ogni volta che puniva uno dei miei fratelli invece che me, potevo condannarlo senza per questo nutrire sensi di colpa. Alla fine delle scuole superiori i rapporti con mio padre erano ormai gelidi.»

Difficoltà con le donne: «È stata la mia prima rottura a tavolino con una donna, il mio primo, confuso tentativo di vendicarmi con mia madre (quella naturale) per avermi abbandonato. Ne sarebbero seguiti molti altri, ma per due anni avrei evitato qualsiasi coinvolgimento con le donne.»

Adolescenza difficile.

Prima sbornia: «A tredici anni, e in procinto di entrare alle superiori, ho scoperto che esisteva una medicina per il mio senso di colpa, se non per le cicatrici da acne. Alla veglia funebre per mia nonna ho sgraffignato un po’ di gin da un tavolo stipato di alcolici. Mi è piaciuto così tanto che l’ho bevuto fino a perdere conoscenza. Poi, ovviamente, nel cuore della notte ho vomitato alla grande, ma non importava.»

Difficoltà a trovare un posto nella vita, pur avendo manifestato precocemente il talento per il disegno. Disegnò una suora della scuola cattolica in cui studiava, nuda e con le smagliature sulla pancia bene in evidenza, perdendo la protezione materna che quella suora, forse carente dal punto di vista affettivo, voleva riversare su di lui (“il bambino adottato, il bambino docile, educato, remissivo …”).

La suora si vendicò, come può vendicarsi un’aspirante “mamma” tradita: «… ma allora si è data da fare per rafforzare in me la sensazione di essere personalmente responsabile dell’Agonia di Cristo. Come minimo.»

Adolescenza sbandata, fra alcol e depressioni varie, cambiando più volte lavoro, fino ai ventun’anni, quando una sera, dopo una giornata di baldoria, prese posto, ubriaco, sul suo maggiolino, guidato da un amico ubriaco peggio di lui, e si risvegliò in un letto d’ospedale, in un corridoio tra tante barelle: «Dexter aveva scambiato un palo della luce per un’uscita e ci si era fiondato contro a centoquaranta all’ora. La Volkswagen si era piegata come una fisarmonica, provocando lievi ferite a Dexter ma recidendomi con precisione chirurgica la colonna vertebrale. Non che al momento me ne rendessi conto. Ero troppo ubriaco.»

Finito su una sedia a rotelle, a ventun’anni, tetraplegico C5-6 (lesione spinale della quinta e sesta vertebra cervicale), si ritrovò, sono parole sue, “una testa cucita su un cadavere”.

Dopo sofferenze inaudite, rimesso … no, non in piedi, rimesso seduto su una sedia a rotelle, con una autonomia ridotta al minimo, non desiderava altro che continuare a stordirsi con l’alcol.

Mi vengono strani pensieri quando leggo di queste situazioni, quando vedo film che le trattano.

Pensieri politicamente, e, forse, anche eticamente poco corretti.

Il fatto è che la lettura e il cinema stimolano l’immedesimazione, che agisce in modo prepotente sulla mia immaginazione.

Ne consegue che continuamente mi domando: tu che faresti in quella situazione?

La risposta è fuori discussione, non ho dubbi a riguardo.

E se non fossi nelle condizioni di decidere? Se non fossi cosciente?

Scriverò la mia scelta nel testamento biologico, non appena troverò il tempo e la voglia di consegnarlo agli uffici del comune addetti a riceverlo; che palle! Ma perché non basta lasciare un foglio firmato in un cassetto della scrivania? Devono far entrare la burocrazia anche in questi aspetti delicati della vita! Possibile che dobbiamo imparare dalla Svizzera?

Dalla Svizzera che vive di finanza e ha inventato l’orologio a cucù quando noi inventavamo il Rinascimento? (Orson Welles)

Assicuriamo la possibilità di tenere sotto controllo la sofferenza, usando tutti i mezzi che la medicina moderna mette a disposizione; facciamo in modo che la scelta sia veramente libera; ma se uno ha scelto di mettere fine alla propria storia, perché non vuole vivere come una testa cucita su un cadavere, aiutiamolo ad attuare la sua decisione.

John Callahan era un alcolizzato, uno disposto a sopportare grandi sofferenze per un momento di ebbrezza.

Io non potrei diventare alcolizzato perché mi fanno schifo la nausea, il vomito, la perdita del controllo sul proprio corpo, la necessità di farsi aiutare per superare le conseguenze della sbornia.

Non è una scelta etica, credo che l’uomo abbia diritto al piacere se può procurarselo senza danneggiare gli altri, ma non accetterei di pagare lo scotto della sofferenza e della dipendenza.

Le orribili e antiestetiche situazioni in cui ci si mette dopo la sbornia, dopo le punture alla ricerca spasmodica della vena, dopo l’aspirazione nasale, mediante una cannuccia, di una stupida polvere bianca, sono, sono sempre state, per me, motivo sufficiente per allontanarmi dalle sostanze stupefacenti.

John Callahan, invece, ricercava lo sballo, nonostante la sofferenza successiva; prima dell’incidente aveva eliminato con una pompa, dalla fiancata della macchina, le tracce di vomito che il disgraziato ubriacone che guidava vi aveva sparso.

Invece di cacciarlo dalla macchina e lasciarlo a piedi, lo fece salire al posto di guida (ma era ubriaco anche lui).

Callahan accettava la sofferenza connessa allo sballo, per questo, dopo un lungo percorso, finì con l’accettare il vero e proprio calvario successivo all’incidente.

Un calvario reso ancora più duro dalla pochezza del sistema sanitario pubblico americano e anche, sembrerebbe, dal taglio dei fondi per l’assistenza agli invalidi introdotto dalla presidenza Reagan (Obama ha cercato di porre rimedio, poi gli americani si sono messi in mano a Trump).

Ma, soprattutto, il suo calvario era aggravato dall’alcolismo, che aveva di nuovo preso il sopravvento, dopo che i dottori l’avevano messo sulla sedia a rotelle.

Con l’aiuto di uno psichiatra, John Callahan prese coscienza della necessità di eliminare definitivamente l’alcol dalla propria vita per cercare di raggiungere una condizione minimamente accettabile: capì che tutti i suoi guai erano partiti dal rifiuto che aveva dovuto subire alla nascita e dall’autocommiserazione che, in seguito, aveva coltivato; guardò in faccia la realtà e cominciò ad affrontarla, facendosi aiutare dagli Alcolisti Anonimi.

Per superare i suoi conflitti interiori aveva bisogno di ritrovare la madre, quella ragazza dai capelli rossi che l’aveva abbandonato alla nascita.

S’impegnò nella ricerca con tutti i mezzi, aiutato da un amico.

La ricerca gli procurava forti squilibri emotivi, agiva fortemente sulla sua immaginazione, tanto che una notte, svegliatosi di soprassalto, si sentì trasportare all’indietro nel tempo, fino ai primi momenti successivi alla nascita.

Avvertiva accanto una presenza protettiva. «Poi, a un tratto, più nulla: è scomparsa come una barca inghiottita da una cascata. Al suo posto, il freddo abissale, dolente e familiare che custodivo da trent’anni. Era il freddo gelido del rifiuto, lo schiaffo in pieno viso che significa: “Non ti voglio”. Allora ho ceduto ai singhiozzi e ho pianto come piange un bambino, senza ritegno.»

La liberazione dalla dipendenza gli consentì di ricominciare a vivere (o, forse, di cominciare); riprese a disegnare, tenendo la matita con entrambe le mani.

Collaborò con giornali, scrisse libri, fra i quali quello che dà il titolo al film: “Don’t worry, he won’t get far on foot”, un’autobiografia da cui ho preso gli stralci riportati sopra (John Callahan “DON’T WORRY” – traduzione di Giuseppe Maugeri – ed. Garzanti).

Se qualcuno degli aventi diritto ha obiezioni riguardo alla presenza nel commento di frasi tratte dal libro citato, basta avvisare: cancellerò le frasi ricopiate e riportate tra virgolette.

Il titolo è tratto da una striscia che rappresenta guardie a cavallo con la stella di sceriffo; cercano qualcuno: proprio lui; trovano la sedia a rotelle vuota e capovolta; uno di loro dice: «Non c’è da preoccuparsi, a piedi non andrà lontano.»

Questo è puro Callahan: uno sberleffo lanciato sull’autorità, sul mondo, su se stesso.

Ci si chiederà: è poi riuscito a trovare la madre naturale? Sì, è riuscito a ritrovarla.

Però, purtroppo, ha scoperto che era morta quando lui aveva dodici anni e cominciava a mettersi nei guai.

È riuscito a recuperare solo un pacco di fotografie e la testimonianza di una vecchia amica della madre.

Nel film il disegnatore è interpretato da Joaquin Phoenix.

Una buona interpretazione, che ha suscitato proteste da parte di un’associazione che si occupa delle persone disabili (la Ruderman Family Foundation), la quale chiedeva che la parte di un personaggio costretto su una sedia a rotelle fosse affidata a un attore realmente costretto su una sedia a rotelle.

Una strana richiesta, che equivale a pretendere che Otello, nel dramma di Shakespeare, sia interpretato da un attore realmente nero, che Amleto sia interpretato da un danese, che il “lago dei cigni” di Čajkovskij sia danzato da cigni veri e non da ballerine in tutù.

È ciò che, sostanzialmente, sostiene (tranne qualche piccola esagerazione polemica) Jay Ruderman, presidente della fondazione dedicata a se stesso o alla sua famiglia. Infatti egli dichiara:

«Mentre entriamo nel 2018, la società americana non considera più accettabile che gli attori bianchi interpretino i personaggi neri, asiatici o ispanici. È ugualmente inaccettabile e offensivo per attori abili essere scelti in modo inautentico per portare in scena dei personaggi disabili».

Non voglio usare una troppo facile ironia nei confronti di uno che è presidente di una fondazione che porta il suo nome (già questo fa ridere) perché non so quali titoli di merito abbia nell’aiuto alle persone disabili e ho una naturale diffidenza nei confronti della pubblicità di tutti i tipi (soprattutto quando ha per oggetto i propri meriti).

Però questo Jay Ruderman non ha capito che l’arte, in particolare il cinema, è il regno dell’inautentico (mai sentito parlare di finzione cinematografica?).

John Callahan, dopo avere trascorso gran parte della vita su una sedia a rotelle, è morto il 25 luglio 2010.

Riposi in pace.

Ha scritto:

«Un giorno un patologo osserverà il mio cadavere con un microscopio ed esclamerà: “Per Dio, Jenkins! Queste non sono affatto cellule umane! Sono le cellule di un fumettista!”»

POST-SCRIPTUM

La sceneggiatura di questo film, firmata dallo stesso regista, è rispettosa del libro autobiografico da cui è tratta.

Però mi sembra che accentui un clima new age, soprattutto nei metodi seguiti dall’associazione Alcolisti Anonimi americana per tirare fuori dall’alcol il nostro John Callahan e i suoi compagni di sventura (non si accenna all’intervento precedente dello psichiatra).

C’è un momento in cui John è indotto a cercare tutti quelli a cui ha fatto del male per chiedere scusa: il vecchio professore, il negoziante a cui aveva rubato qualcosa, l’assistente sociale che, giustamente, aveva trattato in modo aggressivo. Chiedere scusa a quella stronza mi è sembrato il colmo. Io non l’avrei fatto.

Mi è venuta in mente una serie televisiva comica statunitense (“My name is Earl”), divertentissima, in cui il protagonista, interpretato da Jason Lee, fa la stessa cosa, con effetti esilaranti, per allontanare il karma negativo, in parole povere: la sfiga.

Ho pensato che questo è un altro motivo per evitare a tutti i costi di diventare alcolizzato: se ti accade, per venirne fuori ti tocca fingere di credere alle cazzate di un guru che parla come quello del film.