(11 settembre 2018 h 18.00)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Basato sul libro autobiografico Don’t worry, he won’t get far on foot (Non preoccuparti, a piedi non andrà lontano) del vignettista satirico John Callahan.

C’erano una volta tre vignettisti che avevano un modo di disegnare (il tratto) simile, benché segnato dalla personalità, dalla vita, dalle esperienze di ciascuno.
C’erano; non ci sono più.

Personalità, vita, esperienze molto diverse tra loro.

Wolinski (1934, 2015): padre ebreo di origine polacca, madre francese di origine italiana; nato a Tunisi, viveva a Parigi. Era un métèque (meticcio) per nascita e per vocazione, non tanto o non solo per la gueule (la faccia, il muso, il grugno, il ceffo a cui si riferisce la canzone di Moustaki), quanto per la forma mentis e, di conseguenza, per il particolare senso dell’umorismo.

Vincino (1946, 2018), palermitano trapiantato a Roma; perennemente presente sul viso un sorriso ironico, furbo, sfottente e strafottente.

John Callahan (1951, 2010): capelli rossastri da americano dell’Oregon di origine irlandese, il viso butterato dall’acne.

Cultura, ambienti molto diversi tra loro, sviluppati e frequentati negli stessi anni turbolenti e stimolanti compresi tra il periodo di forti cambiamenti sociali, quasi una rivoluzione, che chiamiamo sessantotto, e i nostri giorni.
In questo lasso di tempo hanno realizzato un numero enorme di disegni singoli e di strisce, fulminee vignette spesso accompagnate da fulminee didascalie: i cosiddetti fumetti (letteratura disegnata, secondo Hugo Pratt, con i testi inseriti, in origine, nelle nuvolette di fumo).

Quando ero un ragazzino, leggere i fumetti, per noi ragazzi, era un’attività semiclandestina.
Li compravamo da un vecchietto, mai in edicola; erano vietatissimi a scuola, tollerati a casa, a patto di non esagerare, di non far vedere troppo quanto ci piacevano.
I nostri genitori applicavano un principio dedotto, verosimilmente, dalla loro educazione: se una cosa ci piaceva troppo, doveva avere in sé qualcosa di vietato, o, almeno, di sconsigliabile.
Il vecchietto (in realtà non era tanto vecchio) dirigeva con precisione lo scambio dei fumetti tra i lettori, facendo da intermediario. Utilizzava un carrettino a mano: gli davi i giornalini che avevi letto, un po’ di monetine (non ricordo quante lire, ma poco), lui ti dava quelli che non conoscevi. In questo modo i fumetti giravano.

Un meccanismo commerciale perfetto: circolazione delle merci, nessuno spreco, possesso limitato alla durata del consumo. A volte ricompravi un fumetto che ti era molto piaciuto, se non c’era niente di nuovo. Lo rileggevi, lo riportavi nel carrettino.
Idea geniale. Cos’era? Una forma primitiva di leasing? Una forma di baratto?
Non ho le competenze per avventurarmi su tecnicismi in un campo che ignoro (so solo che l’economia esiste ed è mortalmente noiosa).
Nelle mani del vecchietto rimanevano un po’ di soldi che gli consentivano di sopravvivere.
Lo scambio, stimolando la circolazione dei fumetti, ne aumentava il valore a lungo termine: più ragazzi li leggevano, più adulti avrebbero coltivato il ricordo e il desiderio di ritrovarli.
Infatti attualmente quei fumetti, proprio quelli, sgualciti e pieni di macchie – non le riedizioni che ogni tanto si vedono nelle edicole e nelle librerie – sono preziosi: alcuni spenderebbero cifre consistenti per toccarli di nuovo.
I racconti disegnati sono troppo ingenui, ci annoierebbe leggerli ora.
Ci basta guardarli, sfogliarli, ritrovare qualche immagine; vogliamo solo rivivere alcuni momenti attraverso degli oggetti (plurale narrativo, forma retorica, ma non solo), un po’ come accade con le figurine dei calciatori (nessuno le raccoglierebbe di nuovo, suppongo) o come raccontato da Proust nella sua recherche del tempo irrimediabilmente perduto, ma sempre presente.

L’uomo del carrettino era stato guardia di finanza, aveva avuto problemi famigliari, viveva da solo (è il destino dei grandi).
Si diceva fosse vegetariano e libero pensatore: qualcuno, non noi, lo considerava un filosofo di strada; eravamo troppo ignoranti per poter condividere questa opinione.
Aveva un posto fisso nella via principale del paese, il Corso Campano.
Ci fermavamo, uscendo da scuola, davanti al carrettino; scuole elementari: pantaloni corti sotto al grembiule nero; scuole medie: primi pantaloni lunghi, borsone rozze a tracolla, su un solo lato, poggiate su una spalla con attraversamento obliquo di petto e schiena. Gli zainetti erano di là da venire.
Nel carrettino a mano erano disposti i fumetti, ordinati per tipo, in modo che non fosse necessario, non era consentito, rovistare e creare disordine.
L’uomo era nervoso (ne aveva ben donde); una volta si impressionò per qualcosa che avevo detto – non ricordo cosa, forse una stupida presa in giro del suo strumento di lavoro – e mi tirò un’ombrellata, arrivando molto vicino all’occhio; c’è mancato poco che restassi guercio per tutta la vita.
Certamente il torto era mio e vorrei chiedergli scusa; mi rattrista il ricordo del suo sguardo irritato e sgomento per il guaio che stava per combinare (a me e a se stesso).

Non ero così aggressivo da cercare di offenderlo volutamente, ne sono certo; ma purtroppo noi offendiamo anche senza volerlo. Gli chiedo scusa; non cerco attenuanti, non mi appello, in difesa, a Paolo di Tarso, Lettera ai Romani (Rm 7, 18 e seguenti): «Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me.»

Non sono credente, ma questo pensiero ha trovato saldamente posto nella mia mente. È una verità che ciascuno di noi può trovare nella propria esperienza. Questo piccolo (Paulus) grande uomo la sapeva lunga.

Non sappiamo quanto una parola per noi priva di importanza, un atteggiamento superficiale, uno sguardo, possano ferire.
Un altro episodio: una volta, in un supermercato, facendo la fila alla cassa, ho visto una donna trasandata nel vestire e con i capelli arruffati andare fuori di testa per essere stata rimproverata educatamente dalla cassiera perché aveva preso le arance con le mani nude e non con gli appositi guanti.
Sul momento la mia simpatia era stata tutta per la cassiera: le avevo lanciato uno sguardo di approvazione; alla donna malvestita, che borbottava proteste, uno sguardo di compatimento (anche a me aveva dato fastidio il suo frugare senza “protezione” tra le arance).
Forse fu questa combinazione: il rimprovero della cassiera, l’inefficacia delle proteste, il mio sguardo severo, a determinare la sua reazione. Si sentì chiusa in un angolo: sei dalla parte del torto, la pensiamo tutti allo stesso modo, tu non puoi avere ragione, neanche un poco, noi siamo legittimati a trattarti come una bambina, a rimproverarti, a guardarti severamente.
Il rispetto della convenzione mi era sembrato importante e non avevo pensato alla disperazione del cane randagio che prende calci da tutti.
Un’espressione educata, non dura, impersonale ma chiaramente rivolta a lei, della cassiera, uno sguardo distaccato, superiore, evidenziavano l’isolamento di chi non riesce ad adeguarsi alle regole, non riesce a essere in ordine, a posto con le convenzioni estetiche e comportamentali.
Quando ho visto la donna buttare per terra il sacchetto in cui aveva raccolto le arance scelte con cura e portare via la sua umiliazione e il suo furore, ho pensato che noi “civili ed evoluti” le avevamo tolto il piccolo piacere di mangiare due arance, quella sera.
È facile sentirsi superiore agli altri perché si rispettano le “sacrosante”, convenzionali, ipocrite regole dell’igiene finta: chissà quanti avevano maneggiato le arance, prima che giungessero nella cassetta del supermercato, chissà quanti veleni “nei limiti della norma” erano entrati in contatto con la buccia di quelle arance, quanti insetticidi, conservanti, coloranti, lucidanti, tutti “nei limiti della norma”, e noi ci sentiamo civili perché le tocchiamo con gli appositi guanti, non per proteggerci da un prodotto alimentare che hanno reso pericoloso, ma per proteggere gli altri dalla carica batterica e virale presente sulle nostre mani. Insomma, in un mondo avvelenato dal profitto, i veleni siamo noi.

Tornando al povero filosofo di strada, chiedo scusa a chiunque, anche solo per un attimo, ha avuto per colpa mia lo sguardo che colsi, lo ricordo ancora, quando si accorse del segno che la punta dell’ombrello aveva lasciato vicino al mio occhio destro.

I fumetti erano disprezzati dai professori (guai a scoprirli sotto i banchi), tollerati a malincuore dai genitori («anziché studiare, perde tempo con i fumetti»).

Parlo di Black Macigno, di Capitan Miki, di Tex Willer, dell’Intrepido, del Monello; prima ancora: del mondo fantastico, colorato nella nostra fantasia anche quando era in bianco e nero, di Walt Disney; dei racconti disegnati che trovavamo nel Corriere dei piccoli e negli altri giornalini, dei coniglietti che vivevano nei boschi, degli scoiattoli che dormivano nel cavo di un albero o in una casetta nascosta tra i rami.
Ricordo con esattezza quest’immagine, non so di quale fumetto. Rivedo il bosco accogliente, disegnato con precisione, con tutti i dettagli, reali e fantastici nello stesso tempo e capisco da cosa è nata la passione per la natura, l’amore romantico per la campagna, che poi abbiamo razionalizzato chiamandolo ecologia. 

Erano fumetti molto diversi da quelli dei nostri tre disegnatori satirici.
Per poter apprezzare questi ultimi sono dovuti passare degli anni, abbiamo dovuto prima incontrare Charlie Brown e Asterix (i più amati, ancora oggi).
Di passaggio incontrammo Tiramolla (“il figlio della gomma e della colla”), Bristow, Andy Capp.
Non mi conquistò Dylan Dog, nonostante il grande successo tra i coetanei.
Sicuramente mancano nell’elenco creazioni intermedie importanti e la scansione dei tempi non è esatta, ma mi sto riferendo esclusivamente ai miei ricordi personali, ai personaggi che sono riuscito a intercettare nella mia adolescenza, a volte molti mesi dopo la loro apparizione sul mercato (nel carrettino, all’inizio, poi nelle librerie con esposizione all’aperto della Galleria Umberto, nelle pagine dei settimanali, dei giornali, degli inserti allegati).

I tre vignettisti di cui parlavo avevano un talento comune: la sintesi, la capacità di concentrare in pochi tratti, spesso tremolanti, ma esatti, concetti semplici, complicati, a volte chiari, a volte oscuri, divertenti (non sempre).

Con questi disegni hanno espresso la loro opinione su come va il mondo, su come andava quando erano vivi, un’opinione sempre interessante, sempre intelligente, spesso fuori dalle righe, a volte scioccante.
Ci hanno aiutato a pensare, ci hanno fatto ridere (non è poca cosa).

Dei tre quello che mi è rimasto più nel cuore è Wolinski.

Perché l’ho scoperto, su una bancarella della riva gauche, alla fine degli anni ‘70, in un momento importante della mia vita: ero giovane, ma, avendo superato i problemi che spesso si accompagnano alla giovinezza, mi ero potuto permettere una vacanza estiva a Parigi senza patemi di natura economica (lo stipendio era assicurato), avevo fatto incontri interessanti, insomma le cose avevano preso il verso giusto (dopo un periodo in cui non c’era stato modo di trovare un verso qualsiasi, sembrava di girare a vuoto).

Trovai per caso due libri di Wolinski (Ils ne pensent qu’à ça e Les français me font rire), mi feci aiutare a capirne il senso, mi venne voglia di studiare il francese (anche perché, nel frattempo, avevo scoperto Georges Brassens), una lingua che amo, ma non al punto da riuscire a superare la noia degli esercizi di grammatica – non sono mai riuscito a studiare una grammatica (non conosce l’economia, non conosce la grammatica … ma questo è proprio ignorante!).
Imparare una lingua straniera per me significa ascoltare canzoni, vedere film, provare a leggere libri, poesie, cercare di parlare con la gente; se poi il risultato è così così, non fa niente.

Georges Wolinski aveva cominciato la vita in modo complicato: nato a Tunisi, orfano di padre (assassinato), madre ammalata di tubercolosi, fu cresciuto dai nonni. Alla fine approdò a Parigi, dove portò a termine le scuole e la laurea in Architettura.
Con il suo talento di disegnatore e il suo senso dell’umorismo si tuffò nel “movimento”, collaborando a varie riviste.

Mi è rimasto nel cuore anche per il modo della sua morte, nella redazione di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, ucciso, insieme ad altre undici persone, da un gruppo di coglioni che pensavano di omaggiare, o vendicare, o difendere in questo modo la loro superstizione. Si può difendere una religione che costringe le donne ad andare in giro con uno straccio in testa? Se fosse una libera scelta, passi, ma in molti paesi musulmani è un obbligo. Anche le suore vanno in giro conciate in quel modo, più o meno, ma oggi, per fortuna, nessuna donna è obbligata a farsi suora o a vestirsi da suora.

Vincino è forse quello dei tre che ha avuto una vita più normale: nelle redazioni di giornali rivitalizzati dall’ingresso di spiriti liberi (L’Unità con TangoCuore, Lotta Continua, ma anche Corriere della Sera, Il Sabato e Vanity Fair), di giornali fondati, portati al successo e poi affondati (Il Male), per approdare a Il Foglio di Giuliano Ferrara.

Anche lui, come Wolinski, apparteneva alla galassia di sinistra e partecipava a quella cosa astratta, molto sentita alla fine degli anni sessanta, che, senza ulteriori precisazioni, tutti definivano “movimento”.

A quei tempi la maggior parte dei giovani, studenti degli ultimi anni delle superiori e universitari – esclusi i fascisti, che si ritrovavano tra di loro nelle loro sedi – erano considerati parte del movimento, un’ampia area di sinistra molto variegata e divisa in gruppuscoli che continuamente si dividevano e si ricomponevano, per ridividersi subito dopo.

I democristiani non apparivano. Poi, a ogni elezione, si scopriva che votavano.

Quelli di Comunione e Liberazione erano agli inizi, si notavano poco e, per dirla tutta, sembravano strani: si vociferava che andassero a messa tutte le domeniche; qualcuno, addirittura, raccontava a bassa voce, sbalordito, di avere sentito dire che cantavano i salmi, ma la cosa destava incredulità, tanto era assurda per noi.
Li consideravamo alieni (la prima plurale è riferita a chi ruotava intorno al movimento nell’ampia area di sinistra).

Nelle Università, nelle scuole, era impossibile starsene tranquillamente a guardare: si partecipava alle assemblee, si alzava la mano, si era automaticamente cooptati, da una parte o dall’altra.
Quelli che sapevano parlare in pubblico portavano le assemblee ad approvare, “democraticamente”, qualunque cosa.
Parlo del primo periodo. In seguito il gioco delle assemblee finì e chi si proponeva di guidare la classe operaia non si accontentò di far approvare la qualunque: passò all’azione, purtroppo.

La maggior parte di quei giovani, dopo i tentennamenti iniziali, è riuscita a farsi un po’ da parte («non sono l’unico responsabile del destino del mondo, cazzo!»), non si è fatta prendere la mano, ha ascoltato con sano scetticismo gli eroi che proponevano “armiamoci e partite” e si è goduto lo spettacolo dei cambiamenti epocali intervenuti a livello personale.

Chi avrebbe mai potuto immaginare che il leader più importante dell’Unione dei Comunisti Italiani (Marxisti-Leninisti), del partito che tutti chiamavano “filocinese”, dell’unico partito italiano riconosciuto come “fratello” dalla Cina di Mao, si sarebbe trovato insieme a quelli che cantavano i salmi? Qualcosa in comune doveva esserci già allora.
Chi avrebbe mai potuto immaginare che quelli dei salmi sarebbero diventati assessori, deputati, senatori, affaristi, trafficoni, presidenti di regioni e, alcuni di loro, ospiti delle patrie galere?

Vincino, pur modificando le sue posizioni, è rimasto sempre se stesso: un libertario vinciniano.
Quando fu criticato dai militanti che si irreggimentavano volentieri, coniò, per se stesso, la definizione “vignettista dai facili costumi”.
Era laureato in Architettura con il minimo dei voti, la tesi scopiazzata; superò l’esame per l’abilitazione presentando la pianta dell’Ucciardone e spacciandola per il progetto di un “centro sociale per ventimila persone con valenze positive”. Geniale!

Era fatto così: gli piaceva prendere in giro la gente seria.

Mi viene in mente Amici miei di Mario Monicelli; si sarebbe trovato bene in compagnia del conte Mascetti, dell’architetto Melandri, del giornalista Perozzi, del barista Necchi, del dottor Sassaroli.
Quando uscì la nuova Panda, molto pubblicizzata, la redazione del Male, di cui Vincino era direttore, chiese una macchina all’ufficio stampa della Fiat per un servizio fotografico finto, e non la restituì.
Con quella Panda scorrazzarono per l’Italia; quando i carabinieri li fermavano facevano vedere il libretto di circolazione dov’era scritto “proprietà della Fiat”.
Con la stessa macchina girarono per la Polonia per distribuire in giro copie di un falso giornale dei lavoratori polacchi in cui si annunciava la notizia falsa, in anticipo sui tempi, dello scioglimento del partito comunista polacco.

Non è Amici miei? Con la differenza che le burle del film erano inventate, queste erano vere, organizzate da giovani che … mi viene un attacco di invidia se penso a come, negli stessi anni, vivevo io!

Più che invidia, rimorso.
Loro avevano capito che non è obbligatorio annoiarsi, nella vita. Quanto tempo buttato nelle riunioni del Collegio Docenti!
Uno dice: ho la vocazione per l’insegnamento (vocazione è parola grossa, esagerata; neanche più i preti la usano). Poi si ritrova a partecipare in continuazione a inutili riunioni basate su chiacchiere, o a riempire un inutile registro di classe, o a scopiazzare inutili fogli che hanno in testa la scritta “programmazione”.
Che tristezza all’idea di avere sprecato delle ore a sentire (non ascoltare, sentire come un rumore fastidioso) un tale o una tale preoccupato o preoccupata solo di far vedere quanto ce l’ha lungo (il curriculum, il linguaggio pedagogico, o chissà che altro)!
Una massa mostruosa di chiacchiere inutili!

Vincino (Vincenzo Gallo) è morto il 21 agosto di quest’anno, «come tutti si muore, come tutti, cambiando colore» (Fabrizio De André).

La vita di John Callahan è stata complicata fin dalla nascita, avvenuta nel 1951 a Portland, in Oregon. Fu rifiutato dalla madre al momento del parto, adottato da una coppia che credeva di non poter avere figli e invece ne ebbe cinque naturali, tre maschi e due femmine, dopo di lui.

Prendo le informazioni successive dal libro autobiografico.

Difficoltà nei rapporti col padre adottivo: “Ogni volta che puniva uno dei miei fratelli invece che me, potevo condannarlo senza per questo nutrire sensi di colpa. Alla fine delle scuole superiori i rapporti con mio padre erano ormai gelidi”.
Difficoltà con le donne: “È stata la mia prima rottura a tavolino con una donna, il mio primo, confuso tentativo di vendicarmi con mia madre (quella naturale) per avermi abbandonato. Ne sarebbero seguiti molti altri, ma per due anni avrei evitato qualsiasi coinvolgimento con le donne”.

Adolescenza difficile.

Prima sbornia: “A tredici anni, e in procinto di entrare alle superiori, ho scoperto che esisteva una medicina per il mio senso di colpa, se non per le cicatrici da acne. Alla veglia funebre per mia nonna ho sgraffignato un po’ di gin da un tavolo stipato di alcolici. Mi è piaciuto così tanto che l’ho bevuto fino a perdere conoscenza. Poi, ovviamente, nel cuore della notte ho vomitato alla grande, ma non importava”.

Difficoltà a trovare un posto nella vita, pur avendo manifestato precocemente il talento per il disegno.
Disegnò una suora della scuola cattolica in cui studiava, nuda e con le smagliature sulla pancia bene in evidenza, perdendo la protezione materna che quella suora, forse carente dal punto di vista affettivo, voleva riversare sul povero fanciullo “adottato, docile, educato, remissivo …”.
La suora si vendicò, come può vendicarsi un’aspirante “mamma” tradita: “… ma allora si è data da fare per rafforzare in me la sensazione di essere personalmente responsabile dell’Agonia di Cristo”.

Una sera, dopo una giornata di baldoria, prese posto sul suo maggiolino, accanto a un amico.
Erano entrambi ubriachi; l’amico guidava.
Si risvegliò in un letto d’ospedale, in un corridoio tra tante barelle: “Dexter aveva scambiato un palo della luce per un’uscita e ci si era fiondato contro a centoquaranta all’ora. La Volkswagen si era piegata come una fisarmonica, provocando lievi ferite a Dexter ma recidendomi con precisione chirurgica la colonna vertebrale. Non che al momento me ne rendessi conto. Ero troppo ubriaco”.

Finito su una sedia a rotelle, a ventun’anni, tetraplegico C5-6 (lesione spinale della quinta e sesta vertebra cervicale), scoprì di essere diventato – sono parole sue – “una testa cucita su un cadavere”.
Ritrovò, con esercizi di riabilitazione accompagnati da atroci sofferenze, un minimo di autonomia. La utilizzò per continuare a stordirsi con l’alcol.

Mi vengono strani pensieri quando leggo biografie o romanzi di persone imprigionate in un corpo che non appartiene più a loro, quando vedo film tratti da questi libri.
Se con “io” non intendo più, oltre alla psiche, il mio corpo, nella sua interezza e in ogni cellula che lo costituisce, non è meglio che avvenga la definitiva rupture tra le due parti?

La lettura e il cinema stimolano l’immedesimazione, per cui mi vedo trasformato in una testa cucita su un cadavere.
Situazione poco diversa, ma molto più spiacevole, rispetto a trovarsi, al risveglio, trasformato in un enorme insetto.
Più spiacevole, perché Gregor Samsa poteva muovere la moltitudine delle zampette e, dopo il primo sbalordimento, aveva cominciato a sentire quel corpo come suo.
Che farei in quella situazione?
Nei panni di Gregor credo che cercherei di trovare l’aspetto positivo: sperimentare una nuova dimensione, camminare sulle pareti (esperienza molto interessante), immergermi nella musica proveniente dall’altra stanza (anche questo è un fatto fisico: non risulta che Gregor fosse così sensibile alla musica, prima).
Nei panni di John … non ho dubbi … .

Mi domando, nei panni di John: se non fossi nelle condizioni di decidere come e quando chiudere un’esistenza finita nel momento in cui il mio corpo ha perso ogni rapporto con me stesso?
Scriverò la mia scelta nel testamento biologico, però poi dovrò trovare il tempo e la voglia di consegnarlo agli uffici comunali addetti a riceverlo: che palle!
Ma perché non basta lasciare un foglio firmato in un cassetto della scrivania?
Bisogna trovare il tempo di andare in Comune, cercare l’ufficio apposito.
«Scusi, dove posso depositare il testamento biologico?»
«Oggi l’ufficio è chiuso, cerchi di essere cosciente fino a lunedì».
«Scusi, avrei deciso di suicidarmi, a chi devo rivolgermi?»
«Il responsabile è in ferie, nel frattempo potrebbe provare dalla rocca di Federico».
«Rischio di rompermi una gamba e di ritrovarmi depresso e con la gamba rotta».
«Ha ragione, provi con il gas o aspetti fino al rientro del titolare; intanto può riempire il modulo».
Da noi finisce sempre tutto in burocrazia.
Possibile che dobbiamo imparare dalla Svizzera? Dalla Svizzera che vive di finanza malata e, come ci ricorda Orson Welles, ha inventato l’orologio a cucù quando noi inventavamo il Rinascimento?

Un paese civile dovrebbe aiutare i cittadini a tenere sotto controllo la sofferenza e, se non ce la fanno più, ad andarsene dignitosamente.

John Callahan era un alcolizzato, uno disposto a sopportare grandi sofferenze per un momento di ebbrezza.

Io non potrei diventare alcolizzato: mi fanno schifo la nausea, il vomito, la perdita di controllo, la necessità di farsi aiutare per superare le conseguenze della sbornia.
Mi fa schifo la separazione, anche momentanea, indotta dall’alcol, tra il corpo e la psiche.

Non è una scelta etica. Credo che l’uomo abbia diritto al piacere se può procurarselo senza danneggiare gli altri, ma non accetterei di pagare lo scotto della sofferenza e della dipendenza.
Le orribili e antiestetiche situazioni in cui ci si mette dopo la sbornia, dopo le punture alla ricerca spasmodica della vena, dopo l’aspirazione nasale, mediante una stupida cannuccia, di una polvere bianca, sono, sono sempre state, per me, motivo sufficiente per allontanarmi dalle sostanze stupefacenti.

John Callahan ricercava lo sballo, nonostante la sofferenza successiva; prima dell’incidente aveva eliminato con una pompa, dalla fiancata della macchina, le tracce di vomito che il disgraziato ubriacone che guidava vi aveva sparso.
Invece di cacciarlo dalla macchina e lasciarlo a piedi, o chiamare un’ambulanza, lo fece salire al posto di guida (era ubriaco anche lui).
Callahan accettava la sofferenza connessa allo sballo, per questo, dopo un lungo percorso, finì con l’accettare il vero e proprio calvario successivo all’incidente.

Un calvario reso ancora più duro dalla pochezza del sistema sanitario pubblico americano e anche, sembrerebbe, dal taglio dei fondi per l’assistenza agli invalidi introdotto dalla presidenza Reagan (Obama ha cercato di porre rimedio, poi gli americani si sono messi in mano a Trump).
Ma, soprattutto, il suo calvario era aggravato dall’alcolismo, che aveva di nuovo preso il sopravvento, dopo che i dottori l’avevano messo sulla sedia a rotelle.
Con l’aiuto di uno psichiatra, John Callahan prese coscienza della necessità di eliminare definitivamente l’alcol dalla propria vita per cercare di raggiungere una condizione minimamente accettabile: capì che tutti i suoi guai erano partiti dal rifiuto che aveva dovuto subire alla nascita e dall’autocommiserazione che, in seguito, aveva coltivato; guardò in faccia la realtà e cominciò ad affrontarla, facendosi aiutare dagli Alcolisti Anonimi.
Per superare i suoi conflitti interiori aveva bisogno di ritrovare la madre, quella ragazza dai capelli rossi che l’aveva abbandonato alla nascita.
S’impegnò nella ricerca con tutti i mezzi, aiutato da un amico.

La ricerca gli procurava forti squilibri emotivi, agiva fortemente sulla sua psiche, tanto che una notte, svegliatosi di soprassalto, si sentì trasportare all’indietro nel tempo, fino ai primi momenti successivi alla nascita.
Avvertiva accanto una presenza protettiva. “Poi, a un tratto, più nulla: è scomparsa come una barca inghiottita da una cascata. Al suo posto, il freddo abissale, dolente e familiare che custodivo da trent’anni. Era il freddo gelido del rifiuto, lo schiaffo in pieno viso che significa: «Non ti voglio». Allora ho ceduto ai singhiozzi e ho pianto come piange un bambino, senza ritegno”.

La liberazione dalla dipendenza gli consentì di ricominciare a vivere (o, forse, di cominciare); riprese a disegnare, tenendo la matita con entrambe le mani.
Collaborò con giornali, scrisse libri, fra i quali quello che dà il titolo al film: Don’t worry, he won’t get far on foot, un’autobiografia da cui ho preso gli stralci riportati sopra (John Callahan – DON’T WORRY – traduzione di Giuseppe Maugeri – ed. Garzanti).

Se qualcuno degli aventi diritto ha obiezioni riguardo alla presenza nel commento di frasi tratte dal libro citato, basta avvisare: cancellerò le frasi ricopiate e riportate tra virgolette.

Il titolo è tratto da una striscia che rappresenta guardie a cavallo con la stella di sceriffo; cercano qualcuno: proprio lui; trovano la sedia a rotelle vuota e capovolta; uno di loro dice: «Non c’è da preoccuparsi, a piedi non andrà lontano».

Questo è puro Callahan: uno sberleffo lanciato all’autorità, al mondo, a se stesso.

Ci si chiederà: è poi riuscito a trovare la madre naturale? Sì, è riuscito a ritrovarla.
Però, purtroppo, ha scoperto che era morta quando lui aveva dodici anni e cominciava a mettersi nei guai.
È riuscito a recuperare solo un pacco di fotografie e la testimonianza di una vecchia amica della madre.

Nel film il disegnatore è interpretato da Joaquin Phoenix.
Una buona interpretazione. Ha suscitato proteste da parte di un’associazione che si occupa delle persone disabili (la Ruderman Family Foundation). Il signor Ruderman ha trovato da ridire sulla scelta di far interpretare un personaggio costretto su una sedia a rotelle da un attore non costretto, nella vita, anche lui su una sedia a rotelle.
Insomma, per questo signor Ruderman, Otello, nel dramma di Shakespeare, dev’essere interpretato da un attore di colore, Amleto dev’essere interpretato da un danese, “il lago dei cigni” di Čajkovskij dev’essere danzato da cigni e non da ballerine in tutù e ballerini in calzamaglia aderente.
È ciò che, sostanzialmente, sostiene (tranne qualche piccola esagerazione che ho aggiunto per colorare la polemica) Jay Ruderman, presidente della fondazione dedicata a se stesso e alla sua famiglia.
Infatti, solennemente dichiara:

“Mentre entriamo nel 2018, la società americana non considera più accettabile che gli attori bianchi interpretino i personaggi neri, asiatici o ispanici. È ugualmente inaccettabile e offensivo per attori abili essere scelti in modo inautentico per portare in scena dei personaggi disabili”.

Non voglio usare una troppo facile ironia nei confronti del presidente di una fondazione che porta il nome del presidente della fondazione (già questo fa ridere); non so quali titoli di merito abbia nell’aiuto alle persone disabili e ho una naturale diffidenza nei confronti della pubblicità di tutti i tipi (soprattutto quando ha per oggetto i propri meriti).
Però questo Jay Ruderman non ha capito che l’arte, in particolare il cinema, è il regno dell’inautentico (mai sentito parlare di finzione cinematografica?).

John Callahan, dopo avere trascorso gran parte della vita su una sedia a rotelle, è morto il 25 luglio 2010.
Riposi in pace.

Ha scritto:

“Un giorno un patologo osserverà il mio cadavere con un microscopio ed esclamerà: «Per Dio, Jenkins! Queste non sono affatto cellule umane! Sono le cellule di un fumettista!»”

POST-SCRIPTUM

La sceneggiatura di questo film, firmata dallo stesso regista, è rispettosa del libro autobiografico da cui è tratta.
Però mi sembra che accentui un clima new age, soprattutto nei metodi seguiti dall’associazione Alcolisti Anonimi americana per tirare fuori dall’alcol il nostro John Callahan e i suoi compagni di sventura (non si accenna all’intervento precedente dello psichiatra).
C’è un momento in cui John è indotto a cercare tutti quelli che ha trattato male nella vita per chiedere scusa: il vecchio professore, il negoziante a cui aveva rubato qualcosa, l’assistente sociale.
Chiedere scusa a quella stronza mi è sembrato il colmo.
Io non l’avrei fatto.
Mi è venuta in mente una serie televisiva comica statunitense (My name is Earl), divertentissima, in cui il protagonista, interpretato da Jason Lee, fa la stessa cosa, con effetti esilaranti, per allontanare il karma negativo, in parole povere: la sfiga.
Ho pensato che questo è un altro motivo per evitare a tutti i costi di diventare alcolizzato: se ti accade, per venirne fuori ti tocca fingere di credere alle cazzate di un guru che parla come quello del film.